Arriva a Nardò un "guerriero del vento". Appuntamento a sabato mattina

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NARDO' - Ho conosciuto Antonello Caporale qualche anno fa, quando è venuto a Porto Cesareo per "svelare" il mistero del mare considerato "maglia edificata". E' uno tosto, severo con se stesso e con gli altri. Soprattutto se sono i protagonisti di storie di abuso ed ordinaria prevaricazione.

controvento copertina

Che cosa si nasconde dietro il grande affare dell'eolico?
Per mesi questo portale ha pubblicato verità molto scottanti che hanno catalizzato l'attenzione degli addetti ai lavori, delle associazioni ambientaliste e dei semplici cittadini. Il nostro dossier "Via col vento" ha generato anche reazioni inconsulte dei "padroni del vento".
Mai, però, abbiamo realmente capito quali reali e importanti moventi economici spingessero gli imprenditori dell'eolico alla conquista del Salento.
Il giornalista Antonello Caporale presenterà il suo libro ma sarà anche a disposizione dei lettori per spiegare qualche aspetto segreto del grande business del vento.
 
Comune di Nardò Presìdi del libro
Sabato 26 novembre 2011 ore 10,00
Chiostro dei Carmelitani - Nardò
Interverranno:
On. Elisabetta Zamparutti
(Commissione parlamentare ambiente)
Marcello Risi
(Sindaco di Nardò)
Carlo Falangone
(Vice-Sindaco delega alla cultura)
Vincenzo Renna
(Ass. Lavori pubblici)
Modera
Giusi Sciacca

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Opposti.
Come il bianco e il nero.
O il giorno e la notte.
Antonio Colucci ha sempre amato la zappa. Anche le mucche. E il trattore. E la mietitrebbia. E non sapeva dire cosa fosse una pala eolica prima di averla vista sovrastare la sua casa.
Dopo ha capito cos’è.
Ha capito innanzitutto che la pala produce energia elettrica.
Più gira e più produce. E se produce energia, produce anche soldi. E i soldi li trattiene la società proprietaria della pala, che sfrutta il vento del suo paese. Il vento soffia su Ripabottoni, ma si infila in altre tasche. Antonio ha saputo anche che la pala produce soldi pure se non gira. Non ha capito bene perché, ma la legge stabilisce così e lui non è andato oltre.
Tutti gli hanno detto che la pala non fa rumore, perché non c’è benzina nel suo motore. Anzi, il motore non c’è proprio. È un artiglio di acciaio, una colonna di ferro esile che guarda il cielo e poi si dipana come un fiore, con le eliche che la fanno sembrare una margherita.
Però lui sa che la pala fa rumore anche se è silenziosa. È difficile da spiegare, ma se andate a casa di Antonio capirete, perché lui vi dirà quello che già sappiamo: per prima cosa che sono scappati tutti i topi, per colpa del rumore. Poi vi dirà che non è riuscito a prendere più sonno e gli sono venute le allucinazioni. E il medico ha confermato che non sta bene a causa di quel rumore che non si sente, ma che il fisico avverte. Sono onde.
Sono andati anche a misurare il rumore e lo hanno trovato più del doppio di quello accettabile.
Un rumore quieto. Ma che Antonio riconosce distintamente. Infatti ha fatto causa alla ditta proprietaria e il giudice ha ordinato di fermare per qualche tempo le pale. Almeno le sette che gli stanno proprio intorno.
L’unica cosa che Antonio non sa è invece cosa sia il paesaggio. Se è bene o male mettere le pale. Se le pale sulla montagna cambiano l’aspetto della montagna.
A lui non interessa molto, perché la sua veduta non è cambiata. Da casa sua vede la nuova strada, che attraversa la valle del Biferno, e la vallata e tutto Ripabottoni. Le pale sono di spalle e lui non le vede, nel senso che deve girarsi per vederle. Lui non si gira quasi mai, perché se le vede si innervosisce e bestemmia.
Siamo troppo diversi noi umani.
L’unica cosa che Alessia Perucci sa invece con precisione è cosa sia il paesaggio.
