NARDO' - "Prima o poi doveva accadere e alla fine è accaduto: le ragioni represse da decenni dei cittadini hanno trovato la voce coraggiosa di un alto esponente della magistratura. Non è mai mancata la levata di scudi della dottrina nei riguardi dei politici, ma non c’era ancora stato un intervento come questo, così puntuale, con la forza che viene dalla veste dell’autore. Il bubbone è scoppiato, e l’intervista a Piercamillo Davigo apparsa sul Corriere della Sera del 22 aprile rimane una scossa storica del sistema, con tutti i meriti delle ripercussioni provvidenziali sul sistema stesso, che certamente in qualche modo ci saranno per quella svolta decisiva che da tanto tempo si auspica. A cominciare dal legislatore, finora latitante sotto diversi aspetti".
In condizioni normali le dichiarazioni del neopresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati sarebbero state forti, ma l’Italia non è in condizioni normali per diversi motivi, tra i quali:
- ci ritroviamo con un vistoso debito pubblico, che con altre cause ci ha portato alla crisi economica, dopo 70 anni di malcostume politico – «nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù… », dice Davigo, «Non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto…» – mentre certi politici hanno fatto i loro investimenti «con i soldi dei contribuenti» illecitamente presi; nella mappa mondiale della corruzione di Transparency International l’Italia è agli ultimi posti tra i Paesi più corrotti;
- l’art. 49 della Costituzione ha previsto il ruolo di concorso democratico dei partiti alla formazione della politica nazionale, e, si sa, un Paese liberale si fonda su un sistema di partiti, ma il nostro è un sistema di partiti nettamente diverso da quello che dovrebbe essere, tipo Perteienstaat, e da tempo si parla di una legge che disciplini le funzioni pubblicistiche dei partiti; il finanziamento pubblico dei partiti, uscito dalla porta principale, è entrato dalla finestra sotto altre forme e i gruppi parlamentari si spartiscono ogni anno una «torta», è stato detto, di 53 milioni: di recente c’è stato il controllo a vista di chi lascia il tesserino inserito per avere la diaria, ma finora sono stati tutti degli stinchi di santo? In passato non è mancato chi ha messo piede solo qualche volta nella sede parlamentare o nelle commissioni. Un motivo per cui i cittadini si allontanano dalla politica è il modo con cui gli elettori o gli iscritti ai partiti scelgono i candidati ad importanti incarichi; la riforma elettorale è pensata per una scelta dei deputati secondo criteri di fedeltà politica e personale, destinati a sostenere il capo del governo, segretario del partito, vincente grazie al premio di maggioranza, detentore di un governo personale;
- ogni tanto si sente qualcuno che dice nei confronti di qualcun altro: «Si assuma le sue responsabilità», pur sapendo che la c.d. «responsabilità politica» è aria fritta; il presidente del consiglio di recente ha detto che gli piacerebbe che un giorno si parlasse di «responsabilità politica» perché «sarebbe meglio che la politica si assumesse le sue responsabilità», ma non si sa se e quando questo avverrà; non c’è l’istituto della revoca dei parlamentari indegni, come in altri Paesi, e intanto i parlamentari seguono il loro corso indisturbati, così come avviene per certi soggetti che operano nella pubblica Amministrazione grazie alla carenza di controlli sia per lacune legislative sia per inefficienza di chi è pagato per far applicare una legge già esistente;
- si tira in ballo la Costituzione per tanti motivi, mai, però, per consentire l’attuazione del principio di partecipazione dei cittadini, interessati diretti nel citato art. 49, in cui i partiti hanno solo funzione strumentale per l’esercizio del diritto di partecipazione dei cittadini stessi, cui spetta anche uti singuli, sicché l’art. 8 del testo unico degli enti locali n. 267/2000 è rimasto lettera morta per mancanza di una legge di attuazione che consenta il concreto esercizio, con la possibilità di istituzione di un’apposita conferenza, per cui nessuno ora ha forza di levare una voce giuridicamente rilevante (nel senso della democrazia partecipativa Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’università di Bologna, e Michele Ainis, giurista e costituzionalista);
Indubbiamente Davigo è intervenuto con toni non propriamente moderati, tuttavia, però, rapportati al caso Italia: dopo Tangentopoli c’è stato un affinamento dell’arte della corruzione nei vari settori. A mali estremi estremi rimedi. Non è difficile capire che egli non vuole la guerra (il suo non è giustizialismo), semmai vuole la guerra proprio chi dice che Davigo vuole la guerra.
Se di errore si vuole parlare, si può solo fare riferimento ad una riserva di salvezza dei soggetti che nelle istituzioni si adoperano per tutelare il bene comune. Costoro non mancano e non sono pochi, ma per norma – facendo salvo ogni caso di correttezza partitica – essi seguono criteri propri di etica e di correttezza (che non è l’ipocrisia del politically correct) diversi da quelli di altri politici (anche esponenti delle istituzioni). Alla luce della triste esperienza che si continua a fare, con gli altarini che continuano a scoprirsi da ogni parte, c’è il convincimento nell’uomo comune della schiacciante superiorità dei furbetti rispetto agli onesti. In tal modo accade il fenomeno sociale del concetto diffuso che si ha della categoria. Si è parlato di «casta» da parte di chi in dottrina non è sprovveduto in modo tale da generalizzare, e Davigo non ha certo inteso generalizzare. La verità dell’esistenza dei buoni è nota a tutti e non poteva essere sconosciuta a lui. La salvezza dei buoni era implicita. È vero che non tutti i politici sono ladri, ma è vero che tutti sono colpevoli per l’inerzia annosa sul piano di urgenti leggi che non si vogliono varare perché scomode.
Se la reazione della parte politica e di Governo si può capire (come difesa della «casta», non perché sia stata giusta), quella del CSM lascia un po’ perplessi per il tono, che poteva essere meno drastico in attesa di un opportuno chiarimento da parte dello stesso Davigo. I media hanno sfruttato la cosa e si è parlato, a torto, di «marcia indietro». Davigo non ha fatto marcia indietro e ha precisato di non essere stato interpretato nel senso giusto: le sue osservazioni non possono essere che condivise. I giudici facciano le sentenze, è stato detto, ma il Parlamento faccia le leggi – e il Governo si attivi in tal senso – in materia di disciplina dell’attività dei partiti politici, della partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, del controllo dei parlamentari con l’istituto della revoca, e così via.
A questo proposito il CSM non dovrebbe limitarsi a gestire la carriera dei magistrati, ma dovrebbe anche dare il suo contributo de iure condendo, e quindi non si tratta solo di fare sentenze: l’intervento forte di Davigo appare un segno di svolta in questa (giusta) direzione. C’è un diffuso diritto creativo dei giudici proprio a causa dell’inerzia dei politici in materia di mancata legislazione e di legislazione farraginosa e ambigua con la gioia degli avvocati e la sofferenza dei cittadini. Il potere giudiziario non di rado si sostituisce al potere legislativo (e non mancano casi di facoltà incomprensibili di pm e di giudici). Ora il potere politico, toccato un tasto non di gradimento, evoca Montesquieu. Costui dall’al di là si rivolta nella tomba nel vedere come è ridotto in Italia il suo principio di divisione dei poteri, ma per motivi diversi da quelli esposti da parte politica.