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La serietà, nella "Caverna", per un argomento che la richiede. Tra apparenza, spot e protocolli firmati il sette agosto

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LA MORTE DI CLAUDIA PORTA DRITTO A PRECISE RESPONSABILITA’
FAMIGLIE E SCUOLA VERSO L’ABDICAZIONE

Fa male una comunità a rassegnarsi a eventi, a torto ritenuti ineluttabili. Ancora una volta si parla di incidenti stradali, con Nardò che negli ultimi tempi ha pagato un altissimo tributo in termini di vite umane (l’ultima vittima, la povera Claudia, ragazza di 23 anni perita nell’incidente dalle parti del villaggio Santa Rita).

La stessa comunità dovrebbe invece chiedersi se è stato fatto tutto il possibile per scongiurare simili tragedie. La risposta è disarmante. Non soltanto è stato fatto poco o niente, ma è più probabile che il problema non se lo sia nemmeno posto. Dovendo poi subire la giaculatoria di tutte le statistiche possibili che parlano di morti e feriti, di danni sociali incalcolabili. A questo punto, davvero, come recita una cruda e indovinata pubblicità-progresso sulle rete Rai, commentando svariate tipologie di incidente stradale, e con la triste conseguenza di vittime, “tornare indietro è impossibile”. Col paradosso (ma non è cinismo) che dette trasmissioni i ragazzi nemmeno le vedono.

Si dirà che l’incidente può sempre succedere. E’ vero, ma quello in cui è incappata Claudia (a cui bisogna aggiungere tre feriti gravi, compagni di viaggio) fa parte a pieno titolo della casistica dell’incidente “che si poteva evitare”. Ed è proprio così se si considera la dinamica dei fatti. Quattro ragazzi che partono da Leverano per una serata in allegria e alle 4.30 si portano dalle parti di Gallipoli, probabilmente per rientrare a casa, ma vanno a schiantarsi contro una rotonda, svincolo in direzione del villaggio Santa Rita, in una zona che non presenta particolari difficoltà di transito o situazione delle strade. Non sono coinvolte altre vetture. Si scopre subito che il conducente è positivo all’alcol. Situazione esplosiva che, unita a stanchezza, probabilmente ha causato l’incidente.

Incidente che ricorda pari pari quello avvenuto lo scorso anno non lontano da quella zona. Ragazzi della provincia di Varese che lasciano la discoteca all’oltre-alba e alle 7.30 intendono rientrare a casa. Sbagliano direzione e, volendosi repentinamente immettere sulla strada principale, non rispettano la precedenza. Vennero falciati da un camion. Ci furono morti e feriti. Anche in quel caso, si appurò, che stanchezza, privazione di sonno e alcol avevano fatto la loro parte.

Fermo restando tutto il dolore e la comprensione per eventi così luttuosi, è forse bene fermarsi un po’ a ragionare. E chiedersi se nelle pieghe del lutto e dell’irreversibilità non ci sia anche posto per qualche parola severa, qualche responsabilità da addebitare, richiami da fare. Far finta di niente, addebitare tutto all’avverso destino, non aiuta capire. Per poi dover scoprire che tanto rimanda alla responsabilità delle famiglie e (se sono rimaste) alle cosiddette agenzie educative (mettiamoci la Scuola) che davvero non hanno all’ordine del giorno l’impegno rivolto a prevenire tali tragici eventi. A tal proposito non si registrano attività di sorta. E’ come se la cosa non interessasse nessuno. E rappresenta certo la classica foglia di fico l’immancabile protocollo (firmato, però, il 7 agosto!) tra gestori di discoteche, Prefetto e qualcun altro.

In breve. Per entrare ci si sottoporrà alla prova dell’alcol (ma quello alle droghe non è contemplato).

Ma si tratta di un lavoro faticosissimo anche per le Forze dell’Ordine, col rischio di trasformare una discoteca (o struttura similare) in un posto di frontiera.

La stessa “catena di comando” fa acqua da tutte le parti, con gestori di discoteche che non sono anime candide e controlli sempre insufficienti, “a campione”. Per poi scoprire che, abbiamo le discoteche “pollaio”, dove non dovrebbero accedere più di un tot di persone (in un caso il numero era raddoppiato), che lo sballo è anche all’interno della stessa discoteca e che tutt’intorno (al buio della notte, la rischiarano con le loro torce), c’è sempre una non trascurabile attività di spaccio.

Tutto ciò per dire cosa? Che è tempo di uscire allo scoperto e dall’ipocrisia, investendo energie e risorse per fronteggiare un fenomeno che a cascata porta dritto verso tragedie annunciate. Forse non c’è bisogno di ripetere che la causa di morte per ragazzi sino ai 20-25 anni è proprio l’incidente stradale. Ovvio, non tutto è discoteca, ma è anche velocità e come s’è detto, guida pericolosa in virtù (!) di assunzione di alcol e droghe.

Forse i nostri giovani avrebbero qualche osservazione da fare alla nostra predica. Probabilmente avrebbero anche ragione su tante cose e proposte da fare. E finanche convenire senza esitazioni che bisogna fare di più e meglio. Compito che da anni porta aventi l’Associazione “Alla Conquista della Vita” del Presidente Walter Gabellone che, dalla morte del figlio avvenuta alcuni anni fa in un incidente stradale, non smette l’impegno a divulgare tra i giovani il rispetto della vita. Loro e degli altri.

LUIGI NANNI