Privacy

Il travagliato iter dei comprensivi a Nardò. Di Rina Calignano

Stampa

NARDO' - Una dirigente scolastica in pensione tenta di fare chiarezza su un tema caldo, complesso e attuale come quello della razionalizzazione della rete scolastica. Tante, in questo periodo, le lamentele e richieste di chiarimento da parte di genitori e docenti. Cerchiamo di dare una risposta.

 

Le scuole dell’obbligo di Nardò sono investite dal piano di dimensionamento che ha visto il susseguirsi di tre proposte differenti, rispettivamente del Comune, della Regione a correzione di quella del Comune e infine del Comune stesso, a superamento della sua prima proposta e di quella della Regione. Intanto il malcontento si tocca con mano, mentre manca serenità e fiducia sia in molti utenti che in tanta parte del personale scolastico.

Perché questa situazione? Si poteva evitare?

Andiamo per gradi per cercare di fare chiarezza e vedere di capirci qualcosa alla luce della normativa su questa materia.

1.Gli istituti comprensivi vengono istituiti con la legge n. 97 del ’94, ben prima della legge n. 233 del ’98 che riguarda il dimensionamento delle scuole.

 

2. La legge istitutiva degli istituti comprensivi è cosa diversa dal dimensionamento della rete scolastica. Essa riguardava la possibilità eccezionale di istituire nei paesini di montagna con meno di 5000 abitanti un unico presidio scolastico di materna elementare e media, come immagine di ruolo sul territorio.

 

3. La legge n. 233 del ’98, tuttora vigente, riguarda invece il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche, fissato tra 500 e 900 alunni. L’introduzione di questi parametri si rese necessaria ai fini dell’attribuzione della personalità giuridica e dell’autonomia alle scuole perché quei numeri potevano consentire “dimensioni idonee a garantire l’equilibrio ottimale fra domanda di istruzione e organizzazione dell’offerta formativa”. Per raggiungere il dimensionamento ottimale si è proceduto, nella fascia dell’obbligo, sia ad accorpamenti orizzontali (scuole dello stesso grado) che verticali (scuole di grado diverso), a seconda della praticabilità dell’una o dell’altra soluzione.

 

4. La legge n. 211 del 2011 ha ampliato i parametri ai fini dell’acquisizione dell’autonomia, portandoli a 1000. Questo ampliamento è richiesto unicamente da motivi di contenimento della spesa pubblica. E’ evidente che diventa più agevole raggiungere questo nuovo tetto numerico attraverso l’implementazione di istituti comprensivi. Ciò, però, non esclude, essendo tuttora vigente la 233 del ’98, che le scelte di razionalizzazione non possano andare anche verso l’accorpamento orizzontale, se dovessero apparire più naturali e calibrate e in grado di sconvolgere il meno possibile gli assetti.

 

5. La costituzione dei comprensivi trova la sua ratio nella progettazione di un percorso formativo in continuità che accompagni per 11 anni l’allievo. Cioè la stessa scuola che accoglie il bambino a tre anni si prende cura di lui guidandolo nella sua crescita per tappe di acquisizione di competenze via via più complesse fino a 14 anni.

 

6. Per non vanificare questa fondamentale esigenza è indispensabile che nel progetto di razionalizzazione della rete scolastica vengano individuate porzioni ben circoscritte di territorio le cui scuole, nei diversi segmenti, ricadano in uno stesso comprensivo.

 

Nardò ha scelto di dotarsi di tre istituti comprensivi. Bene. A questo punto però una domanda è d’obbligo. L’ultimo piano varato dal Comune ed approvato dalla Regione risponde alle esigenze richieste dalle norme ? A me pare di no. Basta una cartina del territorio per rendersene conto.

Un bambino ad esempio che frequenta la scuola dell’infanzia J. Piaget (via O. Quarta), aggregata al 3° comprensivo, continuerà la scuola elementare nel plesso vicinissimo Don Milani (via Crispi) che è aggregato invece al 1° comprensivo. Ma almeno continuerà qui l’ultimo segmento di scuola media ? E’ molto improbabile perché a due passi ha la Media G.B. Tafuri (via Manieri) che fa parte a sua volta del 2° comprensivo. E gli esempi potrebbero continuare.

Perché questo pasticcio? Come spiegarlo? E’ su questi parametri infatti che va misurata la congruità/incongruità delle scelte da parte di un’amministrazione.

Certamente la razionalizzazione della rete scolastica è operazione delicata e complessa per l’alto numero di variabili in gioco. Perciò va progettata per tempo e attuata con gradualità al fine di consentire un assestamento il meno traumatico possibile, dal momento che un’operazione di questo tipo è chiamata ad incidere profondamente sui centri di formazione della nostra città.

Assemblare i numeri perché i conti tornino non ha senso, per la semplice ragione che ciò va a scapito degli aspetti qualificanti del processo di razionalizzazione.

Inoltre ha complicato la vita ai genitori la dichiarazione, alla loro presenza, dell’assessore all’istruzione, secondo la quale la sede di via Marzano andava chiusa perché insicura ed inagibile, salvo ricredersi successivamente, con buona pace dei genitori stessi che hanno assistito increduli a questa performance. Ovviamente il risultato è che le famiglie non si fidano più e non iscrivono in quella sede i propri figli, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Ma quelli che i figli li hanno nelle classi successive alla prima, in che stato d’animo affronteranno il nuovo anno scolastico?

Non mi pare si possa parlare di gestione seria e responsabile del problema. Una scelta così impegnativa, da cui discende la crescita umana e culturale dei nostri ragazzi, con ben altra competenza e lungimiranza andava affrontata per approdare a soluzioni condivise, capaci di dare serenità alle famiglie ed agli operatori della scuola e garantire al contempo una formazione di qualità.

Da persona di scuola ritengo che questo piano non funzioni bene e ne avvertiremo purtroppo le conseguenze, tranne che non si voglia trovare la ragionevolezza di rivederlo completamente alla luce dell’obiettivo principale: garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione di uno stesso comprensivo.

Rina Calignano