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PURPU! PURPU FRISCU! - Udire la voce, inconfondibile, con questo richiamo per le massaie. E poi arrivavano loro, con passo lento

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IL RACCONTO D'AGOSTO - Erano due i “purpari” che ricordo passare per via Lata, a Nardò: Scarpa e De Magistris.purpu

“Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu!”

Il centro storico di Nardò è stato la culla della mia infanzia.

Il mio punto di osservazione privilegiato era il balconcino della casa delle zie, al primo piano di via Lata. Da lassù, affacciata su quella strada stretta e lunga, guardavo il mondo scorrere sotto i miei occhi: voci, volti, gesti, storie e piccoli rituali di una vita quotidiana.

Era la mia piccola Nardò d’altri tempi, che oggi non c’è più.

Lungo la strada si svolgeva una vita semplice:c’era chi si affacciava sulla soglia di casa, chi si fermava a parlare, chi la percorreva diretto verso piazza Salandra o verso piazza Castello. E c’erano, soprattutto, i venditori ambulanti.

Ognuno aveva la propria voce, il proprio richiamo, un modo particolare di annunciare la merce. Bastava sentirli da lontano per capire chi stava arrivando.

Tra quelle figure che, da bambina, vedevo passare sotto il balconcino delle zie, una è rimasta impressa nella mia memoria: “lu purparu”, il venditore di polpi.

A Nardò c’erano diversi “purpari”. Alcuni vendevano il polpo girando per le vie del paese, altri avevano una postazione fissa in luoghi conosciuti, come la “chiazzeddha”, la chiesa del Carmine, piazza Castello e la chiesa dei Paolotti.

Ma erano due i “purpari” che ricordo passare per via Lata:Scarpa e De Magistris. Li vedevo camminare sotto il balconcino delle zie, con il polpo in mano e gli altri adagiati nel recipiente.

Entrambi abitavano “ddhetu lu Faulu”, nella zona dietro la chiesa di Santa Teresa. Di De Magistris ricordo che aveva una sola mano. Si diceva che avesse perso l’altra durante una battuta di pesca, quando una bomba, usata per catturare i pesci, gli era esplosa accidentalmente.

Più dei loro volti e del loro passo lento, ricordo soprattutto la loro voce, che arrivava prima ancora che comparissero in fondo alla strada: «Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu!»

Era una voce che apparteneva ai suoni di via Lata, insieme al rumore dei passi, alle chiacchiere della gente e ai richiami degli altri venditori. Bastava sentirla per sapere che “lu purparu” era arrivato.

La gente si fermava, si avvicinava, guardava la merce. Per qualche momento, la strada sembrava raccogliersi intorno a lui.

L’altra cosa che ricordo molto bene è il modo in cui “lu purparu” mostrava il polpo. Era un gesto che, da bambina, mi incuriosiva più di ogni altra cosa.

Infilava le dita nella sacca e lo muoveva come un piccolo fantoccio. Poi lo sollevava in alto, quasi a presentarlo ai passanti. I tentacoli ricadevano morbidi, penzolando lunghi nell’aria, e quel movimento sembrava raccontare, senza bisogno di parole, la freschezza e la grandezza del polpo.

Io lo guardavo incuriosita, quasi incantata, seguendo con gli occhi quel polpo che sembrava prendere vita tra le sue mani. Allora non potevo capire che quel gesto, così naturale per lui, avesse qualcosa diteatrale: era una piccola esibizione, un modo semplice e insieme sapiente di attirare lo sguardo dei passanti e convincerli della bontà di ciò che vendeva.

Ripensandoci, mi sembra quasi una piccola scena di teatro popolare: “lu purparu” al centro della strada, il polpo che si muoveva tra le sue dita, la gente intorno e quella voce che risuonava nella via.

E io, bambina, affacciata dal balconcino delle zie, guardavo tutto dall’alto.

Quel polpo, dalla strada, arrivava anche sulla nostra tavola.

Mio padre lo comprava e, prima che la mamma lo cuocesse, lo chiudeva in un sacchetto e lo batteva con il batticarne per ammorbidirlo. Era un gesto antico, semplice e naturale, fatto con la stessa familiarità con cui “lu purparu” maneggiava i suoi polpi.

Oggi basta metterlo nel congelatore; allora servivano le mani e la pazienza.

Poi arrivava il momento della cottura.

Mia madre preparava “lu purpu a pignatu”. Vi metteva il polpo insieme a poche verdure, senza aggiungere altro.

La pignata veniva lasciata sul fuoco lento e, poco alla volta, il polpo cuoceva nella propria acqua, formando un sughetto saporito. Il profumo riempiva la cucina.

Non servivano ricette elaborate. Bastavano una pignata, pochi ingredienti, il fuoco lento e la sapienza di una mamma.

E così quel polpo che avevo visto per le strade del paese, penzolare tra le dita del “purparu”, dopo essere passato dalle mani di mio padre e da quelle di mia madre, finiva sulla nostra tavola.

Era un piccolo viaggio: dal mare alla strada, dalla strada alla nostra casa e, infine, nel piatto.

Allora non potevo comprenderlo, ma oggi penso che, in quel semplice percorso, ci fosse tutto un modo di vivere.

Oggi la figura di “lu purparu” è scomparsa dalle strade di Nardò. Anche le abitudini di vita sono cambiate e quel modo semplice e diretto di vendere il polpo appartiene ormai al passato.

Non si sente più quel grido risuonare per le vie del paese: «Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu!»

Eppure, quelle parole hanno ancora il potere di riportarmi indietro nel tempo.

Basta ricordarle e sono di nuovo sul balconcino delle zie, in via Lata: rivedo la strada animarsi al passaggio del “purparu”, la gente che si fermava, quel polpo che diventava quasi un piccolo burattino tra le sue dita.

Poi il ricordo entra in casa:rivedo mio padre con il batticarne in mano, mia madre accanto alla pignata e ritrovo, quasi intatto, il profumo del polpo che cuoceva lentamente.

In quelle scene ritrovo una Nardò fatta di mestieri, voci, odori, sapori semplici e saperi tramandati senza libri o ricette scritte, ma attraverso le mani e l’esperienza.

Non immaginavo che quelle scene così semplici sarebbero rimaste dentro di me per sempre e che un giorno avrei cercato di ricomporle una a una: la strada, i volti, il recipiente, il polpo, la pignata, le mani di mio padre, quelle di mia madre.

E soprattutto non sapevo che, insieme a quel polpo, stessi guardando passare un pezzo della Nardò della mia infanzia.

Una Nardò che il tempo ha trasformato, ma che continua a vivere nella mia memoria.

Se chiudo gli occhi, ancora oggi mi sembra di sentire quella voce: «Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu!»

Mariella Adamo