NARDO' - Tra le figure più caratteristiche della tradizione popolare neritina, ma anche salentina, vi erano “li pitanti (da pete = piede) ti mare”, cioè camminatori lungo il litorale.
Erano pescatori di riva che durante la notte percorrevano le coste alla ricercadi “purpi” (polpi), “rizzi” (ricci), “pateddhe” (patelle) e di tutto ciò che il mare poteva offrire per il sostentamento della famiglia.
Non avevano barche né grandi attrezzature, ma conoscevano profondamente il mare: gli scogli, le maree, il vento, le ore opportune della notte e i fondali. Sapevano quando pescare e dove cercare: negli anfratti, dove si nascondeva il polpo, e tra le rocce, dove ricci e patelle crescevano aggrappati.
Il loro era un sapere tramandato dall’esperienza, costruito nel tempo attraverso l’osservazione attenta e la pratica quotidiana.
Quando calava la sera, “lu pitante” avanzava lentamente tra gli scogli, con una piccola luce in mano. Il fascio luminoso scivolava sull’acqua bassa, illuminava le pietre e penetrava negli anfratti, portando alla luce ciò che il buio nascondeva.
Bastava un’ombra, un movimento quasi impercettibile o una forma appena diversa perché l’occhio esperto del pescatore riconoscesse il polpo, immobile tra gli scogli e perfettamente mimetizzato.
Come raccontavano gli uomini di mare, “lu purpu” non si cercava a caso: si trovava.
La luce era quindi un’alleata preziosa, ma da sola non bastava. A fare la differenza era soprattutto l’esperienza del pescatore, maturata in anni di osservazione del mare e dei suoi fondali.
Secondo le testimonianze raccolte, per stanare il polpo, il pescatore utilizzava un granchio oppure “nu pete ti iaddhina”, impiegandolo come richiamo per indurre l’animale a uscire dalla tana.
Un’altra tecnica era la “iacca”, utilizzata in superficie con l’impiego dello zolfo oppure dell’olio.Se il mare era calmo, spargeva lo zolfo sulla superficie dell’acqua. La sostanza irritava i polpi e li induceva ad abbandonare le tane, rendendoli più facilmente visibili. In altri casi, versava poche gocce d’olio sulla superficie, con l’intento di attenuare temporaneamente il movimento dell’acqua e i riflessi, facilitando così l’osservazione del fondale e la ricerca del polpo tra le rocce.
Una volta avvistata la preda, il pescatore doveva agire con rapidità e precisione, catturandola con una fiocina.
Erano pratiche appartenenti a un passato ormai lontano, oggi vietate e non più praticabili.
Man mano che raccoglieva il pescato, lo riponeva nel sacco che portava legato al fianco.
Ma il suo lavoro non terminava con la cattura. Sulla riva cominciava un'altra operazione che richiedeva esperienza: la preparazione del polpo. Il pescatore lo sbatteva con forza sugli scogli per renderne più tenera la carne.
Più impegnativa era la raccolta dei ricci. Quando il mare era calmo e l’acqua limpida, il pescatore si serviva di un secchio modificato, con un vetro al posto del fondo, attraverso il quale riusciva a vedere chiaramente le rocce e a individuare i ricci. Per staccarli utilizzava un’asta munita di un piccolo gancio ricurvo; all’estremità dell’asta erano legati alcuni straccetti che aiutavano a fare presa e a recuperarli dalle pareti rocciose.
Una volta recuperati, litoglieva dall’astacon le mani, facendo attenzione agli aculei, che spesso gli ferivano le dita. Quelle piccole ferite facevano parte del mestiere, quasi fossero il segno quotidiano della fatica di quel lavoro. Terminata la raccolta, sistemava i ricci nelle cassette di legno e li ricopriva con erba di mare oppure con un sacco di juta bagnato con acqua di mare, così da mantenerne la freschezza fino al momento della vendita.
La raccolta dei ricci seguiva un’antica consuetudine della cultura marinara popolare: avveniva soprattutto nei mesi con la “r”, quando i ricci erano considerati più pieni, mentre d’estate si interrompeva per permettere loro di riprodursi.
La ricerca delle patelle richiedeva abilità e precisione.
Anche in questo caso il pescatore si muoveva lungo la costa, osservando con attenzione le pareti rocciose. Le individuava sulla superficie degli scogli o appena sotto il livello dell'acqua e, per staccarle, si aiutava con una lama piatta o con un coltello sottile, inserendolo con attenzione sotto il guscio.
