Cronaca

INTERVENTO - "Contenuti distruttivi, visione manichea". Una lettera che sta facendo discutere

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NARDO' - Una riflessione sulla Lettera aperta di Giovanni Però da parte di Mario Mennonna.

Ho sempre letto con interesse quanto l’amico Giovanni Però è andato scrivendo.

Quasi sempre ho concordate con le sue analisi, manifestandogli la mia opinione.

Tuttavia questa volta con la sua Lettera aperta del 28 aprile scorso, non riesco proprio ad entrare nella logica del suo intervento del tutto manicheo e a condividere i contenuti del tutto distruttivi.

La cultura della demolizione, proprio del nostrano nuovismo chiassoso e reazionario (non rivoluzionario), che alberga in chi presume di avere la verità, anzi di essere la verità al di sopra e al di fuori di tutti, sta infettando anche i politologi?

Questa sindrome politica, priva tra l’altro di obiettività, mina la crescita e l’autentica rivoluzione, che si concretizzano quotidianamente con l’entusiasmo delle nuove generazioni, che intendono fare politica e non soltanto parte del Consiglio Comunale, e con la qualità delle competenze di tutti gli uomini di buona volontà, ovviamente senza discriminazioni anagrafiche.

Che l’entusiasmo agonistico dei giovani candidati non si perda con la perdita dello scanno consiliare -e l’amico Luigi Nanni ne tratta con simpatica ironia!- e che la testimonianza degli adulti non si esalti in supponenza!

Poiché la citata sindrome non è mai stata dell’amico Giovanni, suppongo che abbia voluto lanciare soltanto una provocazione.
Ciò, però, può sembrare strumentale, dato che si va a votare  e dato che l’oscurare il presente comporta la condanna di chi l’ha gestito.

Pur tuttavia, ammesso che Nardò si trovi in così rovinosa situazione, come da Giovanni Però descritta, si può ritenere che l’Amministrazione Risi in cinque anni sia stata così diabolica e «attiliana» non solo da bloccare la crescita, ma addirittura da distruggere ciò che c’era e c’era stato, ovviamente gestiti da gli altri due ultimi sindaci, Rino Dell’Anna e, per maggiore quantità di tempo, Antonio Vaglio?

Una situazione così grave, com’è presentata, richiede anni ed anni di demolizioni e di diserzioni.
E allora?
E se si dice che la responsabilità è di Antonio Vaglio e/o di Rino Dell’Anna, questi non hanno il diritto di dire che è di Nicola Borgia e, a ritroso, di tutti i sindaci della cosiddetta Prima Repubblica? E questi ultimi non rimanderebbero ai podestà fascisti e così via fino a quei malefici Illirici, che diedero vita ai Messapi unendosi ai nostri indigeni, eredi degli uomini delle caverne della preistoria?  

La situazione - ed appare sotto gli occhi di tutti - non è così.

Senz’altro non è come potrebbe essere o, comunque, come vorremmo che sia: ciò è l’anima della politica e dell’amministrazione nelle idealità della crescita, ma non il corpo di ciò che si fa e si è fatto.

In questo si dibatte da oltre vent’anni la stessa classe politica, che, nella stragrande maggioranza, improvvisata e spavalda sotto le vesti del nuovo, si affacciò ad amministrare la città e, ancor più spavalda e ancor più vecchia, tinteggiata di effimera fresca pittura, continua a presenziare il Palazzo di Città, carica di anni più numerosi di quanti io e lo stesso amico Giovanni abbiamo vissuto, dopo, però, una lunga militanza politica di preparazione e di educazione al confronto e alla progettualità.  

Pur con i tanti limiti, Nardò è cambiata ed è cambiata in maggior misura, soprattutto in qualità, proprio in questi ultimi cinque anni.

Non si tratta di opere pubbliche, che pur sono tante, anche si accompagnano alle cattedrali nel deserto, quali il Gerontocomio e il nuovo Palazzo di Città, inserito in un parco pubblico, anch’esso disatteso: forse eredità dei vecchi da distruggere? Ma queste a quali anni risalgono e quanti amministratori hanno visto scorrere? Si è perso l’ospedale, ma quando ha avuto l’inizio della sua fine? E perché?

A dire il vero qualche personaggio del nuovo, ma ormai stravecchio e ancora stretto al potere, non avendo, a quanto sembra, credibilità presso i potentati della stanza decisionale, cercò di salvarsi e con saccenteria lo addebitò alla classe dirigente degli anni ’80 del secolo scorso, non risalendo con grande saggezza e pudore a quelli che addirittura avevano istituito l’ospedale! 

