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IL COMUNE PERMALOSO - Una direttiva che potrebbe piacere all'anziana e suscettibile zia zitella

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NARDO' - E così il Comune che teme il meme più della possibile incompatibilità finisce per sembrare un gigantesco gruppo WhatsApp di condominio: suscettibile, gerarchico, pieno di vocali lunghi e convinto che il vero problema siano sempre quelli che commentano, mai quelli che decidono.

C’è una cosa meravigliosa nella pubblica amministrazione italiana: la capacità di essere contemporaneamente severissima e distrattissima. Inflessibile con l’ultimo geometra del settore urbanistica che mette un like sbagliato sotto un meme di Crozza, ma tenera, maternamente indulgente, quando si tratta dei piani alti.
Una specie di diritto amministrativo emotivo: rigido verso il basso, omeopatico verso l’alto.

A Nardò, per esempio, pare che il problema istituzionale del momento non sia tanto l’eventuale incompatibilità di chi entra in giunta mentre presiede un’associazione che gestisce impianti comunali, quanto il rischio che qualche dipendente comunale osi scrivere su Facebook qualcosa di sconveniente. Tipo: “ci sono troppe buche” oppure “forse il sindaco non è Churchill”. Roba da sovversione cubana.

E allora ecco la grande stagione del controllo reputazionale permanente. La direttiva del segretario generale, formalmente dedicata al “ corretto utilizzo dei social media ”, sembra scritta da un incrocio tra l’ufficio disciplinare e una zia suscettibile. Non si tutela soltanto l’immagine dell’ente — che sarebbe persino comprensibile — ma il “prestigio” e "l’onorabilità” degli organi di vertice. Cioè, tradotto dal burocratese: guai a parlare male dei capi.

Il punto straordinario è che questa improvvisa passione per il rigore giuridico arriva in un Comune dove, pochi giorni prima, l’incompatibilità assessorile sembra essere stata trattata con l’approccio metodologico di chi timbra il parcheggio al mare. Autodichiarazione, protocollo, sorriso, foto di rito e via andare. Tutto molto agile. Tutto molto smart. L’amministrazione digitale, evidentemente, serve soprattutto a velocizzare le autocertificazioni salvifiche.

La vicenda dell'assessora Libetta, infatti, è narrativamente perfetta perché contiene tutto il meglio del municipalismo italiano contemporaneo: comunicati trionfali, retorica sulla “squadra”, celebrazione del “modello amministrativo”, e quel dettaglio minuscolo, quasi invisibile, della presidenza del Circolo Tennis che gestisce impianti comunali. Un dettaglio che il TUEL, quella roba polverosa che nessuno legge mai finché non arriva una Procura, considera invece piuttosto interessante.

La cosa divertente è che l’amministrazione pare aver enfatizzato essa stessa, nei comunicati ufficiali, il ruolo della neo assessora come presidente del Circolo Tennis Nardò. È come fare una conferenza stampa sull’etica vegan davanti a una porchetta fumante. O c’è incompatibilità oppure non c’è: ma se non c’è, forse sarebbe stato opportuno spiegare perché. Magari con qualcosa di più sofisticato di una autodichiarazione protocollata in modalità “spunta blu”.

Perché qui non si discute la persona — che infatti nessuno mette in discussione — ma il meccanismo. Quel meraviglioso automatismo amministrativo per cui il cittadino comune viene sottoposto a controlli degni della revisione NATO mentre per gli organi apicali vale la versione istituzionale del “ma sì dai, figurati”.
Ed è qui che la direttiva social diventa quasi poetica. Perché il dipendente comunale viene ammonito a non pubblicare contenuti che possano ledere l’onorabilità degli amministratori. Non l’ente. Gli amministratori. Una sfumatura fondamentale.

È il passaggio dalla pubblica amministrazione alla pubblica permalosità.
La Repubblica fondata sul lavoro diventa la Repubblica fondata sul monitoraggio delle stories.

C’è qualcosa di profondamente comico nel vedere l’apparato pubblico trasformarsi in detective dei social network.
Il dipendente non deve soltanto lavorare bene: deve anche sorridere digitalmente nel modo corretto. Non commentare troppo. Non ironizzare. Non sembrare dissenziente. Magari evitare pure le reaction passive-aggressive, che oggi un “ wow ” sotto il post sbagliato vale quasi un attentato all’ordine costituzionale.

Naturalmente tutto questo viene confezionato nel lessico meraviglioso del paternalismo amministrativo: “decoro”, “prestigio”, “onorabilità”. Parole che nei Comuni italiani vengono usate come il prezzemolo. Servono a tutto. E soprattutto servono quando manca il coraggio di dire chiaramente una cosa: “non criticate il potere”.
Il punto giuridicamente interessante — e politicamente esilarante — è che l’analisi critica allegata alla direttiva evidenzia proprio il rischio di sconfinamento: il segretario comunale può coordinare, indirizzare, richiamare norme esistenti. Ma quando introduce limiti ulteriori alla libertà di espressione e costruisce nuove categorie disciplinari, entra in un territorio scivoloso.
E qui nasce il sospetto più irresistibile di tutti: che il Comune sia molto più rapido a disciplinare un commento sarcastico su Facebook che a verificare con severità millimetrica le compatibilità degli assetti di governo.

Perché in fondo il problema vero non è mai il conflitto d’interessi. È il conflitto di narrativa.
Il dipendente che ironizza sui social diventa pericoloso perché incrina il racconto della perfezione amministrativa.
L’assessore con possibili profili di incompatibilità, invece, si gestisce. Si accompagna. Si protocolla. Si stempera.

È la vecchia regola non scritta della pubblica amministrazione italiana: il basso deve essere irreprensibile, l’alto semplicemente presentabile.
E così il Comune che teme il meme più della possibile incompatibilità finisce per sembrare un gigantesco gruppo WhatsApp di condominio: suscettibile, gerarchico, pieno di vocali lunghi e convinto che il vero problema siano sempre quelli che commentano, mai quelli che decidono.