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QUARTO CAPITOLO - Memorie di un impresario funebre

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PDM - Sempre più avvincente, ecco per voi il quarto capitolo del romanzo inedito di Gianluca Fedele.

 

In quell’aria di rinnovamento che cercavo d’infondere nell’impresa, mi parve subito necessario acquistare un nuovo mezzo, un carro funebre insomma. Sino a quel momento avevamo utilizzato una Fiat 600 multipla nera allestita e personalizzata per quel tipo di servizio.

Mi piaceva molto per via delle sue forme arrotondate e gli inserti cromati che incorniciavano e sovrastavano i due ampi finestroni laterali, ma era anche un mezzo che stava passando di moda e la clientela cominciava a essere più raffinata ed esigente. Poi c’era la concorrenza di altri paesi che avanzava con le sue lunghissime Mercedes nere, per cui l’acquisto mi apparve quasi indispensabile.

Presi il numero di telefono dell’autosalone dal quale Vito aveva comperato la Fiat, lo ricavai dal talloncino adesivo che era stato apposto al momento della spesa sul lunotto posteriore. Era comprensibilmente logoro e schiarito dal tempo ma, ciò nonostante, le cifre e l’indirizzo erano abbastanza leggibili; chiamai e mi feci fissare un appuntamento per la settimana successiva.

Dovetti poi richiamare il giorno prima per disdire a causa di un funerale (quelli sono sempre e comunque imprevisti) e poi il pomeriggio successivo giunsi senza alcun preavviso. Quando mi presentai al proprietario, un uomo alto coi capelli brizzolati e un grosso baffo pettinato sotto al naso sottile, aveva in faccia un’espressione intorpidita dalla noia, come uno che aspetta da giorni il pollo da spennare, ma mentre gli parlavo, esponendo le mie esigenze, si trasfigurò lentamente in vero e incontenibile specchio di compiacimento e nelle sfere dei suoi occhi chiari vidi il riflesso di me mutato in pennuto. Aveva intuito benissimo quanto avrei dovuto spendere per avere una vettura di quel genere, così mi avvolse calorosamente un braccio attorno al collo e disse: «Sono contento che, come suo suocero, sia venuto da noi, vedrà che come lui, anche lei non resterà scontento! Prima di entrare le posso offrire qualcosa da bere?»

Non mi piacquero le intenzioni di quell’uomo e rimpiansi presto che Vito non fosse lì, lui aveva un’anima da commerciante, al contrario di me, e di certo avrebbe saputo trattare sul prezzo molto meglio di quanto non avessi potuto fare io.

Bevemmo un paio di Cynar nell’angolo bar appositamente allestito per i compratori intenzionati a spendere cifre importanti e poi ci indirizzammo nell’ufficio che pareva essere quello di un importante avvocato, solo che al posto dei faldoni contenenti le schede degli assistiti, vi erano i cataloghi delle vetture e i prezzi per gli optional, mentre dietro la scrivania, al posto della laurea e degli attestati, c’erano appese sottili cornici contenenti le fotografie di alcune fiammanti Ferrari.

Continuavo a guardarmi intorno osservando la carta da parati panna con decorazioni grigie che avrei voluto prendere in considerazione anche per il mio ufficio, quando m’invitò ad accomodarmi alla morbida poltroncina in pelle di fronte a me. Mi sedetti comodamente e cominciai a sbirciare tra le riviste che erano ammucchiate sulla scrivania. Guarda caso aprii il giornale dove dominava l’intera pagina una Capri baciata dal sole e chiesi se potessi staccarla.

«Può tenere l’intera rivista, è del mese scorso» disse senza attenzione mentre rivolgendomi le spalle tirava fuori dello scaffale alcuni grossi cataloghi «e comunque mi dia pure del tu, io sono Piero, Pierantonio Falco all’anagrafe.» Il suo nome l’avevo già letto in realtà, era impresso con caratteri dorati sui bigliettini da visita pergamenati che erano ordinatamente riposti nell’apposito contenitore d’argento, affianco al portapenne di pelle.

«Va bene Piero, mi fai vedere qualcosa?» risposi con un tono dimesso.

Così cominciò a tirare fuori alcune fotografie e schede illustrative riguardanti carrozzoni d’importanti case automobilistiche straniere. Non so che idee si era fatto di me o se semplicemente, nell’esposizione dei prodotti ai suoi clienti, partisse sempre da quelli più costosi, sta di fatto che perdemmo un’ora e mezza soltanto per visionare veicoli che erano altamente fuori dalla mia portata. Non dissi nulla e lo lasciai fare perché mi piaceva ascoltare le descrizioni dalla sua voce esperta e padrona del settore, anche se in fondo ero cosciente che non avrei potuto permettermi quei mezzi e, forse, anche perché non sapevo trovare la formula giusta per indurlo a propormi qualcosa di più accessibile. Poi, dall’alto della sua lunga e maturata esperienza, si sarà reso conto della mia indisponenza, magari osservando le movenze tese del viso e, chiuso l’ultimo catalogo, disse:

«Eugenio, credo che non sia qui quello che sta cercando, però ho qualche contatto su, a Milano, dove potremmo trovare delle vetture usate, ma in ottimo stato. Cosa ne pensa?»

