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ALCUNE IDEE PER UNA CITTÀ CHE VUOLE CONTRASTARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha lanciato un nuovo allarme sul clima, dichiarando che il pianeta Terra è entrato in una pericolosa zona di emergenza. Contemporaneamente leggo l’appello di numerosi Sindaci e Dirigenti Scolastici di rinviare l’inizio dell’anno scolastico a causa delle elevate temperate previste nelle aule scolastiche.
Continui allarmi a tutti i livelli convincono sempre di più che il caldo estremo non è più un’emergenza eccezionale ma una condizione con cui noi abitanti e le nostre città devono convivere sempre più spesso.
Questo significa che ci stiamo muovendo verso territori in parte inesplorati, senza sapere fino in fondo come noi e gli altri esseri viventi reagiremo a temperature così elevate. Le città in cui viviamo sono quindi chiamate ad affrontare sfide sempre più complesse di natura economica, ambientale e sociale.
Nelle aree urbane un ruolo sempre più rilevante è assunto dal cambiamento climatico, che produce impatti diretti sul tessuto urbano e agisce come fattore di aggravamento delle criticità e delle disuguaglianze già presenti sul territorio, anche a causa della densità della popolazione e della concentrazione di funzioni e attività economiche, responsabili di una parte rilevante dei consumi energetici e, di conseguenza, delle emissioni di gas climalteranti.
Davanti alla necessità di intervenire, la domanda che dovremmo farci è tutt’altro che marginale: cosa si può fare? Cosa possono fare le nostre Amministrazioni comunali per adattarsi ai cambiamenti climatici e modificare comportamenti, sistemi e infrastrutture, proteggendo le comunità, l’economia e l’ambiente?
Non basta affidarsi alla proposta globale di piantare mille miliardi di alberi per assorbire la CO₂ in eccesso presente nell’atmosfera, se contemporaneamente le città non iniziano a porsi concretamente il problema di integrare mitigazione, adattamento ai cambiamenti climatici e supporto alle fasce di popolazione più vulnerabili nelle proprie politiche e strategie di sviluppo. È necessario ridurre le emissioni climalteranti e, allo stesso tempo, rendere le città più resilienti agli effetti di un clima che sta già cambiando.
Tenterò quindi di proporre alcune idee già oggetto di riflessione e, in alcuni casi, già sperimentate o realizzate in alcune città italiane di medie dimensioni, che potrebbero essere approfondite e adattate anche alla nostra realtà.
Innanzitutto ritengo indispensabile passare da politiche generiche del verde a veri e propri piani di adattamento climatico basati sui dati, individuando le zone cittadine maggiormente esposte, misurando la copertura arborea esistente, mappando le superfici impermeabili, valutando la presenza di popolazione anziana e vulnerabile e orientando gli investimenti verso le aree nelle quali i benefici sanitari, sociali e ambientali sarebbero maggiori.
È ormai risaputo che aumentare la copertura arborea delle città, assumendo obiettivi ambiziosi e misurabili (es. percentuale di copertura delle chiome), oltre a migliorare il paesaggio urbano e rendere più gradevoli strade e piazze, contribuisce a ridurre il caldo attraverso l’ombreggiamento, migliora la qualità dell’aria, trattiene l’acqua piovana, assorbe CO₂, aumenta la biodiversità urbana e migliora complessivamente la qualità della vita. Ma soprattutto può contribuire a proteggere le persone nei giorni in cui il caldo diventa un vero e proprio rischio sanitario, aumentando la mortalità tra le fasce più fragili della popolazione.
I dati sulla mortalità legata alle ondate di calore ci ricordano infatti che queste rappresentano uno degli effetti più pericolosi della crisi climatica per la salute umana. Nelle città il rischio aumenta ulteriormente a causa dell’isola di calore urbana, generata anche dalla presenza diffusa di asfalto, cemento, edifici, traffico e superfici impermeabili, che accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, limitando il raffrescamento della città e impedendo al corpo umano di recuperare adeguatamente dallo stress termico.
È un dato che rende molto concreta la funzione del verde urbano per il benessere e la salute delle persone. Gli alberi non sono soltanto un elemento decorativo: attraverso l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione possono contribuire a ridurre le temperature e l’esposizione della popolazione al caldo, proteggendo soprattutto le persone che vivono nelle zone più densamente abitate e più povere di vegetazione, come spesso accade nei nostri centri storici.