«Io dico che il paesaggio colora l’anima, acquieta gli occhi, distende anche i muscoli. Un bel paesaggio dona la felicità.»
Alcuni contadini prendono addirittura per moglie la terra, trascorrono giornate tra i filari e si addormentano accanto ai pomodori. Tornano a casa quando c’è il tramonto. Aspettano che il sole si abbassi e la luna si alzi. Levano gli occhi al cielo e guardano nella medesima direzione ogni giorno, per tutta la vita. Ogni giorno, per tutta la vita.
Quel paesaggio è dunque la vita loro. Intera, densa e anche felice.
La vista del mare oltre la vigna di Alessia è imperdibile.
C’è gente che farebbe carte false per stare nella sua masseria. Perché la masseria è bellissima, di un avorio pieno di sentimento, vivo, intenso.
Con le arcate di tufo e le stanze dai soffitti alti.
La sua masseria era rovinata dal tempo e dalle piogge.
Come la vigna. Secondo lei non c’è vino più buono del Primitivo di Manduria. È un vino rosso robusto. Quando lo bevi ti sazia e ti stordisce un po’. Ti rende felice.
Alessia sa che un paesaggio è fatto di tante cose messe insieme dal tempo. il sole a Maruggio c’è sempre stato. Anche il mare. Poi sono venuti gli ulivi. E la vigna. Poi si è aggiunta la masseria. Se sali le scalinate, vedi gli ulivi, la vigna e il mare. E li vedi quasi come un’unica distesa. Ti giri, ti metti di fianco e vedi gli ulivi, la vigna e il mare.
C’è gente a cui piace vedere gli ulivi, la vigna e il mare. E nient’altro. Né una strada, né una casa, né una luce.
Figuriamoci una fabbrica.
Non è gente di paese. Vive in città. Sa cosa gli manca.
A tanti manca la veduta del mare. Più che andarci vogliono ammirarlo da lontano. E contemplarlo in solitudine. E desiderano proprio vederlo da lontano, magari seduti sul terrazzo della masseria. E vogliono fare il bagno quando c’è poca gente, quindi di prima mattina.
Ad Alessia è venuto in mente di offrire la veduta del mare, insieme agli ulivi e alla vigna. E al sole. Far sentire ai turisti la salsedine fin dentro la camera da letto, senza possibilità di essere disturbati dalla vista di un ombrellone.
Ad Alessia è venuto in mente di mettere insieme il sole, il mare, le vigne, l’ulivo e la masseria. Ricomporli senza toccarli, spostarli, trasformarli. Dare un ordine, una pulizia e un itinerario agli occhi. E un sentimento a tutto. Il sentimento è l’anima.
Il paesaggio ha un’anima.
Alessia si è messa in testa di investire sul sentimento del suo luogo. Anche le pietre hanno un’anima, e le cose che gli stanno a fianco parlano.
«Ho rotto il salvadanaio e mi sono detta che era venuto il mio momento».
Alessia è una donna sola. Non che viva da sola, perché ha due bambini e una famiglia e gli amici. È sola perché lotta da sola, avanza da sola, si difende da sola. Perde da sola.
È però convinta che fare da sola spesso significa fare bene.
«Io mi fido di me stessa, l’avrai capito. E non mi manca il coraggio».
Alessia si veste alla moda. Antonio Colucci è trasandato. Lui capita spesso a Foggia. Sempre a Foggia. Lei va a Bruxelles, va a Strasburgo. Va anche in Friuli. Conosce tutti quelli che bevono vino di qualità. In verità conosce tutti i cultori del vino, le persone che lo amano a tal punto da farne una malattia.
Lo scrutano, lo muovono, gli fanno prendere aria, lo portano a passeggio. Un bicchiere di vino per loro è quasi come un bambino. Sono esagerati, forse. Ma è di gran moda portare a spasso un bicchiere di vino e frizionarlo mentre si guarda il mare o l’ulivo o la vigna.
«Volevo cambiare il modo di fare il vino, produrne poco ma buonissimo. far vedere una donna, da sola, cosa sa fare. Io conosco quali forze possono esprimere le donne. Io mi conosco.»