Con non poco imbarazzo risposi che era un’ottima idea e così Piero alzò la cornetta nera dell’apparecchio telefonico Siemens, in bachelite, appeso al muro e fece ruotare il compositore guardando la piccola agendina con l’esterno in coccodrillo che teneva in mano. Parlò al telefono per alcuni minuti prendendo appunti con la penna d’oro, presa dal taschino della giacca, sul bloc-notes che aveva sul tavolino posto sotto il ricevitore e poi ringraziando riattaccò.

«Dunque Eugè, c’è una Volvo grigia, con pochi chilometri. Dietro ha le imbottiture beige a lavorazione capitonnè, tutto il resto, incluso il carrello dove scorre la bara è in acciaio. Ai quattro lati del cabinato, sempre nella zona destinata alla bara, sono disposti quattro ceri rossi, con luce elettrica ovviamente.

Lungo i finestrini posteriori sono state adattate delle tendine bianche che, come tu m’insegni, sono utilizzate prevalentemente quando il trasporto prevede lunghi tragitti. Nell’abitacolo il cruscotto è in radica e i sedili in alcantara. Che ne dici? Se la vuoi vedere ce la facciamo mandare. Costa la metà di quelle che abbiamo visto fino ad ora.»

Mi sembrò un buon affare e la settimana dopo tornai con mia moglie e il mio meccanico di fiducia per vederla. La carrozzeria era in ottimo stato e anche il meccanico mi rassicurò sulle buone condizioni del  motore così la sera stessa era già nel nostro garage al posto della vecchia Fiat che lasciai all’autosalone per affidarla allo sfasciacarrozze. Vennero a vederla per primi mia cognata e mio padre, poi dopo alcune ore ci raggiunse anche uno dei due fratelli Loria, Massimo, il maggiore.

Poco più in là, nel garage, c’era l’antica carrozza in legno, una di quelle che si trainava coi cavalli, per intenderci. Con quella Vito aveva fatto la storia del servizio funebre. Fu il primo qui da noi ad averne una così ben realizzata; l’aveva fatta arrivare da Napoli ed era un vero e proprio gioiello di ebanisteria. La conservo ancora gelosamente, una delle poche cose più preziose che mi è rimasta di quel periodo.

È di un nero lucido che ti ci puoi specchiare, ricca di decori a foglia oro come fosse il baldacchino di una cattedrale del seicento. All’interno imbottiture e panneggi in seta, tendine di pizzo e lanternini in bronzo dorato. Quando ho tempo mi dedico alla sua cura e pulizia con oli e pennellini. Per me è sempre rimasto uno dei mezzi più suggestivi che abbiamo impiegato in tanti anni.

Quella sera, a guardarle l’una affianco all’altra, non riuscivo a capire i gusti della gente; come eravamo arrivati a pensionare quel pezzo da museo a vantaggio di una Volvo o di una Mercedes o addirittura di una Fiat 600 multipla? Ma la considerazione che mi assalì non era neppure quella dei gusti oggettivi del cliente, piuttosto ne scaturì un’analisi sul chi fossero per noi i veri clienti.

Mi vennero in mente le ultime parole di Vito rivolte a mia moglie per me: “Questo corpo sarà più vuoto di un guscio di cicala in luglio” ed è proprio vero. Quello che abbiamo fatto noi con questo mestiere è appagare un pubblico composto dalla famiglia, dagli amici e i conoscenti del morto, dando spettacolo con auto costose, musica e fiori come fosse insomma una parata sfarzosa e allegorica. Alcune volte ci venivano commissionati tipi di fasti che erano perfino in evidente contrasto col modesto tenore avuto in vita.

Quando quest’involucro detto corpo si svuota della vita come un trasparente guscio di cicala non resta nient’altro che materiale biologico, buono solo per concimare i girasoli. La mia opera quindi non è mai stata indirizzata al defunto, mai il cliente per noi è stato il trapassato, sebbene in molti casi fosse stato lui stesso, in piena coscienza o da moribondo, a commissionare quei servizi, ma al contrario si trattava di una rappresentazione con personaggio principale un blocco organico composto da carne, liquidi e ossa inanimati.

Per giunta il nostro compenso, il più delle volte, veniva dagli eredi e a maggior ragione erano loro che noi dovevamo servire. O allietare?

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