I MIEI SILENZI SCRITTI - Era stata mia, un tempo

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PDM - Abbiamo "saltato" una domenica ma oggi torna, puntuale, il racconto festivo di Paolo Congedo.

 


Quella sera la abbracciai di una tenerezza infinita e di sospiri a tempo. Non 
sapevo se fosse l’inizio di una nuova vita o, semplicemente, la fine di un 
ciclo. Tutto era a mio sfavore, tutto remava contro ma non potevo fare a meno 
di amarla, lei era tutto ciò che una donna poteva essere.
Dopo i primi convenevoli dettati dalla circostanza e dalle necessità del 
momento, ci mettemmo seduti sul suo letto e iniziammo a parlare come sempre, 
con la cordialità e l'affabilità coltivata in tanti,troppi lunghi anni di 
lontananza, con la memoria degli anni passati, invano, ad essere l'uno 
dell'altro. I suoi stralci di vita, quella che ignoravo, le sue foto, quelle 
che non conoscevo, i sorrisi che mi ero perso. In quelle foto c'era tanto e 
tanto ancora. Evitai volutamente alcune di esse. In fondo anche io avevo un 
limite che mi ero imposto fermamente: la sua vita era la sua vita. Solo sua. 
Non dovevo entrarci, smuovere vecchi ricordi, fardelli pesanti più di macigni. 
Erano gli ultimi giorni, in fondo, poi sarebbe andata via, lontano, e non 
avrei avuto più modo di sentirla, di avere sue notizie. 
A pensarci, a pensarci bene, era una mia necessità non riceverne. Avevo 
necessità di metabolizzare il suo rapporto con un ragazzo che poteva offrirle 
tutto, avevo necessità di respirare a pieni polmoni e di riprendere in mano la 
mia balorda vita, la vita che si era presa gioco di me. La vita che mi aveva 
fatto un cadeau straordinario quando non ne avevo necessità perché, da solo, 
sarei stato meglio. 
Ora, mentre i miei passi procedono veloci, per piazza Mazzini, pensavo ad una 
cazzata. Pensavo all'alzheimer. Poteva essere una soluzione. L'unica, a 
ragionarci su. Brucia le cellule e crea vuoti di memoria. Un toccasana per chi 
aveva avuto quell'enorme peso chiamato amore.
Che orrore pensare ad un simile male per poter vivere meglio. Un paradosso 
assurdo. Un triste ossimoro.

Il gatto, fra due fusa e il suo acciambellarsi morbido, mi diede l'occasione 
di deviare il corso. In fondo ero da lei per salutarla, per darle il mio ultimo 
respiro e voltare pagina. Per questo la accarezzai tanto e, sospirandole in un 
orecchio, la amai ancora una volta. L'ultima.

Il risveglio mi lasciò l'amaro in bocca, avevo ancora addosso il suo profumo e 
i ricordi di ogni suo gesto. Il suo corpo, di burro e dal sapore di malinconia, 
lo ripercorrevo chiudendo gli occhi ma bisognava dare una svolta.
Non ci misi molto a crearmi un'alternativa, per quando discutibile fosse. Mi 
sistemai i capelli, un paio di jeans e una t-shirt rossa in cotone pettinato ed 
entrai in cucina. I miei erano già fuori al lavoro e mia madre aveva già 
disposto i biscotti sul tavolo per la mia colazione. Una tazza di latte e un 
cornetto con ripieno di marmellata chiudevano il cerchio magico. Sempre 
paziente, mia madre.
Entrai in auto e presi la direzione che dovevo, la complanare che dovevo.