Alessia si è infilata nella vigna con le mani di seta. Si è fatta la croce, forse, e si è messa ad assisterla manco fosse una madonnina.
Aveva pochi soldi. Solo le idee chiare. Voleva fare i soldi con la vigna. Voleva fare soldi con la sua testa. Ambiziosa.
Alessia non vede la tv. Solo quel che le interessa. Se c’è l’interesse. Se non è stanca, dopo una giornata a combattere con la burocrazia.
Ha frequentato per quattro anni funzionari regionali, banchieri. E combattuto con la guardia di finanza, e col municipio. E con i fornitori e con i compratori. Una lotta incessante.
È spirito animale il suo.
Iniziò a lottare quando decise di dare un senso alla laurea in economia.
Studiò benissimo il bando europeo. E scrisse: io voglio fare una vigna sulla riva del mare. E accanto alla vigna realizzo un sentiero che porta agli ulivi. Ho il mare alle spalle, la vigna di fronte, gli ulivi alla destra. Se c’è il sentiero e oltrepasso gli alberi, trovo la masseria.
Se trovo i soldi, rifaccio anche la masseria.
Prima però la vigna.
Trovò i soldi. Se li fece prestare, ma li mise a terra, li mise a zappare. Venne il medico del vino, l’enologo. Lui solo sa dove può portarti un chicco d’uva. Conosce l’uva preziosa e quella scadente. Conosce il mondo del vino. Conosce le vigne maschie e quelle femmine. Conosce i raggi del sole e le zolle. Tutte le zolle. Accoppia le vigne maschie con le vigne femmine. Se è bravo e il sole l’aiuta, nasce un vino che fa ammattire quelli che sono già pazzi per il vino.
Alessia si fece prestare i soldi dalle banche, trovò l’enologo, che rimise a posto i filari. Con l’uva fece il vino che piace alla gente. Tutti a passeggiare col suo bicchiere, come fosse un bambino.
Avuta fortuna la prima volta, Alessia si trovò a pregustare il bis. Intanto le erano giunti anche i soldi pubblici. Lei è tenace e forte. Aveva preparato la domanda da sola. Non tutti sono in grado di rispondere ai quesiti, di completare ciascuna casella del puzzle, di spiegare bene il quadro economico.
Alessia ha studiato.
E allora, che ha studiato a fare?
Ha almeno dimostrato che non è raccomandata.
Si disse: dopo il vino, l’olio.
E così fu. Mise i giovani vicino ai vecchi. non li mise lei, non sa piantare un albero. Ma conosce chi sa farlo. Gli ulivi vecchi sono bellissimi, ma si stancano presto. Poche olive a novembre, quando viene l’ora della raccolta.
Quindi ha piantato molti ulivi giovani.
Tempo cinque o sei anni e ti fanno vedere dove vanno.
Tutto bio.
Bio. Parola breve. Significa che abbiamo bisogno di sentirci puliti almeno dentro di noi. Siamo pieni di cemento, l’aria è sporca, e anche i vestiti puzzano. Perciò abbiamo bisogno che gli alimenti siano un po’ più puliti di noi. Abbiamo bisogno di bio.
Sporchiamo e poi corriamo a lavarci. Rompiamo e ricostruiamo. Passiamo la vita a fare una cosa e il suo opposto.
La vita non è sempre come la vorresti, credi a me.
Alessia non è come Antonio. A lei piace la campagna, ma per contemplarla. La guarda, mica zappa. Ma la scruta perché prova sentimento. E anche solo guardandola immagina cosa le può dare.
Grazie alla mente di Alessia parecchi contadini oggi hanno un lavoro. La sua vigna dà lavoro. E l’olio. Chi raccoglie le olive secondo voi non ha un salario?
La fortuna ti assiste se la sai prendere per mano. E Alessia sapeva come accudirla, accompagnarla, tenersela vicina.
«Se apro il cancello del viale, ho il mare alle mie spalle.
La vigna davanti. Gli ulivi a destra. La masseria di fronte».
Non è che non le bastasse mai la fortuna e il lavoro. A lei sembrava invece di completare l’opera. Di fare il giusto e il possibile.
«Con la masseria completo l’opera» così si disse.
