NARDO' - L'indimenticabile produttore cinematografico Carmine De Benedittis mi fece dono di una foto di scena del suo film croce e delizia, "La posta in gioco". Intendo condividerla con voi insieme con una piccola storia del mito della tarantola portato sul piccolo e sul grande schermo.
Diciamola tutta: chissà a quanti sarebbe piaciuto che “Tarantula”, un filmaccio americano del 1955, avesse preso spunto dal mito salentino. Invece no, si tratta solo di un emulo dei dei kaiju (mostri giganti) giapponesi, dei quali proprio negli anni Cinquanta, tra Godzilla e Gamera, si registra l'invasione nelle sale.
Per assistere allo “sdoganamento” mediatico del fenomeno del tarantismo, invece, bisogna attendere ancora qualche anno con la “La Taranta”, il primo documento filmato sull'argomento, realizzato da Gianfranco Mingozzi nel 1962 con testi del premio Nobel Salvatore Quasimodo. Venti minuti assolutamente straordinari che rivelano uno spaccato del Salento contadino durante un viaggio filmico che parte da chiese e masserie diroccate per finire dentro una poverissima abitazione di Nardò, teatro di un concertino terapeutico. Drammatiche le scene finali con centinaia di curiosi che assistono al pellegrinaggio di alcune donne alla cappella di S. Paolo a Galatina, il 29 giugno.
L'opera di diffusione si completa con uno spettacolo teatrale, a cura di Roberto Leydi, con la consulenza di Diego Carpitella e la messa in scena di Alberto Negrin, che si svolge nel Teatro lirico di Milano il 5 marzo del 1967. “Sentite buona gente” ottiene un clamoroso successo di pubblico e “esporta” per la prima volta dal vivo le note del gruppo di musicisti di Nardò, ormai i più famosi ed esemplari: in testa il violino di Luigi Stifani e il tamburello indiavolato di Salvatora “za' Tora” Marzo.
Nel 1974 è lo stesso Mingozzi a portare il tema della taranta sul grande schermo: è il violento e controverso film con Florinda Bolkan, “Flavia la monaca musulmana”, a mostrare una novizia ballare la danza delle tarantolate e poi trovare una morte orrenda proprio per averlo fatto.
La presenza delle tarantate è ancora incidentale, perché elemento culturale in un ambito geografico, nel film di Sergio Nasca tratto dal libro di Carlo Bollino, “La posta in gioco” del 1988. In una scena è la protagonista, Lina Sastri, ad assistere al rito terapeutico mentre al violino c'è l'immancabile Stifani. (continua dopo la foto)

A riportare il morso della tarantola in un alveo culturalmente proprio e identitario ci pensa il regista più rappresentativo del Salento, Edoardo Winspeare, che così parla del suo “Pizzicata” (1996): “Il tarantismo è molto, molto complesso ed è difficile da sintetizzare; quello che posso dire per quello che riguarda la mia esperienza, il tarantismo come sofferenza è morto: non c’è più S. Paolo, però la taranta vive… la taranta vive come urlo di gioia, come grido anarchico di libertà, come festa, come comunione, come sballo, trance naturale, senza bisogno di pastiglie e droghe varie, e questo è tutto positivo.
Da noi ha rappresentato anche una riappropriazione dell’identità, della propria coscienza in maniera per niente nazionalista”. Temi che tornano, ma più come cornice musicale ossessiva e ricorrente, nel successivo “Sangue vivo” del 2000.
Arriviamo ai giorni nostri con la pizzica ormai celebrata a livello mondiale grazie ai concertoni: in puro “stile Woodstock”, nel 2006, Paolo Pisanelli riesce a restituire agli spettatori il brivido della trepidante attesa di decine di migliaia di persone prima del concerto di Melpignano con il suo “Il sibilo lungo della taranta”.
Nel 2009 è un film francese con la “Cleopatra” Monica Bellucci a celebrare il mito: “Ne te retourne pas” di Marina De Van incastona la diva italiana a Lecce, mentre con Serena d'Amato si cimenta nella danza immortale e compulsiva delle “tarantate”.