NARDO'/ROMA - "La conferenza che terrò, dal titolo “arte e schizofrenia” riguarda l’analisi di disegni, dipinti, tempere (e altro) che diversi pazienti schizofrenici hanno realizzato" dice il giovane medico-filosofo.
Conferenza “ARTE E SCHIZOFRENIA” del 23 ottobre 2012, ore 14, presso il Policlinico A. Gemelli di Roma organizzata dalla Fondazione “Ludovico Necchi” Alumni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dal prof. Luigi Cataldi.
Relatore: Pierluigi Parisi.
Il termine schizofrenia è stato da alcuni considerato come un’ ipotesi di lavoro in quanto non rimanda ad un costrutto etiopatogenetico o anche solo semeiotico-descrittivo ben definito. All’inizio del XX secolo Emil Kraepelin, riprendendo il concetto di demenza precoce usato nel 1845 dal belga Morel, descrisse il progressivo decadimento affettivo, più che intellettivo, con il termine tedesco Verblödung che va tradotto, più che con “demenza”, con “appiattimento” o “ottundimento”.
Il nome “schizofrenia” nasce tuttavia con Eugen Bleuler, il quale indica quel quadro semeiologico-clinico in cui compaiono deliri, allucinazioni, difficoltà nel mantenere i processi attentivi, perdita di interesse e piacere nelle attività quotidiane e disturbi emozionali. Secondo Bleuler è la Spaltung (scissione) a caratterizzare la dimensione fondamentale della schizofrenia. Di Bleuler ricordo le cosiddette “quattro A”: associazioni, affettività, ambivalenza, autismo. Sono i punti chiave in cui lo psichiatra deve maggiormente focalizzarsi cogliendo i deficit che qui manifesta un soggetto schizofrenico. Per disturbo delle associazioni si intende ciò che oggi è denominato disturbo formale del pensiero.
Per disturbo dell’affettività di intende l’indifferenza, l’ottundimento e la dissociazione delle emozioni dal resto della personalità. Per ambivalenza si intende il provare, nello stesso momento e in modo lacerante e contraddittorio, profonda attrazione e profonda repulsione per sentimenti, atti o pensieri. Per autismo invece si intende il ripiegamento sulla realtà interiore con un profondo distacco verso il mondo esterno: ciò è motivato da un atteggiamento protettivo nei confronti dei cosiddetti complessi emozionali, descritti dalla psicoanalisi. Bleuler considerò poi i deliri e le allucinazioni come sintomi accessori.
Di schizofrenia si conoscono diverse forme, o meglio, sotto la stessa entità nosografica possiamo raggruppare diverse fenomenologie riconducibili alla schizofrenia stessa: possiamo ricordare, a mo’ di esempio, la schizofrenia paranoide, la schizofrenia ebefrenica, la schizofrenia catatonica, ecc. Questo per dire che la schizofrenia è da sempre stato il termine indicante le manifestazioni della malattia psichiatrica per antonomasia, la vera essenza della follia così come può essere disegnata anche dall’immaginario collettivo.
La conferenza che terrò, dal titolo “arte e schizofrenia” riguarda l’analisi di disegni, dipinti, tempere (e altro) che diversi pazienti schizofrenici hanno realizzato. Analizzando questo materiale interessantissimo si può notare il modo stesso in cui i malati percepiscono, vedono e (si) rappresentano il mondo che li circonda. La destrutturazione formale del pensiero, la perdita della coerenza e della consapevolezza delle relazioni tra gli oggetti del reale si mostrano anche nelle opere (d’arte) esaminate.
Se si può definire l’arte schizofrenica “Arte” è un problema che non posso affrontare in questa sede perché dovremmo scavare ed addentrarci in un campo filosofico ed estetico che per essere sviluppato con dignità necessita di molte premesse e concetti preliminari: tuttavia la cosiddetta arte degli schizofrenici è detta Art Brut o Outsider Art in modo da poter essere differenziata, almeno sul piano terminologico, dall’Arte propriamente detta.
L’Art Brut mette in luce la destrutturazione formale del pensiero in vari modi: le rappresentazioni figurative perdono la costruzione prospettica e né accennano ad essa; le figure sono sproporzionate e ritratte di grandezza pari al significato emotivo che rivestono per il malato, o mettono in risalto parti del corpo relative ad ossessioni (come il ritrarre i genitali in modo accentuato o ingrandito); o ancora, le figure sono assolutizzate senza tener conto dei limiti concreti del foglio sul quale si disegna.
Non c’è proporzione alcuna da rintracciarsi nelle figure tra loro o tra la figura rappresentata e lo spazio in cui è possibile dipingere o disegnare. Sintomatico della perdita di relazionalità che la mente sana sa vedere è il disegnare gli oggetti in modo separato. Faccio un esempio: è facile che per disegnare “un bicchiere sul tavolo” lo schizofrenico disegni prima un bicchiere e poi un tavolo giustapponendoli senza raffigurare il rapporto spaziale che c’è tra i due oggetti.
Il fatto che il bicchiere sia “sul” tavolo importa poco o non è passibile di rappresentazione, prima mentale e poi materiale. Incredibile ancora vedere interi disegni, anche ben fatti tecnicamente, composti dalla ripetizione, (quasi) ossessiva, dello stesso oggetto tante volte quanto possibile all’interno della superficie del foglio sul quale si disegna, null’altro.
I disegni sono nella quasi totalità dei casi rappresentati in due dimensioni, proprio a causa della perdita di prospettiva, la quale, a sua volta, presuppone la consapevolezza di uno spazio astratto e assoluto all’interno del quale i corpi iniziano a prendere posto e a relazionarsi reciprocamente. La percezione di uno spazio unificante la molteplicità del reale è una funzione che la mente di uno schizofrenico non può assolvere. Uni-ficare significa proprio “fare-uno”, ma ciò è quanto di più arduo, ai limiti del possibile, nella schizofrenia che in quanto tale si fonda sulla Spaltung, sulla dissociazione.