
NARDO' - Salutiamo anche noi il giovane Andrea Pasca con uno scritto e le foto, molto commoventi, dell'ultimo addio dei suoi amici più cari.
All'uscita della bara risuonano le note di "Per dirti ciao" di Tiziano Ferro. Il padre Angelo, poco prima, aveva chiesto a tutti di non dimenticare mai il suo Andrea. Don Giuseppe Raho, pur nella sua proverbiale pacatezza, si indigna anche lui col Cielo: "un avvenimento incredibile e assurdo".
Sulla bara la sciarpa della Juve, la maglia del Nardò e una sua bella foto.
Davanti al sagrato della chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli c'è davvero un coro di ragazzi in camicia bianca, altissimi e belli come era anche lui, e il rintocco dei palloni da basket tira fuori anche l'ultima lacrima, quella più ritrosa.
Andrea sarà sempre in campo, insieme a loro.
(Il testo dopo il salto è di Mario Mennonna, le foto di Rocco Toma. Ringraziamo entrambi)
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Ogni genitore ha una stanza, quella in cui riversa tutti i ricordi, le ansie, le sofferenze, le gioie e i progetti e lascia accomodarsi tutte le persone care defunte, ancora presenti nelle loro foto, nei loro oggetti più svariati e, un tempo, insignificanti, nei libri, nelle sedie e nelle poltrone, financo in quel cuscino variopinto, ai bordi lacerato.
Tanto che la stanza sembra viva con tutti i protagonisti, che continuano ad interpretare la loro vita e ad invitarci a sostare.

È la stanza di ogni genitore in un colosseo di stanze, che si edificano nella storia dell’umanità e che lasciano, pur piene di ricordi e di cimeli, un vuoto di tristezza e di sempre rinnovato dolore, quando ci si immagina che si aprano le porte e si riesca a sussurrare: questa è la stanza di papà… questa è la stanza della mamma!
È triste, ma è naturale nel mistero della vita, che esplode come frutto a primavera e che appassisce come foglia in autunno.

C’è una ragione, anzi una razionalità esistenziale, che ormai l’uomo ha accettato, rendendola propria della sua cultura e del suo culto sin dalla sua comparsa alle origine del tempo e dello spazio e fino alla sua scomparsa alla fine dei tempi e degli spazi.
Ma la stanza del figlio: no!
Non deve esistere nella memoria, me deve essere incarnata del sangue e delle ossa con i suoi rinnovati canti, i suoi poster sempre più grandi e i suoi telefonini sempre più sofisticati, con i suoi sogni che si ascoltano nei suoi soliloqui e nelle sue confidenze, con il suo presente quotidiano giovanilmente convulso, contraddittorio e ribelle per amore, con il suo futuro che ad ogni mattina prende concretezza nel presente e si spalanca al futuro del domani.

La stanza del figlio: no!
Eppure, nell’incubo della vita, si allestisce.
Acerbo il dolore nella incommensurabilità dell’angosciato cuore, della desertificata anima e dell’inaridito midollo.
Acerbo sempre il dolore, rinnovantesi implacabilmente al solo soffiare della brezza ad ogni alba, allo scricchiolio di una porta, al tintinnio dei vetri, all’eco di un oggetto caduto in una casa che sembra vuota, sempre incolmabile, sempre nostalgicamente triste, al tramonto, pur roseo, del sole.
Chi muor giovane è caro agli dei!
Questa è la giustificazione delle tragedie che si sono ripetute e si ripetono nella natura umana, che sembra lasci scorrere senza salti la vita, ma che, poi, d’improvviso e ciecamente, quasi per affermare la sua assolutezza sulla fragilità umana, interrompe il suo corso e ricorre, crudele, chi ha da consumare futuro e conquistare orizzonti rosei.
La stanza del figlio: no!
Intanto anche nella nostra Nardò si allestiscono per la memoria: quanti genitori sofferenti e inappagati, che lottano, in nome dei propri figli, perché ciò non accada.
E sembra quasi vano il loro grido: «La stanza del figlio: no!».
Intanto Angelo e Ornella, oggi, hanno da indicarci la stanza del figlio… la stanza del loro Andrea.

Ancor pochi i cimeli vissuti, ma così pregni di futuro, così palpitanti, così teneri, così come era lui, il bambino cresciuto fino a poco più di 23 anni, che ha dovuto, senza volerlo, nascondere nella sua stanza i suoi anni di una felicità sol sognata.
Autentico nell’amicizia, nel convinto ed entusiasmante impegno sportivo, nel sorriso, a volte sornione, che a piene mani elargiva nel negozio di famiglia
Così amato e rispettato dai suoi coetanei; così rispettoso e gentile con i suoi interlocutori adulti, quasi timido, ma intraprendente con il suo sorriso luminoso.
Un giovane normale e, proprio, perché tale, speciale, di forte testimonianza di quei valori che rappresentano l’ossatura delle famiglie e delle comunità, che sanno rispettare la persona, sanno crescere e sanno far maturare gli altri.
… E tenera era la tua persona, Andrea, e tenera, ma non meno lacerante, è stata e rimane la tristezza in chi ha potuto toccare la tua bara, mentre uscivi dalla chiesa, anche sol per «Dirti Ciao».

Da oggi esiste anche la tua stanza non solo per mamma Ornella e papà Angelo, non solo per Maria Vittoria e tutti i familiari, ma anche per noi e per quanti sanno ancora ascoltare il suono della campana, in particola modo quando suona con rintocchi giovanili.
Ma esiste soprattutto per i tanti tuoi amici, che nel socchiudere la porta della tua stanza possano sempre ascoltare i tuoi applausi per Del Piero, le tue note al canto di Tiziano Ferro e di Alessandra Amoroso, la tua voce sorridente, e possano riscoprire il senso della vita, che va rispettata anche per la sua fragilità; i valori più autentici dell’esistenza, che va vissuta senza paura e con fiducia, e la convinzione che solo con la presenza di Dio, che si è fatto uomo nella sofferenza e nella speranza, tu, nell’aldilà, vivi nella gioiosa eternità.
E vivi ancora giorno dopo giorno, applauso dopo applauso, che ieri nella gremita chiesa e nel gremito piazzale, scandiva il passaggio della tua bara riecheggiante il balbettio singhiozzante dei palloni, bagnata di lacrime e avvolta di ricordi.
… E forse la stanza di Andrea per Angelo e Ornella sarà meno angosciante, pur sempre triste nella tenerezza di mancate carezze, nella convinzione - e tu, Angelo, in chiesa hai ripetuto ad ogni inizio di frase il tuo «sono convinto» - che Andrea continua a vivere e a sorridere con lo stesso sorriso, con lo stesso entusiasmo e con la stessa genuinità che sol chi è giovane sa offrire al Dio dei viventi.