In tanti manifesti il lutto che pervade una comunità
Un fenomeno sociale indagato con sensibilità ed attenzione
Campeggiano dai manifesti murali. Il volto di un ragazzo, di una giovane donna, di un padre, tutti “richiamati” in vita dalla cerchia familiare che intende ricordarli. Prima di tutto a sé stessi poi agli altri. Ritratti nei momenti di serenità, nel fulgore dei loro anni felici. Nella maggior parte dei casi si tratta di povere vittime della strada. Nardò, purtroppo, negli ultimi tempi è stata funestata da tante terribili disgrazie.
Ma cosa spinge, anche a distanza di tempo, a voler ribadire il lutto, si direbbe, a mantenerlo vivo, proponendolo a quanti quella stessa persona non conoscevano e finanche non ne fossero mai venuti a conoscenza? C’è un quid di misterioso in questa scelta. A sgombrare il campo non diremmo mai che si tratta di ostentazione del lutto. D’altra parte, cosa poi significherebbe? Piuttosto può riguardare la propria sfera intima, quella familiare, di nucleo, che scuote la propria identità nel momento del lutto improvviso. Insomma, una necessità, un cibo dell’anima. In cerca di lenimento della propria ferita, del rafforzamento della propria condizione. E’ come se, i familiari colpiti, in quei volti, volessero sempre rispecchiarsi e intanto rinnovarsi. Perché si tratta di ragazzi nel fiore degli anni, di padri amorosi che lasciano i loro figli su questa terra.
C’ è in tutto questo l’irrimediabilità della condizione. Nessuno può tornare in vita, ma c’è chi si aiuta con la fede, col fatto – viene detto – che della morte si farà uno sberleffo, non sapendo questa che il loro congiunto resterà per sempre nei loro affetti e nel loro cuore.
Si può però ben dire che dal momento in cui si è colpiti duramente dalla disgrazia, da quel momento tutto cambia e la propria vita assumerà una personale traiettoria fatta di azioni conseguenti. Tutto cambia, sempre a cominciare da se stessi, alle prese con un senso di fragilità, un intimo scosso. Ci vuole a quel punto tanta forza per ricominciare. Si rischia di annullarsi nel lutto, cosa che bisognerebbe evitare (ma è sempre facile dirlo) perché, come si dice, la vita continua. E’ certo che continua ma, evidentemente, per quelle persone, in maniera diversa e più dolorosa rispetto ad altre.
C’è un caso che voglio raccontare e che è accaduto lo scorso anno in un paese della provincia di Lecce. Due sorelle anziane hanno vegliato per giorni il loro papà morto. Si erano barricate in casa senza farlo sapere a nessuno. La cosa era stata poi scoperta, creando sconcerto e la conseguenza di un clamoroso e lungo articolo sul giornale. Cos’era passato per la mente a quelle due sorelle?
Certo, per tanti qualcosa che non si può giustificare, con la conseguente denuncia per occultamento di cadavere e l’inserimento persino dell’Inps a voler vedere chiaro nella vicenda, non avendo avuto comunicazione del decesso. Ma cosa ha importato a quelle due sorelle che per tanti anni avevano accudito il loro papà? Nulla, essendosi racchiuse nel loro dolore, devote quasi di fronte a una vita senza eguale offerta dal loro genitore. E’ come se in quel dolore e nella decisione dolorosissima si siano ricondotte a un istinto primordiale, compenetrandosi nel lutto. Per loro, a quel punto, era quello il senso della vita, della “loro” vita e a null’altro avrebbero creduto, a cominciare da quanti poi gli avevano fatto la predica, a dirgli che è una cosa da pazzi. Insomma, che era stato da insensate comportarsi in quel modo. Per fortuna, non ci furono conseguenze, nessun provvedimento venne preso. Si mantenne, com’era giusto, il senso di partecipazione al dolore di chi per tanti anni aveva conosciuto e ammirato le due povere sorelle.
Tutto ciò per significare – banalmente – che abbiamo difficoltà a capire il lutto altrui. Anche perché - da quel momento - niente è più come prima, incerti nell’inseguire i fili di una diversa condizione di vita. Alla fine, pertanto, quei manifesti murali con i volti delle vittime parlano a tutti; a quei volti (ritratti sorridenti, in famiglia, “ancora “vitali”) , siamo ormai abituati, “incontrandoli” sulla nostra strada, sentendoli parte della nostra esistenza (un po’ come è capitato in passato per i tanti cippi che venivano posti sulla strada, a voler ricordare che in quel punto c’era stato un incidente, una vittima; esiste anche a Nardò, sulla via del mare, accanto al distributore di benzina Q8).
Perché, poi, è sempre successo di doverli “commentare”, spendere qualche parola su quelle morti premature che lasciano nell’angoscia le loro famiglie, chiamate di lì a breve a “riorganizzarsi” a “reimpostare” la vita. Pare esser questo quello che vogliono dirci quei manifesti murali che, vediamo, soltanto il vento e la pioggia riescono a staccare. Non prima, però, di averne assorbito il loro significato e averlo fatto nostro.
Luigi Nanni