Ma piantare alberi non basta. Gli alberi devono poter vivere, crescere e svolgere realmente la loro funzione climatica.
Nelle nostre città, sempre più esposte a siccità, scarsità idrica e ondate di calore prolungate, il raffreddamento prodotto dagli alberi dipende anche dalla disponibilità di acqua. Per questo la pratica di piantare, gestire e curare alberi e vegetazione all’interno e intorno alle aree urbane deve essere accompagnata da una gestione intelligente delle acque: superfici permeabili, suoli non compattati, sistemi di raccolta e riuso dell’acqua piovana, aiuole drenanti, interventi di depavimentazione urbana e infrastrutture verdi e blu integrate.
Il rischio, altrimenti, è quello di piantare alberi che non sopravvivono o che non riescono a garantire i benefici attesi. Una città resiliente al caldo non è fatta semplicemente di più alberi, ma di alberi sani, correttamente collocati, con spazio sufficiente per le radici, disponibilità di acqua e manutenzione garantita nel tempo.
Accanto alla cura e alla piantumazione degli alberi, le città devono puntare anche sulla desigillazione del suolo, cioè sulla rimozione, dove possibile, di superfici impermeabili come cemento e asfalto, per restituire spazio al suolo naturale, recuperandone permeabilità e funzione ecologica. In questo modo si favorisce l’infiltrazione dell’acqua piovana e si migliora la capacità della città di affrontare eventi climatici estremi, come le cosiddette “bombe d’acqua”, che sempre più frequentemente trasformano le strade in fiumi in piena e mandano in crisi i sistemi fognari.
Non è un’utopia pensare a una città capace di conservare e assorbire l’acqua, contribuendo anche alla ricarica delle falde acquifere locali che, nel Salento, rappresentano una risorsa fondamentale per l’approvvigionamento idrico.
Sostituire l’asfalto con superfici naturali (suolo permeabile, prati e alberature) innesca inoltre meccanismi fisici fondamentali. Tra questi l’evapotraspirazione, attraverso la quale le piante e il suolo umido rilasciano vapore acqueo nell’atmosfera mediante un processo che assorbe calore e contribuisce ad abbassare la temperatura dell’aria circostante. Allo stesso tempo, superfici meno scure e meno impermeabili possono ridurre l’assorbimento della radiazione solare e il conseguente accumulo termico.
Liberare progressivamente una parte delle strade dall’asfalto e dal cemento non significa paralizzare il traffico, ma ripensare e ottimizzare lo spazio pubblico di città che hanno ereditato un modello urbanistico e dei trasporti fondato sulla priorità quasi assoluta dell’automobile privata, spesso a discapito di pedoni, ciclisti e trasporto pubblico. Un obiettivo di questo tipo può diventare tecnicamente ed economicamente sostenibile se inserito in programmazioni pluriennali o decennali di manutenzione e riqualificazione dello spazio pubblico.
Smettere di continuare a sigillare il suolo e cominciare, dove possibile, a rimuovere l’asfalto riportando alla luce anche le pavimentazioni storiche esistenti, come i vecchi basoli, può rappresentare un primo passo concreto per restituire un futuro più vivibile alle comunità urbane. È un investimento nella salute pubblica, nel raffrescamento delle nostre città e, allo stesso tempo, nella valorizzazione del patrimonio storico.
Anche i parcheggi in linea, le grandi aree di parcheggio di superficie e gli spazi destinati alla sosta veicolare possono essere progressivamente trasformati attraverso pavimentazioni grigliate erbose o autobloccanti permeabili, mantenendo la funzione di sosta ma riducendo la presenza continua della cappa d’asfalto.
Allo stesso modo, la creazione e il rafforzamento di aree verdi attorno alle città possono costituire uno scudo contro temperature estreme e inquinamento urbano, contribuendo a ridurne gli effetti sulla salute della popolazione. Perché queste aree siano realmente efficaci, tuttavia, devono essere progettate con attenzione, scegliendo le specie arboree più adatte al contesto e tenendo conto del clima locale, della morfologia urbana, della qualità dell’aria, delle caratteristiche del terreno e della disponibilità di acqua.
Un altro tema fondamentale riguarda il riscaldamento e la produzione di calore negli edifici, che rappresentano una rilevante fonte di consumi energetici ed emissioni.