E lo spiegò anche alla banca di riferimento, che le prestò altri soldi. E poi partecipò a un secondo bando, sempre allineando fogli con le sue mani, durante le sue notti. Aveva i figli, ma pensava a lavorare, ad avanzare ogni giorno di più.
Le persone che amano il mare da lontano in genere sono ricche. Meglio: sono sofisticate. A quella gente piacciono le cose che tanti proprio non possono sopportare. A quella gente non piace la televisione, per esempio.
Vattelapesca.
E non piace andare in spiaggia e accucciarsi sotto l’ombrellone.
Vattelapesca di nuovo.
Piace guardare la televisione quando gli altri non la guardano, semmai dovesse venirgli in mente. E piace andare al mare quando al mare non si va. Di sera tardi. O di mattina presto.
Di mattina presto ci vanno solo le mamme con i figli piccoli. E poi ci sono loro, i ricchi, che hanno figli grandi. In genere i ricchi hanno un’età e un altro sguardo sul mondo. Perciò amano il paesaggio. Hanno bisogno di vedere il mondo pulito, magari per pochi giorni all’anno.
Stanno sempre a fare cose un po’ sporche. Hanno bisogno di bio. E di fermarsi comodi all’aria aperta.
Comodi, le sedie sdraio devono essere comode.
Amano il vino buono, il cibo buono. Le sedie comode. Amano l’aria, e la guardano. Guardandola la respirano. Dal terrazzo della masseria vedono il mare. E respirano anche lo iodio.
Perciò era buona l’idea della masseria. Aveva il terrazzo.
A fianco gli ulivi, di fronte la vigna e appena avanti il mare.
C’è un luogo più bello?
Luoghi come questo sono in pochi a possederli. Alessia ha la vigna, la masseria, gli ulivi e il mare, e senza toccarli li ha ricomposti nella loro proiezione naturale.
Alessia si è fatta i debiti perché sapeva di avere un tesoro. E infatti è giunta dove è giunta.
Andateci ora da lei. E chiedetele una camera con vista sulla vigna, con vista sul mare.
Ecco il paesaggio. Altro che Ripabottoni.
Però.
La masseria era praticamente ultimata. Bellissima. Moderna e antica. Non fredda, non aggressiva. Non lussuosa, non sobria. Una masseria elegante ma non arrogante.
Ci viene chi apprezza. E chi apprezza in genere ha i soldi.
Alessia ha combattuto i suoi ultimi dieci anni per avere quello che ha realizzato.
Venite a vedere. È bellissimo.
Quel giorno lei era col capo chino su alcuni fogli. Sono i fogli dei vini. Di quelli che comprano. Che dicono quanto ne desiderano, e dove dev’essere trasportato. Quelli che portano a passeggio il vino tra le dita della mano. Il calice è il loro profeta.
Dicevamo: Alessia, un giorno di quelli uguali agli altri, è china sui fogli. Alza lo sguardo e vede un’asta lunga. non capisce e non sa.
Avete mai visto un anemometro? Certo che no. Ma aspettate ancora qualche mese e anche voi lo beccherete davanti agli occhi.
In Italia, specie al Sud, dove soffia più forte il vento, le pale sorgono una dietro l’altra. Già ce ne sono molte. Ma altre ne verranno. Avete presente il morbillo? Ecco, siamo ancora all’incubazione della malattia. Alcuni puntini rossi si notano nitidamente, ma ne sbucheranno altri mille e mille e mille. Finché la pelle sarà tutta puntellata da questi monticelli. L’Italia ha il morbillo e quando sarà esploso in tutta la sua virulenza faremo una preghiera a Gesù e Maria, madonnina bella!
Ero incuriosito dal vento – dall’oro che soffia solo in alcune tasche – premendo per sbaglio il pulsante del telecomando. Quella sera, era aprile, forse maggio del 2008, avevo deciso di trascorrere la serata in casa. Avevo noleggiato un film di Sorrentino, Le conseguenze dell’amore, che non ero riuscito a vedere al cinema. Era in dvd e ogni volta bisognava armeggiare davanti alla tv con fili e prese.
