NARDO' - Prima di appendere la penna alle fronde sei salici.
Come potevo io scrivere…
Quando, ultimamente, sono intervenuto in questioni politico-amministrative della nostra città, ho concluso che un anno di amministrazione comunale era poco per poter compiere un’analisi ed esprimere un giudizio: siamo ancora nell’Anno I. E ne sono ancora convinto.
Lasciamo, pertanto, in pace la gestione Mellone ed aspettiamo un altro anno… io a dire la verità, per Nardò, sto aspettando ancora Godot!
Lasciamo, pertanto, che i proclami continuino e che iniziative normali si enfatizzino.
Lasciamo che tutto appaia nuovo, anche perché buona parte dei consiglieri della maggioranza non viveva la città nelle sue molteplici sfaccettature e ignorava le manifestazioni lontane e vicine nel tempo.
Lasciamo che si beino dell’uso retorico di paroloni, come «personaggetti anacronistici» ed «ecomostri» e delle metaforicamente innocue metafore; lasciamo che non appaia strano, quasi innaturale, che in una maggioranza fatta di decine di giovani non ci sia un solo dissenso.
Lasciamo che pensino che tutto è perfetto, per cui niente del loro operato è perfettibile; lasciamo che si credano i migliori e i superuomini, per cui nessuno è o potrà essere al di sopra di loro.
Lasciamo che siano convinti che sempre e comunque ben operano; lasciamo che non affrontino, se non a proclami, le gravi questioni; lasciamo che la vicenda relativa alla triste condizione dei migranti non sia la loro del presente ma qualcuna o tutte del passato; lasciamo accreditarsi le eredità di qualità senza alcuna gratitudine, sempre sottacendo i benefattori e, spesso, assumendone i meriti; lasciamo che confondano progetti con realizzazioni; lasciamo che costruiscano piste ciclabili; lasciamo che, da donchisciotti, duellino per nuove aeree protette; lasciamo che riempiano una piazza per circenses a suon di migliaia di euro con nessuna ricaduta commerciale (si consultino i commercianti) e notevolmente al di sotto del numero di partecipanti a suon di grancassa preventivato e proclamato; lasciamo che le serate di balli, sotto altra veste, ritornino nelle nostre contrade.
Ma soprattutto lasciamo la città a chi la città ha consegnato il potere: in democrazia va rispettato il responso popolare e il responso popolare è stato, a maggioranza, per Mellone e la sua squadra. Una volta conquistata la vittoria, ogni dissenso non ha motivo d’essere, scritto e verbale… e fra poco anche solo pensato: chi osa farlo diventa, irreparabilmente, partigiano o disfattista e, pertanto, perseguibile a furor -uso eufemismi- di parole, espressioni, sguardi e ostracismi.
Ed allora perché criticare, sguazzando nel «guano» -eufemismo di natura animale per termine di natura umana, utilizzato in segno di pace e di rispetto altrui da parte di un rivoluzionario-, annichilendosi nella schiatta dei «personaggetti anacronistici»?
Anzi perché correre il rischio di essere non combattuti come avversari o contraddetti, come normalmente avviene in una società umana e rispettosa dell’altro, ma distrutti, come avviene in una rivoluzione, al pari di un libro, di un «ecomostro» e di quanto non è utile per la causa?
E anzi ancora perché voler essere grilli parlanti di pinocchi, che, invece, grazie alla fata turchina, hanno assuefatto coscienze e intelligenze -che pur vi sono- al clima beato di una città finalmente ridente e pulita, con problemi risolti e facilmente risolvibili?
Insomma lasciamoli nel loro paese dei balocchi, in cui, però, la loro missione rivoluzionaria non è ancora finita: ci sono dei mostri, a mo’ di mangiafuochi, da affrontare e, a rappresaglia, distruggere.
Chi sono? Tanto per cominciare, quelli che hanno costruito gli «ecomostri» e, per non perdere tempo nell’enumerarli tutti, quelli che sono venuti prima dell’estate 2016, ad eccezione di coloro che, purificati e sublimati sulla strada del potere, si sono trasferiti nella loro maggioranza.
E basta allora! Io non parlerò: ho assunto con me stesso l’impegno di attendere un altro anno, cioè l’Anno II! Non posso, pertanto, parlare.
Da «ecomostro» -forse mi sto dando importanza inserendomi anch’io, mentre non son degno di essere preso nemmeno in considerazione e quasi certamente non lo sarò- da «ecomostro» -ripeto- devo evitare il rischio di essere distrutto per non lasciare inusata la penna che ora non posso che appenderla alle fronde dei salici.
Mario Mennonna