I MIEI SILENZI SCRITTI - Il rivale

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PDM - Quel bar era affollato come sempre e io morivo dal sonno.

Quella notte avevo dormito poco e l'avevo sognata. Non era da tanto che non la sognavo, anzi. Avevo fatto sogni agitati e quattro ore di sonno avevano dato la botta finale al mio corpo già debilitato.
Un caffè e il sole 24 ore- chiesi in cassa.
In allegato c'era un libro di racconti di grandi autori in prevalenza 
americani. Mi piaceva la letteratura americana e da noi non se ne parlava 
affatto. Non aveva una cassa di risonanza tale da stuzzicare la curiosità nel 
lettore medio.
Malamud. Mai sentito. Mi faceva ribrezzo fare un'affermazione simile ma, che 
ci vuoi fare, ognuno ha la preparazione che si merita.
Il cassiere mi informò dell'allegato al giornale poco sapendo che io lo 
acquistavo apposta. Cosa farmene dell'economia? Si gestiva da sola, l'economia. 
Pagai due euro e ottanta e mi avviai al banco bar. Ne avevo bisogno, quella 
mattina. Il caffè mi avrebbe ristorato e dato una smossa a questa apatia. 
Fu nel ritirare il caffè che mi accorsi di lui. No, da non crederci. Come in 
un film me lo ritrovavo davanti. Era lui, ne ero certo. 
E io? Io, chi ero per lui? Mi conosceva? Aveva mai sentito parlare di me? Il 
mio viso gli era familiare quanto il suo per me?
Mi svegliai di botto e il caffè era lì a guardarmi. 
Lui era vicino i giornali, a spulciare fra le news. Sfogliava. Rimetteva a 
posto e si muoveva con impazienza nelle sue polacchine scamosciate grigie 
chiare. Impaziente. O insofferente, non mi riusciva di inquadrarlo. Mi 
avvicinai alla cassa e ritirai giornale e opuscolo. L'avevo anticipato. Mi era 
affianco. Alto, cazzo se era alto. Alto nella sua polo nera striminzita e 
infilata nei pantaloni lilla. Erano anni che non vedevo una polo nei pantaloni. 
Cinta nera. Era magro da far paura e i suoi capelli arruffati e un po' sporchi. 
davano una pessima impressione. Barba incolta.
Era il suo uomo, lo era da anni ed era il mio incubo. Era stato l'incubo 
dell'ennesima notte.
Come potevo competere con lui? Mi promisi che, da subito, avrei iniziato la 
dieta. Avrei letto di più, e mi sarei impegnato nel sociale. Dovevo farlo, 
dovevo. Dovevo perché l'amavo e se lei lo aveva scelto invece di scegliere me, 
qualche motivo c'era di sicuro.
Era bello? Mi misi a distanza per sorseggiare il caffè e, intanto, non lo 
perdevo d'occhio. Quella polo nei pantaloni lo rendeva goffo e dava 
l'impressione di avere la spalla curva...
Lo vedevo con occhi diversi, era ovvio, lo vedevo con occhi carichi di rancore 
e di speranze. Avevo l'impressione che anche lui mi guardasse, anzi ero pronto 
a scommetterci qualcosa. Si mi aveva riconosciuto, non poteva spiegarsi 
altrimenti la sua necessità di prendere il caffè nel punto più lontano dalla 
mia posizione. Voleva spiarmi. Voleva conoscermi proprio come io facevo con 
lui…

Poi mi fermai, presi fiato, ritornai alla mia dimensione. Io ero già stato 
impegnato nel sociale e il mio impegno non era stato, di certo, inferiore al 
suo. Leggevo da sempre. Io ero io e lei doveva accettarmi proprio perchè tale. 
Non dovevo cambiare nulla. D'altronde, io l'amavo proprio perché lei mi offriva 
tante sfaccettature che nessuna donna sarebbe mai stata in grado di offrirmi. 
Se lei fosse cambiata, adeguandosi a dei canoni differenti, per me sarebbe 
caduto un mito. Lei era ciò che avevo sempre cercato. Io non le stavo bene? 
Pazienza, l'amore non è a senso unico. 
p.c.