Il gesto doveva essere rapido e preciso. La patella, appena percepiva il pericolo, si contraeva e aderiva con forza alla roccia, rendendo molto più difficile staccarla. Bisognava quindi intervenire quasi di sorpresa, approfittando dell'attimo giusto prima che riuscisse ad aderire completamente allo scoglio.
Il pescato non poteva aspettare.
Una volta tornato a riva, iniziava un'altra parte del lavoro: portare il mare direttamente al paese e trasformarlo in una piccola fonte di guadagno.
Una parte dei prodotti raccolti veniva venduta direttamente sul lungomare delle nostre marine. Un'altra, invece, veniva trasportata fino a Nardò, in bicicletta o in motorino, e poi venduta per le strade o nei punti del paese dove era più facile incontrare i clienti.
Ogni prodotto aveva il suo luogo abituale.
Il polpo veniva venduto alla “Chiazzeddha”, nei pressi della chiesa del Carmine, in piazza Castello e vicino alla chiesa dei Paolotti.
I ricci e le patelle si vendevano di fronte al teatro Comunale, “a Lu Pepe” (in piazza Mazzini) e in piazza Castello.
La vendita dei ricci era quasi un rito. Non c'erano grandi banchi né attrezzature particolari. Il pescatore sistemava la propria cassetta sulla parte posteriore della bicicletta o su un banchetto improvvisato e, se il cliente lo chiedeva, apriva i ricci al momento, servendoli direttamente sul posto.
Passare da quei luoghi significava sentire il profumo del mare, un odore forte e inconfondibile che accompagnava la vita quotidiana del paese.
E poi c'era la voce.
Prima ancora di vedere il pescatore, lo si sentiva arrivare per le strade:
«Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu! Rizzi! Pateddhe! Roba vivaaaa!»
Era una voce che faceva parte della vita del paese, riconoscibile tra le altre. Una voce che annunciava non soltanto il pescato, ma l'arrivo del mare nelle strade di Nardò.
Tra “li purpari” ricordati dalle testimonianze ci sono Scarpa, De Magistris, Musio, Campa, Felline e Cristalli.
Quest’ultimo era un uomo alto e di corporatura imponente, con la tipica abbronzatura da cappello: il viso e il collo scuri per il sole, mentre la fronte era più chiara, perché protetta dal copricapo. Girava per le strade del paese in bicicletta. La sua postazione preferita era piazza Castello, dove mostravapolpi enormi, infilando le dita nella sacca e facendoli penzolare.Erano così grandi che i lunghi tentacoli ricadevano pesanti, arrivandogli quasi alle ginocchia.
Tra “li rizzari” ricordati figurano Rizzo e i fratelli Orlando. Rizzo vendeva una parte del pescato direttamente nella sua abitazione di Nardò, nel rione Papalisi; il resto lo portava per le strade del paese, a bordo della sua bicicletta Carolina.
Secondo le testimonianze, “li pitanti”, a seconda delle stagioni, raccoglievano “purpi, rizzi e pateddhe” e li vendevano per campare. Erano uomini conosciuti per le strade del paese, riconoscibili dai loro richiami, dai loro mezzi e dal prodotto che portavano con sé.
Facevano parte di un piccolo mondo legato al mare e alla vendita ambulante, fatto di gesti quotidiani, voci familiari e consuetudini che per lungo tempo accompagnarono la vita della comunità.
Poi, lentamente, quel mondo cominciò a scomparire. Cambiarono le tecniche di pesca, le abitudini, i sistemi di conservazione, le modalità di vendita e anche le regole sanitarie. La pesca a piedi perse progressivamente il suo spazio.
Oggi quelle voci non si sentono più.
Non si incontrano più le biciclette con le cassette dei ricci e delle patelle, i secchi con i polpi appena pescati, né gli uomini che percorrevano le strade annunciando:
«Lu purpu, lu purpu! Lu purpu friscu! Rizzi! Pateddhe! Roba vivaaaa!»
Sono rimasti, però, i ricordi.
E attraverso i racconti di chi li ha conosciuti, quei venditori tornano, per un momento, a percorrere le strade di Nardò: con le loro biciclette, le cassette e i secchi pieni del pescato. Tornano le loro voci, i loro richiami, i loro volti. E torna anche quel profumo di mare che un tempo arrivava fin dentro il cuore del paese.
“Li pitanti” non scompariranno mai: finché qualcuno continuerà a raccontarli, continueranno a camminare per le strade della nostra memoria.
Mariella Adamo