NARDO' - E le pagine della storia di Nardò continuano a voltarsi al soffiar della brezza del tempo, consegnandosi alla memoria dei cuori nobili e generosi e delle forti e libere menti.
Si è voltata, il 29 agosto, anche la pagina della bella figura di Antonio Boccarella, un gentiluomo d’altri tempi e un ardito cavaliere dell’antico mondo politico neritino, che non può né dovrebbe essere cancellato, perché, nonostante limiti ed errori, era segnato da personaggi di spicco, non improvvisati e arroganti, formati alla politica e all’amministrazione della cosa pubblica per il bene comune.
Di profonde radici religiose e di formazione cattolica con costante impegno nelle varie associazioni ecclesiali nell’ambito della sua parrocchia, i Paolotti (S. Francesco da Paola), quasi coeva alla sua età, essendo nato nel 1928, approdò tardi alla politica attiva, quale rappresentante della stessa comunità parrocchiale, nella quale rimarrà sempre ad operare, anche come organizzatore dei Maestri (AIMC), essendo egli insegnante elementare.
Nel 1960 si presentò candidato della Dc nelle elezioni comunali e venne eletto consigliere comunale. Nel corso della consiliatura venne eletto assessore nell’ambito del secondo mandato del sindaco Salvatore De Benedittis (1962-1964).
Maturò la sua esperienza politico-amministrativa, nell’area centrista della Dc, con Mario Calabrese, di cui divenne, insieme ad Albertino Sanasi e Totò Vaglio, fedele amico, leale collaboratore e insostituibile uomo di punta nel dibattito, sempre più intenso, con Benedetto Leuzzi, di area morotea. Queste due forti «correnti» gestiranno la cosa pubblica per lunghi anni: l’una, quella di Leuzzi, maggioritaria nella sfera politica e l’altra, quella di Calabrese, maggioritaria nella sfera amministrativa.
La sua attività di amministratore, in particolare nel settore della Scuola, e la sua capillare vicinanza alla comunità neritina, tra la gente per la gente in ogni ora della giornata, incrementarono la sua popolarità anche a livello elettorale con risultati straordinari di preferenze personali nel 1970. Riuscì a coinvolgere, nel tempo, anche altri, quali Pippi Buccarella, Renato Muci e Raffaele Tiene non solo a livello di amministrazione comunale, ma anche del MOCLI (Movimento cattolico di lavoratori italiani), di cui era stato fondatore a Nardò.
Forte della sua umiltà e della sua capacità dialogica con ogni persona che incontrava, era diventato un significativo punto di riferimento cittadino, ancor più saldo, perché era capace di confrontarsi soprattutto con il suo parroco, fratello spirituale, don Antonio Giaracuni e di far propria l’ansia del vescovo Mennonna indirizzata al bene comune, uno degli aspetti della sua pastorale, rivolta a tutti «gli uomini di buona volontà» a qualsiasi partito politico appartenessero.
Con il vescovo Mennonna ebbe reciproci rapporti amicali di intensa stima e di filiale affetto che continuarono anche da lontano: il vescovo, dopo essere rientrato a Muro Lucano, nel ricevere frequenti telefonate riconosceva ogni singola voce della «troika», come era solito chiamare Uccio Boccarella, don Antonio Giaracuni e don Cosimo Carrozza, l’altro suo fratello spirituale. E s’intrattenevano con affettuosa condivisione.
E quante volte con il cuore aperto e con le lacrime agli occhi mi ha parlato di questo vescovo, che è mio zio, la cui immagine ha sempre conservato accanto a sé.
Ed io, da avversario sia di «corrente» prima e sia da consigliere comunale, dal 1970, ho avuto modo di misurare la sua nobiltà d’animo, il suo senso del rispetto altrui, il suo quotidiano impegno e la sua foga, tinta a volte di enfasi, dell’uomo «del fare». Questo, a volte, lo induceva a tenere un atteggiamento al limite del burbero con i suoi collaboratori, nel mentre, per il suo ottimismo, aveva una visione, sempre e comunque, possibilista.
Riteneva che nessun ostacolo potesse bloccare l’autentica tensione verso il bene comune, al quale, come ai rapporti umani, dedicava, tinto di sana retorica, discorsi e colloqui.
E l’ho constatato come collega di Giunta sia con il sindaco Salvatore Vaglio nel breve governo di centro-sinistra (1973-1974), a seguito dell’identica formula governativa del sindacato di Nicola Borgia (1970-1973), durante i quali, pur essendo contrario, egli era stato assessore nella logica democristiana di coinvolgere tutte le proprie componenti nella gestione del potere, sia nel successivo monocolore retto sempre da Vaglio (1974-1975).
E ancor di più, sempre da assessore, l’ho potuto sperimentare durante il suo sindacato in monocolore (1975-1977), infranto dalla morte prematura del suo carissimo Mario Calabrese (1976), allorché sorse una stretta collaborazione, con la quale scoprii appieno le sue doti umane, tinte per me di affabilità, di comprensione e di estrema fiducia.
Fissare le tappe perseguite, in questa circostanza mi sembra superfluo, ma non posso non fissare la sua iniziativa del recupero del Teatro Comunale. A riconoscimento Paolo Zacchino, fondatore del «Piccolo Teatro Città di Nardò» e impegnato proprio per il recupero dell’immobile, ed altri amici ritennero opportuno eleggerlo presidente della citata associazione, formalizzata nel 1975.
Ricordo ancora le sue continue sollecitazioni rivolte a me, assessore al Bilancio, di scovare risorse anche limitate da utilizzare per interventi, con lavori in economia, presso il Teatro!