Un tempo «al di là di san Cosimo» (altra sindrome del potere) potevano andare soltanto alcuni personaggi, ma erano talmente validi da poterlo fare proficuamente per il bene di Nardò.

Da alcuni anni c’è soltanto la sindrome e non il potere, che ha bisogno di spiccata personalità, di capacità dialogica e di riconosciuta forza di «batter forte dei pugni» sul piano culturale, politico e militante.

Quale credibilità politica ha avuto Nardò «al di là di san Cosimo», se dopo oltre vent’anni non vi è ancora una classe politica preparata, stabile, coerente e professionale e, quindi, credibile nella stessa Nardò?  

Gli sconci balletti e balbettii delle ore della vigilia della presentazione delle liste ne è l’emblema: anche il più pessimista analista non avrebbe potuto pensare di infangarsi tanto!

E quale ancora sarebbe Nardò, se non ci fosse stata una sterzata impressa proprio da Marcello Risi con i suoi rapporti politici, perché uomo di partito, al fine di cogliere le occasioni favorevoli per riaffermare il ruolo di Nardò nel campo regionale e nazionale, con riflessi in quello  europeo (si pensi ai tanti finanziamenti).

E proprio da questo fatto culturale di cambio di rotta che intendo sottolineare l’operato di Risi, tendente a tre obiettivi: qualificazione dell’attività politica; salvaguardia dell’immagine del territorio e consapevolezza della potenzialità del patrimonio del territorio temporale e spaziale di Nardò.

Nardò, oggi, anche con elementi da riconoscere alla precedente amministrazione, si presenta più bella, più accogliente, più cresciuta in bellezza, più variegata in due settori che rappresentano il volano della crescita: il turismo e la cultura.

E non sto parlando del ripiano di milioni di debiti (fuori bilancio) rivenienti dagli anni passati, che per altri comuni ha rappresentato il blocco totale dell’attività; né della qualificata raccolta differenziata; né delle infrastrutture urbane; né del Parco del 23 Luglio 1943; né dei vari recuperi e restauri di immobili, che daranno alla città, proprio nel Centro storico, spazi culturali e socializzanti; né dell’area mercatale (con le piazze dedicate al vescovo Mennonna e al vescovo Fusco), iniziata prima ma ora completata grazie un massiccio intervento finanziario;  né…e potrei continuare.

Mi riferisco al grande avvio strategico dei Musei, che, in una politica di coordinamento, potranno essere polo attrattivo durante tutto l’anno; alla rivitalizzazione del Centro storico, il cui borgo antico pullula, nei tramonti estivi, di turisti di qualità, grazie anche a strutture ricettive private di ottima qualità e alla possibilità di visita delle straordinarie chiese aperte; al sostegno di manifestazioni storico-culturali e musicali di grande spessore; al Piano delle Coste; al coinvolgimento delle scuole…

E tutto questo in un quadro politico inesistente e in un Consiglio Comunale che si caratterizza di interventi episodici e distruttivi, senza nessuno studio e analisi delle questioni né nei partiti -inesistenti- né nelle Commissioni, poiché sono pletoriche, in quanto -vera vergogna amministrativa!- sono  composte da tutti i Consiglieri comunali. E le ragioni non riesco a comprendere.

Se da tutte le competizioni elettorali con centinaia e centinaia di candidati fossero rimasti a far politica cinque o dieci per volta, oggi avremmo un gruppo di politici su cui far affidamento…ma purtroppo non è stato e ancor meno sarà in questa, perché sempre più si diffonde la mentalità che la città si serve e si salva con gli scoppiettanti slogan elettorali e le brillantate e ridenti figurine affisse sui muri nell’effimero di un solo giorno di gloria personale e familiare!

Poi tutti scompaiono e rimangono gli eletti, che, in appendice allo spettacolo di questi giorni, su cui ride tutta la Provincia e la Nazione, cominceranno a giocare ai salti, alle gridate e, soprattutto, a nascondino.        

In questa situazione ogni Sindaco perde di smalto e di attività realizzativa, eppure oggi a Nardò, nonostante ciò, si avverte che si può operare e si può crescere: e tale cultura non nasce per caso, ma si basa su concretizzazioni effettuate e su impostazioni date non solo dalla intelligente e sapiente presenza personale ma anche dalla capacità di far avvertire la presenza dell’istituzione che si rappresenta.

Per questo non accetto l’interpretazione manichea dell’amico Giovanni, con il quale, tuttavia, convengo su un fatto: Nardò ha tante intelligenze ed energie che si pongono gratuitamente a disposizione e qualsiasi Amministratore non può ignorarle e non farsi accompagnare nel proprio cammino che abbia come fine il concreto e qualitativo bene della Città e dei neritini.

Mario Mennonna