NARDO’ – I risultati della ricerca dell’Università del Salento sui giovani e l’immigrazione esposti ieri mattina alla Sala Roma in un’indagine tra diffidenza e integrazione: il “lontano” quanto è realmente vicino a noi? Per la portella del cuore c'era il bravo Federico Plantera che ha scritto questo contributo per tutti i lettori. E' completo e restitisce una "fotografia" di quanto è accaduto. Leggetelo.
La parentesi risulta essere d’obbligo. Perché se da un lato ognuno di noi si sente pronto, in uno scatto di solidarietà, ad accogliere il prossimo anche solo per non lasciarlo in mezzo ad una strada, dall’altro è fin troppo palese la mancanza di una vera e propria cultura dell’integrazione che permetta ai fatti di assecondare le intenzioni.
A suonare il campanello d’allarme questa volta sono i risultati dell’indagine condotta dalla dott.sa Serena Quarta e dalla prof.ssa Milena Rizzo dell’Università del Salento nell’ambito della Settimana della Carità, iniziativa organizzata dalla Caritas diocesana di Nardò-Gallipoli e dalla parrocchia della basilica cattedrale di Maria SS. Assunta.
Dopo una breve presentazione dei relatori ed il saluto del vescovo, che ha invitato i presenti ad “aprire alla vita le porte della nostra vita”, la dott.sa Quarta è passata quindi ad esporre i dati emersi dall’indagine “Gli stranieri… Vicini ma non troppo”, la prima indagine nella provincia di Lecce sui ragazzi e restituita ai ragazzi.
Il titolo è emblematico, soprattutto se si va a considerare quale sia il meccanismo principale che scatta nella nostra mente quando entriamo in relazione con l’extracomunitario: una sostanziale apertura, certo, ma un’apertura condizionata da quello che l’altro può dare.
I numeri evidenziano infatti un interesse a conoscere le culture e le tradizioni dello straniero, ma mantenendo una certa distanza, restando lontani da quello che può essere un vero e genuino desiderio di integrazione profonda, e se non altro restando ancora più lontani da quello che potrebbe rivelarsi un istinto xenofobo o razzista.
Questa sorta di distacco che si vuole in ogni caso mantenere dallo straniero è confermato con più forza dal fatto che i primi tre sentimenti che lo straniero suscita in noi sono solidarietà, curiosità e indifferenza, mentre bisogna scendere nella graduatoria per trovare la voce “fiducia”.
A questo proposito si è espresso don Camillo De Lazzari, direttore della Caritas diocesana, che ha rilevato come la mancanza di fiducia determini anche la scarsa partecipazione di persone e associazioni al lavoro di accoglienza e integrazione degli extracomunitari, e metta in luce il bisogno di coltivare il dialogo continuo con le nuove realtà con cui veniamo a contatto, senza trovarci sempre a dire i fin troppo sentiti “solidali, ma..” o “vicini, ma..”.
Per coltivare una politica di questo tipo, c’è bisogno almeno che se ne cominci a parlare, per poi cominciare anche ad agire. Fino a pochi anni fa la tematica del contatto col diverso, prima ancora dell’integrazione di esso, era scarsamente affrontata, mentre invece parlando e ascoltando si finisce per scoprire di avere non solo persone bisognose da accogliere, ma anche ingegneri e avvocati a raccogliere le angurie e fare i lavori che a noi, forse per qualche strano e moderno moto di snobismo, non va più di fare.
A dir la verità per l’avv. Vincenzo Renna dell’assessorato all’immigrazione, la cui esistenza (per fortuna) indica che il problema c’è e che le istituzioni vi guardano con una certa attenzione, una prima soluzione sembra si sia già trovata: la tendopoli alla masseria Boncuri.
E’ importante però che questa sia solo una fase temporanea, visto che se da un lato indica che si vuole scongiurare il vagabondare dei braccianti e dei lavoratori stagionali, dall’altro pare quasi che, come ha osservato il moderatore dell’incontro Biagio Valerio, si tenda ad una ghettizzazione delle persone e del problema che non ne fornisce una soluzione definitiva.
La situazione in estate, quando il numero degli ospitati ha raggiunto picchi di 800 persone, ha rischiato più volte di degenerare per il clima caldo (in tutti i sensi) di tensione tra la gente, e tutto questo indica che ci vuole una maggiore predisposizione a ragionare “con” queste persone, e non “su” di esse considerandole come se non facessero parte del nostro mondo, quando invece sono vicino a noi più di quanto possiamo immaginare.
Non si può fare affidamento sulla maturazione delle angurie e su un’organizzazione in ogni caso fragile che si mette in moto solo per fronteggiare l’emergenza estiva: l’emergenza bisognerebbe essere in grado di non considerarla più tale, e avere i mezzi per agire con la gente che viene a far parte della nostra comunità senza pensare che il diverso debba per forza rimanere tale. Anche perché, alla fine, possiamo dire “diverso” quanto vogliamo… Ma diverso da chi?
Sperando che i dati del prossimo convegno non siano così "sconcertanti" come ha detto la dott.sa Quarta, vi rimandiamo all'incontro di questo pomeriggio alla Sala Roma (ore 18) per il secondo appuntamento con L'Anello Debole, per la Settimana della Carità.