
NARDO' - Ospedale (ex) come ferita ancora aperta, come febbre che non si riesce a debellare, infezione per la quale ogni medicina si è dimostrata inutile.
E ancora, veleni sparsi a piene mani, reiterate rimostranze, risentimenti, indignazione.
Forse è il caso di un sostegno psicologico.
E’ questa la geografia che ha prodotto la firma del protocollo d’intesa del 6 settembre tra il sindaco Risi e il governatore Vendola.
Domanda preliminare (e una curiosità): perché siglato “oggi” e non qualche mese fa? Cosa è cambiato nel frattempo? Andiamo avanti e stiamo attenti. Questa vicenda rischia di protrarsi nel tempo, con astii e incomprensioni che a questo punto non servono a nulla e forse (forse, sì) è il caso di ragionare sul da farsi. Qui ed ora.
Non è il caso di cincischiare, perché si sta parlando di sanità e cura, di bisogni e diritti, di dignità e civiltà. A questo punto, occorre anche serietà e diradare la confusione che si è creata con qualche presa di posizione disinvolta. Ma non sono mancati interventi (li chiameremo “costruttivi”) da cui poter partire. Diverse accentuazioni, posizioni variegate. Aggiungiamo, ciascuna con qualche dose di legittimità.
Fermo restando che di ospedale a Nardò si deve ormai parlare al passato o al trapassato remoto. Su questo ci sono pochi dubbi. Dei tanti interventi quello che è parso a tutti il più LUCI …do è senz’altro quello del medico ospedaliero e consigliere comunale Pd (perché tanti medici non prendono posizione?). Un’importante analisi che non lesina critiche a destra e sinistra, si “espone” in una disamina puntigliosa, ma chiede perentoriamente di non voltarsi indietro e operare tutti per il bene della città e dei suoi bisogni. Difficile dargli torto.
Non c’è per Luci un’”età dell’oro” per quanto riguarda il San Giuseppe-Sambiasi (diversamente la pensa il combattivo Maurizio Maccagnano, l’autore de “San Giuseppe-Sambiasi, il Santo che non vola”; leggete il suo libro), svuotato nel tempo di competenze e servizi. Il piano di riordino ospedaliero – viene detto - ha sancito una situazione che era ormai degenerata, con una medicina che non rispondeva più alle esigenze della popolazione.
Questo non significa – continua il ragionamento – che la partita è chiusa, certo la partita di “quell’ospedale”, non certo quella della battaglia a tutto campo per dotare il territorio dei servizi di cui ha bisogno. Ma la bagarre che si è venuta a creare all’annuncio della firma del protocollo ha preso le fattezze di un vulcano dormiente, che improvvisamente comincia ad eruttare. Di qui il fuoco di fila che ha impegnato l’opposizione in consiglio comunale nell’accusare Vendola e Risi di ogni “malefatta”.
Se queste posizioni hanno una loro legittimità e pervicacemente difendono una parte (è l’intervento di Capoti, Mellone e Frasca), desta non poca sorpresa la divaricazione che ancora una volta si è andata a creare nel gruppo Partecipa, che “partecipa” alla maggioranza. A dire il vero non si tratta della prima volta, avendolo definito da tempo “forza di lotta e di governo”. Cosa fa Partecipa, con le sue due o tre anime? Una siede in consiglio comunale, l’altra stila comunicati al veleno contro la “propria” amministrazione e l’altra, probabilmente, ragiona sul da farsi. Non è una cosa seria. Altrimenti come spiegare l’intervento del sanitario Roberto My (si può dire, ricalca le tesi di Luci), antitetico a quello che dice parte del suo gruppo? Non si parli di dialettica, perché offenderemmo ragione e buon senso.
A questo punto, tutta la vicenda che ha riguardato il San Giuseppe-Sambiasi deve essere letta come la necessità di riposizionamento, l’esercizio di una pressione continua. Semmai, quello che sempre colpisce è che nonostante tutto (accuse, minacce) niente succede, mettendo in difficoltà una maggioranza che pure ha i suoi acciacchi.
Tornando all’argomento principale, l’invito a tutti (anche ai firmatari del protocollo) è quello di non accontentarsi di semplici promesse e auspici e di guardare con attenzione al calendario. Non si dovrà far trascorrere il tempo inutilmente. Ragioniamo seriamente sulla questione e mettiamoci al lavoro. Servirebbe, però, un’”operazione-verità” (sapere come sono andate nel tempo le cose). Quella che, a dire il vero, è sempre clamorosamente mancata.
LUIGI NANNI