Portò a termine il suo mandato, contribuendo, per quanto aveva operato, alla vittoria della Dc nelle elezioni del 1976 in forma di maggioranza assoluta con ben 17 consiglieri comunali sui 30 assegnati.
All’età di 48 anni, nel pieno della sua maturità, poteva continuare a svolgere attività amministrativa, ma diverse condizioni, tra cui la sua non convinta intenzione di continuare e la sua volontà di potenziare il suo MOCLI, lo fecero desistere, ma non lo allontanarono dalla vita politica nella sua Dc.
Ma questa non era solita dimenticare i suoi figli migliori: nel 1977 venne eletto consigliere dell’ospedale civile «San Giuseppe-Sambiasi», allora in grande sviluppo ed efficienza, e nel 1979 presidente del Consiglio di Amministrazione, rimanendo in carica per oltre un anno, finché non subentrò il Comitato di gestione dell’ASL, frutto della nuova organizzazione sanitaria nazionale e regionale.
Questo fu l’ultimo incarico pubblico, mentre rimaneva impegnato negli organismi direttivi della Dc.
Dopo un ventennio di trincea e di prima linea preferì «ritirarsi» nel suo MOCLI, al cui interno aveva fondato il «Centro Studi “Mario Calabrese”», organizzando con i suoi validi collaboratori incontri culturali, oltre ad iniziative di natura sociale.
Preferì, altresì, ritornare attivamente nella sua parrocchia, dove ad attenderlo vi erano il parroco don Antonio Giaracuni e don Cosimo Carrozza, e preferì ogni giorno ripercorrere a piedi (non guidava), con giornali, al cui interno conservava anche documenti, il tratto di strada che collegava la sede del MOCLI, di fronte alla Cattedrale, alla sua abitazione in via Toselli, il più delle volte passando dalla parrocchia, per poi scomparire d’estate, rifugiandosi nella sua villa in zona «Lissandri».
E lì trascorreva le giornate con la sua famiglia, sempre sacra nella sua vita.
Il tempo in famiglia si ampliava sempre più: il suo rientro nel nido fu lento, ma costante, e, con il tempo, la sua presenza in pubblici incontri è divenuta sempre più rara, anche fino all’estinzione del MOCLI.
E poi lo sradicamento dei partiti politici, improvviso come un colpo di stato, non poteva essere gradito da chi aveva vissuto e combattuto in simili organizzazioni.
Nel suo mondo familiare e privato anch’io sono entrato per ricevere consigli, suggerimenti e, soprattutto, quel calore di fratello maggiore e la foga di antico cavaliere, infrenabile, che voleva scuotere Nardò, le coscienze e le intelligenze.
Poi si placava nel rincorrere la memoria e nel narrare delle persone straordinarie incontrate, prime fra tutte il vescovo Mennonna e Mario Calabrese, nel mentre manifestava rispetto e nostalgia di vicende liete vissute anche con gli avversari interni della Dc, grato per le occasioni a lui riconosciute per evidenziare le sue doti. E, in particolare a me, ormai divenuto anch’io «vecchio», mi ribadiva con il suo solito spirito di combattente, non privo di sfida, che era tempo che i «giovani», quasi tutti nuovi, dimostrassero quello che sapevano fare per Nardò.
Il mio affetto e il mio rispetto nei suoi riguardi è andato aumentando, fors’anche per il fatto che rimanevo sempre più orfano, ma soprattutto perché lo ha meritato. E questi sentimenti ricambiava con entusiasmo e con lealtà, anzi, in un’occasione, anche con un atto di un eccezionale trasporto riservato solo a mia moglie Chiara. Infatti consegnò un calzascarpe con la dicitura, «La calzatura di Vito Pellegrino - Nardò (Lecce) », unica testimonianza del negozio gestito da suo padre fino alla metà degli anni cinquanta.
Ho sempre avvertito la sua vicinanza in qualsiasi fase della mia vita di questi ultimi decenni.
L’ho avvertito durante le pur poche visite, accolto nel suo studio assolato, dove comodamente sedevamo in divano, e le tante telefonate: voce robusta, forte, avvolgente, quasi a farmi sentire la stretta calda del suo abbraccio, un abbraccio di amico leale, in condivisione di salda fede religiosa, di sentimenti umani profondi e di testimonianza culturale e politica di parte della storia della sua, della nostra Nardò.
E tutto questo io lo racchiudevo nell’«Uccio», con cui mi permettevo chiamare; e lo sentivo nel «Mario», con cui da sempre mi ha chiamato.
Le voci fisicamente non si incontreranno più né si intrecceranno, ma, spoglio dell’iniziale costernazione profondamente emotiva, non ho potuto non entrare e apporre questi miei ricordi e questi miei sentimenti: gli affetti umani si rigenerano nella memoria e la memoria si incarna nelle parole.
Ed io, con queste poche parole, mi sono permesso di interrompere il silenzio del dolore per riempire qualche rigo di questa pagina che sta definitivamente voltandosi nella storia di Nardò.
Non ho potuto sottrarmi e chiedo scusa alla gentile signora Rosaria, che ha dedicato tutta la sua vita, i suoi progetti e i suoi sogni all’amato Uccio; alle sollecite figlie Emma, Maria ed Elvira, che insieme al carissimo Michele hanno cadenzato la loro vita per papà Uccio e continuano per la deliziosa mamma.
Ma Antonio Boccarella, maestro, assessore e sindaco, è anche di tutta Nardò, inciso nel mio cuore come amico di incommensurabile lealtà e saldo nella mia mente come uomo di grande impegno per il bene comune, e, d’ora in poi, generoso protettore dal cielo.
Mario Mennonna