Cronaca

ALZIAMO L'ASTICELLA - Ci vuole un "parruccone" per dare le dritte ai rivoluzionari di plastica?

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NARDO' - Non solo continuiamo a svolgere il nostro lavoro ed a fare il nostro mestiere, pubblicando tutto senza fare sconti a nessuno, ma ci prendiamo anche il lusso di presumere che la gente sia meno stupida di come ce la sta dipingendo il social di turno. Che sia in grado, cioè, di esprimere pensiero e non solo rutti ed insulti a comando del bossetto di turno. Per questo motivo - ed è onore e vanto - pubblichiamo un pezzo appositamente e spontaneamente scritto da uno degli scrittori meridionali più apprezzati che il panorama letterario possa offrire. Ed è curioso, sì, che sia così: è concittadino di tanti di voi ruttomani.


Nell’impazzimento generalizzato che ha preso questa città, è possibile pure che una giunta impiastricci insieme una decina di serate una più kitsch dell’altra, che il direttore d’orchestra intoni “L’estate più bella di sempre” e che la stragrande maggioranza dei cittadini ci creda davvero e si metta a ripetere la solfa. Sembra di stare in un incubo a occhi aperti e invece è la realtà.

Ma com’è che è finita così? Come siamo arrivati a tutto ciò?

Un mio amico diceva giorni fa che Bobbio oggigiorno, osservando questo scenario, avrebbe riscritto il suo “Destra e sinistra” chiamandolo “Performanti e bruciati”, tanto per tradurre dall’irriferibile originale dialettale. Se provi a dire qualcosa sei, a scelta, o gufatore oppure l’immarcescibile “radical chic” che, sulla bocca di chi lo pronuncia, assume un significato lontanissimo da quello vero, un significato tutto personale, estraneo al vocabolario italiano. O, anche: “Sei intellettuale o polemista politico?”. Come se le due cose potessero viaggiare su due binari lontanissimi tra loro.

Poi senti che pure dall’opposizione si mettono a fare la “critica costruttiva” e allora pensi che è finita davvero, che non c’è scampo. Perché è così importante e urgente questo dibattito estivo su quattro fessi che suonano pessima musica?

In fondo uno potrebbe alzare le spalle e dire: “Tenetevi i nani e le ballerine, io vado a sentire il tal concerto in tale posto”. E invece ti arrabbi perché tu da decenni avevi pensato di vivere in una città d’arte che stava crescendo pian piano. Perché il cartellone estivo promosso dal Comune è una specie di Costituzione cittadina, una dichiarazione d’intenti, un’esibizione della visione globale della comunità che quella giunta possiede.

Cosa legge una persona di media intelligenza scorrendo le date? Nessuna prospettiva, nessuna progettualità, nessuna capacità di produrre e promuovere cultura.
Tutti format comprati fuori, e quasi sempre di fattura mediocre. Possibile che non ci sia nessuno in grado di immaginare? Di fantasticare? E poi di creare? Possibile mai che per cultura questa giunta intenda sempre e solo propaganda, lustrini, telecamere, soubrette?

Battiti live è un orrendo contenitore di paccottiglia, si sa da sempre, ma non il male in sé. Non se è una cosa un po’ volgare affiancata a quel che converrebbe a una città con tale storia, con tale patrimonio artistico, con tale serbatoio di talenti.

Facciamo tanto i No Tav e ci indigniamo per i villaggi turistici e per i Briatore e poi ne esibiamo il corrispettivo “musicale” come fosse oro pregiato. Pure quei concertini di contorno alla Notte della Taranta sono un surrogato malinconico dell’idea brillante di Sergio Blasi di far convivere per una notte geni assoluti come Stewart Copeland e i cantori della tradizione popolare. Eppure basterebbe avere giusto un po’ di ideuzze, ma chiare, su quale vocazione può avere questa terra, su quali input di pedagogizzazione (razza di idee antiche e un po’ patetiche!) debba fornire il Pubblico.

Tanti anni fa ormai, chiacchierando con Edoardo Winspeare, immaginavamo il Salento come l’Irlanda, o come l’Andalusia. Un posto dove la gente viene perché tutto è rimasto così com’era da un punto di vista naturalistico e architettonico, e perché l’offerta culturale è di livello altissimo. Intuizione che, a macchia di leopardo, si è grosso modo verificata, tranne che a Nardò. Dove da qualche anno stava lentamente, faticosamente venendo su una politica culturale che, a detta di ogni forestiero, era “garanzia di qualità”. Era stato fatto poco, almeno rispetto a quel che la città merita, ma la cosa si evolveva, lentissimamente.
Ora il biglietto da visita è: tunz tunz traballero e amen.

Il popolo dei performanti dirà, al solito, “siate costruttivi”. Ma c’è bisogno di farli, gli esempi virtuosi?
Mantova, uno sputo di cittadina. Festival di musica da camera, 50 mila presenze (a sottacere quello della letteratura, 125 mila presenze).
Valle D’Itria, Festival internazionale della musica lirica e sinfonica, 10 mila presenze paganti.
Corigliano d’Otranto, con le sue tante trovate che ruotano attorno alla filosofia.
Pordenone, cinquantamila abitanti: festival blues, festival della letteratura, festival del cinema muto.

Potrei andare avanti per dieci cartelle citando sperduti paesini piemontesi che ospitano Joyce Carol Oates così come amene cittadelle calabresi che mettono su rassegne di teatro di livello mondiale dimostrando che non è un problema di affluenza, dal momento che la qualità attira sempre e comunque, e produce ricchezza, né di compensi, considerato che spesso questi eventi costano quanto un quinto del Circo di Montrone.
Non eravamo noi quelli che Cemento Zero Riassettiamo L’Esistente? Quelli che Evviva Il Barocco Sfavillante? Ma che sfavilla a fare? A far rimbalzare i laser della tv e far zompare gli adolescenti mentre le claque governative inneggiano al sindaco? È questa l’idea che avete della promozione turistica? Il bar che vende aranciate a frotte di minorenni?

È per questo che volete che si ricordi il nome di questa città, oppure perché vi si tiene, metti, l’unico festival della musica ebraica del sud Italia, come sarebbe giusto dopo la famigerata Medaglia presidenziale, o, sempre in ipotesi (una fra le mille, per chi di cultura vive) perché si premia e si discute di letteratura antifascista in omaggio a Pantaleo Ingusci, con ospiti internazionali che a invitarli costerebbe un decimo della Lucarelli?

Vado avanti con le idee facili facili? Ma non eravate i giovani di una tal “rivoluzione”? Ve le deve dare un parruccone come me, le dritte?

(Livio Romano - scrittore)