DIOCESI DI NARDO' GALLIPOLI - La chiesa vista come un set dove "girare" un matrimonio invece che celebrarlo. Monsignor Domenico Caliandro dice basta a unioni spettacolari a beneficio di telecamera, a chiese richieste per la loro bellezza e santuari usati come scenografie. Dice stop ai "sì" organizzati da efficientissimi wedding planner che hanno chiamato anche dall'America per proporre a sua eccellenza di mettersi a disposizione per la celebrazione di matrimoni sott'acqua. A pagare il corso di sub per un paio di sacerdoti avrebbero pensato loro! La Chiesa locale, insomma, reclama le proprie prerogative e non ci sta a fare la comparsa mentre gli sposi dettano le regole: "pago gli optional e voglio otto testimoni, il prete biondo e il gruppo rock che interpreta l'ave Maria".
La redazione della portella del cuore ha collaborato con Onofrio Pagone per questo bellissimo articolo che stralciamo per voi. Tutto lo trovate sulla Gazzetta del Mezzogiorno in edicola stamattina.
LECCE - La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata una richiesta giunta dall’estero di poter celebrare il matrimonio sott’acqua, nel mare cristallino al largo del territorio della diocesi, che va da Porto Cesareo a Gallipoli passando da Nardò. I promessi sposi si erano offerti di pagare tutte le spese del caso, compreso il corso da sub per il sacerdote celebrante. Frattanto, agenzie specializzate d’oltreoceano avevano cominciato a proporre pacchetti tutto compreso per i promessi sposi americani: su un catalogo andava scelta la chiesa, e gli agenti garantivano di attivarsi per le incombenze organizzative.
Il marketing matrimoniale modello Las Vegas si stava facendo spazio anche in taluni siti online: approfittando del fascino turistico del Salento, il sogno d’amore poteva essere coronato senza ostacoli. Già, poteva: dal prossimo anno non sarà più possibile. Il vescovo di Nardò-Gallipoli ha deciso di vietare la celebrazione dei matrimoni in santuari, basiliche, rettorie e cappelle, cioé in tutte le chiese che non siano - o siano state - sedi parrocchiali.
Apriti cielo! Tra i fedeli e nelle Confraternite della diocesi, la protesta serpeggia da un mese e monta col passare dei giorni. Quella disposizione di mons. Domenico Caliandro non piace, non piace e non piace. Taglia alle Confraternite la possibilità di incassare offerte ulteriori - si dice - e poi non consente le nozze in quelle chiese neppure ai giovani cresciuti negli oratori confraternali.
Nossignori, basta: la chiesa non è un set, è la replica della Curia. La decisione del vescovo punta a limitare la scelta della chiesa come location ottimale per il filmino e le foto degli sposi, dettata dunque dalla bellezza del monumento e niente più.
La protesta si è già manifestata a Paràbita, sede della gettonatissima basilica della Madonna della Coltura; si sta diffondendo in maniera sotterranea a Copertino per via del santuario della Grottella ormai vietato agli sposi; è esplosa ieri a Gallipoli, dove ai matrimoni vengono interdette le chiese del centro storico, finora privilegiate per la bellezza architettonica dei luoghi.
Eppure il vescovo ne ha discusso per due anni con i preti e con i laici della diocesi, prima di firmare il documento che contiene la sua disposizione. Mons. Caliandro titola i suoi orientamenti per la pastorale familiare citando la lettera di san Paolo agli Efesini: «Questo mistero è grande», scrive. Tutto ruota intorno al matrimonio come sacramento, dunque passaggio essenziale della vita di un cristiano e del suo cammino spirituale e quindi da celebrare lì dove questo cammino si svolge: la parrocchia, appunto. Poco importa che sia quella di provenienza dello sposo o della sposa, o quella nel cui territorio gli sposi andranno ad abitare: l’importante è che sia una chiesa parrocchiale e non un generico luogo di culto. Perciò lo stop a santuari, cappelle e basiliche.
L’ordinanza è stata pubblicata poco prima di Natale; entrerà in vigore dal primo gennaio del 2013 e lascia confermate tutte le prenotazioni per quest’anno. In pratica, da ora in avanti non è più possibile prenotare celebrazioni nuziali se non nelle chiese parrocchiali e nelle ex parrocchie, perché in questa diocesi di recente ci sono stati accorpamenti.
La disposizione, in verità, non è un capriccio del vescovo. Risponde al dettato del codice di diritto canonico in vigore dall’83, che appunto privilegia la parrocchia come luogo per eccellenza della vita sacramentale. Certo, in nessuna diocesi esiste un formale documento episcopale per il rispetto di questa norma, ma ci sono precedenti indirizzati a fornire - nella sostanza - la stessa indicazione pastorale. Nella diocesi di Bari-Bitonto, per esempio, è fatto divieto di celebrare i sacramenti, e in particolare i matrimoni, nelle cappelle private annesse a masserie antiche e monumentali che, una volta ristrutturate, sono diventate sale per ricevimenti.
La Curia di Nardò-Gallipoli si affanna a spiegare la scelta del vescovo. Lo fa attraverso don Vincenzo Viva, direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali : «La Chiesa - afferma - vuole proteggersi da certa mentalità consumistica. La Chiesa prende atto dei cambiamenti avvenuti nella società, ma ha il dovere di orientare per evitare gli abusi. E soprattutto - insiste - la Chiesa deve educare: il matrimonio è un sacramento, e noi dobbiamo educare le coppie a scelte che abbiano un senso ecclesiale, di comunità».