Ogni volta, puntualmente, sbagliavo. Successe naturalmente anche quella sera. Invece di Toni Servillo comparve Ilaria D’Amico che annunciava a «Exit» un reportage sul «Petroliere del vento».
Un signore avanzava ai piedi di grandi torri. «Le ho viste la prima volta in California. Mi sono fatto fare una foto, poi sono tornato in Italia e ho detto: è quello che dovremo fare».
Gli occhiali scuri, i capelli fin sul collo della giacca, l’eloquio affannato per via di certe inflessioni dialettali. Quel tizio aveva i lineamenti da attore. Somigliava (molto alla lontana però) a Marlon Brando nella versione già stagionata ma precedente a quella senile. Di sicuro il tizio era uno di quegli uomini che garantiscono di conoscere il bene e il male del mondo, e di saperselo infilare in tasca. L’imprenditore esibiva la forza dei suoi danari senza alcun patema, anzi con lo spirito trionfale del vincente nato.
Un parco eolico da 25 megawatt produce un fatturato da 8 milioni di euro, gli domandò la giornalista.
«Sì, 8 milioni di euro».
Pensai alla parola parco. Anche l’uso di questa parola è l’emblema di una sconfitta culturale legata all’era dell’immagine che può trasformare una centrale elettrica in un elemento fiabesco. Questi «parchi» finti finiscono per cannibalizzare i parchi veri, cioè le aree protette, con i vincoli urbanistici abortiti o rimossi per fare spazio ai nuovi «parchi». Lo stile è quello collaudato della speculazione edilizia, ma cambia lo strumento, ora incontestabile.
L’inquadratura lasciò gli occhiali scuri da boss e si diresse su una pala: «Oreste Vigorito, avvocato avellinese, titolare della Ipvc (Italian Vento Power Corporation), è il petroliere del vento. Ha venduto a una multinazionale britannica (il colosso IP, International Power) aziende eoliche ricavandoci un miliardo e 830 mila euro».
Restai incollato alla tv e davvero stupefatto quando Vigorito spiegò, senza tradire il minimo imbarazzo, come selezionasse il personale delle sue aziende: «Assumo il figlio del contadino che mi ha dato il terreno, il figlio di chi faceva il consigliere delle Asl, e anche, talvolta, i figli dei sindaci. Perché, lei vuole discriminare i figli dei sindaci?».
Sindaci, Asl, terreni. iniziai a capire. E compresi ancora meglio quando un altro imprenditore spiegò, anch’egli in modo piuttosto allegro, che il pacchetto-vento si vendeva al mercato della burocrazia. La licenza di raccogliere il vento veniva acquistata da personaggi che facevano incetta di pareri ufficiali delle autorità. Che sarebbero stati poi racchiusi e ricondotti sotto un timbro da un ufficio regionale, sotto la dicitura «Autorizzazione unica». Opera di pubblica utilità, urgente e indifferibile. Con la minaccia degli espropri.
Espropri «per pubblica utilità» in favore dei privati.
Sembra un controsenso.
Ma in un Paese capovolto non lo è.
La matassa se la sbrogliavano loro. Convincendo, se ci fosse stato da convincere, i dirigenti regionali, gli assessori, i loro vice. E il resto della popolosa fauna politica: ragionieri, geometri e ogni successiva tipologia di lacchè.
Tiravano su tante autorizzazioni. E le infilavano nel cassetto della loro scrivania. Chi avesse voluto alzare una pala avrebbe dovuto bussare alla loro porta e acquistare la licenza. Costo medio di vendita a megawatt autorizzato: 400-500 mila euro. Un bell’affare!
Questa intermediazione aveva creato una nuova figura con un bel nome futurista: lo «sviluppatore». Developer, in inglese. Sviluppa i progetti, connette le coscienze. «Noi andiamo dai politici, questi sono progetti di miliardi. E loro che ti dicono? Mi devi dare qualcosa». Un faccendiere d’oro zecchino spiegò quel che avevo appena intuito.