Caldaie alimentate a gasolio e gas, utilizzate per il riscaldamento e la produzione di calore nelle nostre case, possono infatti rilasciare ossidi di azoto, composti organici volatili, monossido di carbonio e, nel caso delle combustioni più inquinanti, particolato e black carbon.
La tendenza attuale è quella di favorire progressivamente l’elettrificazione dei consumi e il passaggio verso sistemi più efficienti, come le pompe di calore, soprattutto quando alimentate da elettricità prodotta da fonti rinnovabili, consentendo di ridurre il ricorso ai combustibili fossili e, in presenza di produzione rinnovabile locale, di aumentare il grado di autosufficienza energetica.
Ma non basta sostituire gli impianti. La protezione delle nostre abitazioni attraverso un adeguato isolamento, schermature solari, ventilazione naturale e sistemi passivi può limitare il surriscaldamento interno e ridurre la domanda di climatizzazione, evitando che la risposta alle temperature estreme produca nuovi picchi nei consumi energetici e ulteriori pressioni sulla rete elettrica.
Alla luce di quanto sta accadendo a livello climatico, anche nella nostra città diventa quindi fondamentale pensare a una integrazione tra le azioni di contrasto al cambiamento climatico e la pianificazione urbanistica, orientando lo sviluppo verso un modello realmente sostenibile, capace di dialogare con le strategie di mitigazione, adattamento e supporto alla fasce di popolazione più vulnerabili ai cambiamenti climatici, con la gestione delle risorse naturali, con l’uso efficiente del suolo e con il rafforzamento della resilienza urbana e territoriale.
Questo può essere realizzato avviando contemporaneamente un confronto e una concreta integrazione tra due importanti strumenti di pianificazione strategica a disposizione dei Comuni: il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) e il Piano Urbanistico Generale (PUG).
L’integrazione tra PAESC e PUG è particolarmente importante in una città come Nardò, che possiede un Centro Storico nel quale si intrecciano storia, cultura e identità, un grande patrimonio ambientale rappresentato dal Parco Naturale Regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano e un prezioso sistema costiero che comprende, tra gli altri, il tratto di costa alta e incontaminata tra Torre dell’Alto e Torre Uluzzo.
Il PUG, in corso di elaborazione, grazie alla sua impostazione strategica e a un approccio flessibile al governo delle trasformazioni, può avere tutte le potenzialità per assumere dinamicamente strategie e misure rivolte alla mitigazione, all’adattamento e alla resilienza urbana. Può inoltre contribuire all’elaborazione di criteri e strumenti condivisi con il PAESC, creando una relazione concreta tra pianificazione urbanistica, politiche energetiche e climatiche, tutela del territorio e processi di partecipazione della comunità.
Il PAESC, a sua volta, non dovrebbe essere considerato come uno strumento settoriale separato dalla pianificazione della città, ma come un quadro strategico, trasversale e multisettoriale, capace di orientare le trasformazioni urbane verso obiettivi misurabili di riduzione delle emissioni, adattamento agli effetti del cambiamento climatico e maggiore resilienza del territorio.
La transizione ecologica delle città non si realizza attraverso soluzioni cosmetiche, ma richiede interventi strutturali sulla materia urbana. È quindi rischioso continuare a concepire l’urbanizzazione e la trasformazione del territorio senza accompagnarle con politiche capaci di contrastare e gestire l’alterazione rapida e profonda del sistema climatico, causata principalmente dalle attività umane.
Mio padre era un piccolo proprietario con un pezzetto di terra nel quale coltivava quello che occorreva per il sostentamento della sua famiglia. Mi ha insegnato a conoscere un aspetto del mondo rurale diverso da quello contemporaneo: un mondo certamente faticoso e più difficile, ma non per questo un mondo infelice.
Questi ricordi mi hanno aiutato a riflettere sul modello di sviluppo che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Un modello che, è innegabile, ci ha portato benessere, progresso e numerosi benefici, ma che allo stesso tempo rischia di condurci verso un individualismo sempre più accentuato e una progressiva disumanizzazione della società, che sembra perdere non soltanto la fiducia nel futuro, ma anche la memoria del passato.
Forse proprio da questa memoria, insieme alla capacità di utilizzare le conoscenze, i dati e gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione, possiamo ripartire per immaginare città più resilienti, più vivibili e capaci di affrontare il cambiamento climatico senza rinunciare alla propria identità.
Pantaleone Pagliula