NARDO' - Diceva solo "mamma" e "li piccinni". Pensava ai suoi due piccoli. Da quando gli riducono i medicinali, in maniera inspiegabile, è un peggioramento continuo. Muore in cella, da solo, gravemente ammalato, a soli 33 anni. La Procura della Repubblica di Trani apre un’inchiesta sulla morte in carcere dell'uomo, dopo una denuncia presentata dai familiari. L’ipotesi di reato è di omicidio colposo a carico di sconosciuti. 14 gli avvisi di garanzia. In queste interviste dei familiari tutta la rabbia per quanto accaduto a Trani.

Si conclude con una tragedia inattesa la breve vita di Gregorio Durante che ha un cognome il cui peso si rivela tale anche quando finisce alla sbarra: suo padre è Giuseppe, “Pippi”, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Renata Fonte avvenuto il primo aprile del 1984.
Il giovane Gregorio si trova il galera per aver schiaffeggiato, nel novembre del 2009, un ragazzo che sedeva sui gradini di casa sua e per un residuo di pena , strascico dell'operazione Taurus del 2004.
A dire dell'uomo il ragazzo rischiava di far cadere la moglie Virginia, allora incinta, e da ciò il diverbio con lo schiaffone che lo porta davanti al giudice: il 29 aprile il giudice del tribunale di Nardò dispone per sei anni di reclusione. Una pena molto severa perché Durante ha lo status di “sorvegliato speciale” e il carcere se lo deve fare tutto. Così viene rinchiuso al borgo “San Nicola” di Lecce e poi nel carcere di Bari che, però, è fatiscente.
Il sette aprile di quest'anno si sposta ancora: a Trani dove incomincia il percorso devastante che lo porta verso la fine.
Il giovane Durante, infatti, è ammalato da tempo: a sedici anni ha contratto una encefalite virale che lo ha quasi ucciso. Da allora è in cura con una terapia antiepilettica e, nonostante ciò, nel 2003 ha avuto una violenta ricaduta con un lungo periodo di ricovero al Vito Fazzi di Lecce. Da allora sta benone, anche in carcere perché viene sottoposto ad una terapia che prevede due farmaci che si chiamano Gardenale e Tolep.
Ma poi succede l'assurdo e, per questo motivo, i familiari si agitano molto: a Trani, il nove aprile, i medici decidono di eliminare la somministrazione di uno dei due medicinali. Quando la madre protesta la risposta è sconvolgente: “la Asl non lo passa”.
Il 4 dicembre tornano le crisi epilettiche ma il giovane viene imbottito di Valium. Il 10 finisce in ospedale, a Bisceglie, dimostra ansia e agitazione e rompe un vetro con un pugno. E' aggressivo. Il 14 si denuda in carcere, aggredisce medici e infermieri. Viene prescritta la contenzione fisica, cioè va legato se si agita troppo. La madre – e il medico della famiglia che lo visita – segnala ecchimosi sul corpo. Dal 16 al 18 è soggetto ad una sanzione disciplinare di isolamento durante il periodo di permanenza all'aria aperta.
Dal 21 è ormai catatonico: non collabora, non risponde. Nel carcere, evidentemente, pensano che sia pazzo perché lo mandano in ospedale per una consulenza psichiatrica da dove torna con la diagnosi di “stato ansioso reattivo” e un'altra raffica di Valium.
Il 27 il professor Luigi Specchio, professore e direttore della clinica neurologica dell'università di Foggia, va in carcere su incarico della famiglia e lo trova sulla sedia a rotelle, indossa un pannolone.
Dice solo due parole: “mamma” e “li piccinni”. Fa riferimento ai suoi due figli, di nove e due anni. Lo sguardo è perso nel vuoto e Durante non reagisce a nessuno stimolo. Deve essere imboccato e lo aiuta un altro detenuto, definito il “piantone” che lo alimenta con una siringa senza ago: gli spinge in bocca acqua e succhi ma Durante se li lascia cadere dai lati delle labbra.
Praticamente è un malato terminale lasciato in balia, sia pur amorevole e dedicata, non di un medico o un infermiere ma di un altro detenuto.
E' la fine: tre giorni ancora e il “piantone”, sabato mattina entrando nella cella trova il corpo del giovane riverso sul pavimento della sua cella. Morto.
Ed ecco la conclusione della visita del professor Specchio, tre giorni prima: “si avanza il sospetto di una ricaduta di uno screzio encefalitico e si impone un ricovero urgente in un reparto specialistico”. Ricovero che non è mai arrivato.
Antonio Durante è lo zio che lo amava come un figlio: con quel ragazzo alto, robusto e riccioluto ha condiviso l'attività quando gestiva il distributore di benzina in largo Osanna. Torce tra le mani le “carte” del professore di Foggia. Le aveva consegnate al cronista nella sera del 29 con il fine di lanciare un appello attraverso la stampa. Proposito abortito dalla rispettosa prudenza di non “incattivire” il magistrato, che avrebbe dovuto decidere del trasferimento in ospedale, e il direttore del carcere di Trani. “Volevamo solo curarlo” mormora tra i denti - volevamo solo salvare la vita al ragazzo”.
Annullata, annientata, è la giovane sposa, Virginia, che ora dovrà pensare ai due bimbi il cui solo nome faceva sorridere Gregorio durante i colloqui in carcere.
La mamma, Ornella Chiffi, ha combattuto fino all'ultimo, in tutti i modi. Ha avuto notizie di come è morto suo figlio dalla mamma di un altro detenuto che l'ha vista, avvinghiata al cancello del carcere chiedendo di entrare. “Pochi giorni prima – racconta – un detenuto anziano e con tanta esperienza mi ha chiamata e, in disparte, mi ha detto di trasferirlo subito in ospedale altrimenti l'avrebbe portato sì via, ma morto”. Tutti intuivano, tutti avevano capito ma nessuno ha mosso un dito. Perché?
“Quello è un lager – continua Ornella – ma ora voglio giustizia ed anche mettere in allarme quanti possono subire la stessa sorte. Chi ha ucciso mio figlio deve pagare, deve stare in galera, per lui devono riaprire l'Asinara”.
Il racconto del suo ingresso nel carcere al cospetto dei medici è da brividi: “c'erano tutti: responsabili, guardie, e un medico che mi ha detto che era un miracolo che fossi là dentro al suo sospetto. Pensava di essere il padreterno. Il cappellano mi ha rimproverata che quelle pressioni stavano irrigidendo i dirigenti del carcere. Ma quali pressioni – urla Ornella – quelle di una mamma che vuole salvare la vita a suo figlio?”
La signora e la moglie, tra le lacrime, rivelano quello che hanno saputo in carcere, durante i colloqui, ma della circostanza dovrebbe esserci un verbale che ufficializza quello che i medici pensavano di Gregorio: “credevano che stese recitando, che stava simulando una malattia pur di uscire dal carcere. Invece me l'hanno ammazzato. Aveva i segni dei lacci sui polsi, lo legavano e lo credevano pazzo. Ma io, sin da quando ha incominciato a balbettare – conclude la mamma - ho rivisto tutti i sintomi degli attacchi che aveva avuto in passato: era una ricaduta. L'ho capito io che ho la quinta elementare, perché loro non se ne sono resi conto? Bastava rileggersi la sua storia clinica".