Lo sviluppatore doveva «conquistare» le menti e metteva sul piatto l’energia pulita, gli obblighi dell’ormai epocale ma inattuato protocollo di Kyoto, le ragioni ambientaliste, il futuro sostenibile delle energie rinnovabili. E infine, se proprio fosse stato il caso, una suggestione più propriamente economica.
Rimasi sbalordito da un’intervista – che naturalmente avevo ritagliato – di Vito Nicastri, sviluppatore di professione.
«Il signore del vento» l’aveva definito il «Financial Times», l’uomo che ha ottenuto tra il 2002 e il 2006 il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici per quasi mille megawatt, poi rivendute al miglior offerente.
Naturalmente la magistratura se ne dovette interessare.
Ci fu una retata, denominata operazione Eolo, di boss mafiosi e sviluppatori e produttori di energia. Nella rete cascò anche Nicastri. Ma senza farsi troppo male.
E tronfio, sicuro, scaltro quel giorno – era il 3 giugno 2009 – rispondeva alle domande del giornalista di «Economy».
Segnai la prima.
«Lei è riuscito ad avere queste autorizzazioni perché sa trattare con la mafia, oltre che con i politici locali?».
Il signore del vento rispose: «tra gli arrestati c’era anche un insospettabile imprenditore del nord, Luigi Franzinelli, trentino, che fa affari con il gruppo Fri-el, un grande operatore delle energie rinnovabili di Bolzano, e che in Sicilia non disdegna di appoggiarsi a personaggi come Melchiorre Saladino, uno che si vanta di parlare e trattare in nome e per conto del boss Messina Danaro. Saladino e Franzinelli sono in galera e io sono qui a rispondere alle sue domande».
Ci vuole talento nella vita. E bisogna essere svegli, riconoscere il tesoro dove c’è, quando c’è. noi uomini siamo capaci da soli di fare cose egregie e riconoscere l’affare dov’è, quando c’è. Ma ci perdiamo per strada quando si tratta di collaborare con gli altri per il bene comune.
Il vento ha soffiato in faccia ai municipi, alle pareti degli uffici delle Regioni, davanti al palazzo del Parlamento. Ma nessuno gli ha mai aperto.
Ciascuno dei poteri pubblici ha inteso il vento a modo suo e tutti insieme hanno pensato che quella fortuna, quella energia vitale, naturale, quel bene collettivo e quella nuova risorsa energetica non si potesse distribuire in parti uguali.
Un po’ di vento a te, un po’ a me. Un po’ a tutti.
Si è deciso di buttare al vento il vento. Libero di soffiare ovunque, di essere trafugato in mani pulite o anche sporche. A favore di imprese serie o inaffidabili.
Lo Stato ha ammesso al grande banchetto anche centinaia di prestigiatori improvvisati (e poi a volte incarcerati), titolari di microsocietà da diecimila euro di capitale, un’industria inventata di sana pianta, senza curriculum, strategie, senza neanche un bilancio consolidato, senza niente.
Scatole vuote e già sfondate dal sospetto.
Imprenditori di paglia sono stati nominati tutori del bene comune.
Lo Stato ha semplicemente abdicato al suo dovere. Senza mai indicare, valutare, ammettere o respingere, proporre e magari calmierare, mitigare l’impatto ambientale, dire no qualche volta alle pale. No, qui no. Qui invece sì. Senza cura per il bene di tutti e senza cuore, senza amore per il territorio.
Lo Stato ha fatto fare affari. non ne ha mai siglato in conto proprio.
Perché?
Perché il privato è più bravo, sa fare le cose meglio del pubblico. Così si dice. Perché è più veloce, perché ha le capacità, l’intraprendenza. Perché sa rischiare i propri soldi.
Vattelapesca perchè. Troppe domande danno sui nervi.
Un consiglio comunale prima di decidere cosa è bene fare quanto tempo impiega?
Da solo ciascuno dei consiglieri avrebbe chiaro cosa fare.
Ma insieme le lingue si confondono, le anime belle si uniscono a quelle brutte. i pensieri buoni appassiscono, quelli cattivi prendono il sopravvento.
Credi a me, è meglio il privato. Dove c’è il privato c’è l’efficienza, dove c’è il pubblico avanza la corruzione.
Credi a me.