NARDO' - "Dopo la carta stampata e qualche social network, anche su questo sito si discorre di un avviso apposto all’entrata della chiesa di S. Antonio da Padova da parte del rettore, don Fernando Calignano, circa il mancato svolgimento del Triduo pasquale, che, pur distribuito in tre fasi, è, se non erro, liturgicamente e religiosamente un tutt’uno, per cui non poteva né doveva essere soddisfatto solo con la partecipazione, per esempio, alla reposizione del Santissimo, mancando la santa Messa della notte di Pasqua".
La disposizione, valida per tutte le rettorie, era pervenuta dal vescovo, mons. Domenico Caliandro.
Da questo normale atto di avviso, doveroso da parte del rettore, sollecito nel portare a conoscenza dei fedeli in modo da farli predisporre a partecipare nelle loro chiese parrocchiali, si è pervenuti a diverse altre considerazioni, che riguardano disposizioni episcopali circa altre situazioni.
Ad una prima analisi sembra quasi ci sia stato intento di strumentalizzare l’avviso sia da parte di chi sta, comunque, con il potere, definendo provocatorio l’atto del rettore; sia da parte di chi ha motivi, legittimi dal suo punto di vista di fedele, come è successo, a fin di bene, per l’amico Dino Martano, di non condividere disposizioni predisposte dal vescovo, quali la «chiusura» della parrocchia del Carmine; il divieto dell’«infiorata», creatura del gruppo storico della Cittadella dei ragazzi, che ha inteso riproporre, come anni addietro, il Giovedì Santo; il «declassamento» delle rettorie; l’obbligo di celebrazione dei matrimoni solo nelle parrocchie; e così via.
Si tratta, insomma, di questioni non di fede, per cui ritengo che il vescovo Caliandro non rifugga dall’ascolto e dalla disponibilità verso la sua Chiesa diocesana, se, in modo corretto, rispettoso e partecipato, i fedeli neritini e/o diocesani manifesteranno la non condivisione su alcune sue disposizioni, a maggior ragione se sono di emanazione prettamente vescovile.
Ma tutto ciò, secondo me, non riguarda il doveroso avviso presso la chiesa di S. Antonio, per cui non può lasciare adito a nessun’altra interpretazione, salvo, poi, a voler vedere il «male» o l’«occasione» per far prevalere scopi personali o particolari progetti, di certo non a beneficio né delle persone in questione né della stessa Chiesa.
Anzi ritengo che tale atto dovrebbe essere imitato da tutte le rettorie, nel momento in cui ci sono disposizioni particolari, per garanzia della manifestazione di fede dei fedeli (nel caso specifico da trasferirsi nelle chiese parrocchiali) e per rispetto di chi, in nome e per conto della pietà religiosa, tramite la devozione verso alcuni Santi e soprattutto la Madonna, ha rappresentato e rappresenta uno dei filoni ancora autentici di espressione di fede, che, oltre tutto, continua a radicarsi in tanti giovani, candidati alla indifferenza religiosa.