Cronaca

La mia piccola (e verde) contestazione civile. Di Bruno Vaglio

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NARDO' - "Purtroppo, alla luce dei recenti fatti, non posso più evitare di entrare nell’agone della polemica sui lavori di Via Papa Giovanni XXIII al fine di chiarire bene la mia posizione" dice l'agronomo.

Quando il Sig. Manca sostiene QUI che “tutti gli interventi sul verde sono stati concordati e puntualmente condivisi con l'agronomo di Bianco Igiene Ambientale”, ha perfettamente ragione.

In effetti, avevo, chiaramente, espresso il mio parere e fornito disposizioni tecniche a chi di dovere, ben prima dell’inizio dei lavori. Peccato, però, che gli stessi lavori siano stati eseguiti in maniera difforme da quanto concordato, a mia insaputa (e proprio mentre ero impegnato su un altro cantiere), con le modalità che tutti conosciamo, vale a dire con la devastazione degli apparati radicali delle magnolie, di cui, certamente, non sono responsabile.

Aggiungo che, sotto alcuni aspetti, sono stato anche, eccessivamente, ripetitivo e pedante nel raccomandare la massima precauzione nell’esecuzione dei lavori, soprattutto nei pressi degli alberi. Tanto affermo per amor di verità e a memento per coloro, e sono in tanti, che pur conoscendo dettagliatamente i fatti sottacciono sulla correttezza del mio operato.

Mi sono, inoltre, persuaso che pur volendo sottacere, per non cadere a mia volta in troppo facili accanimenti, su tutta la gravità della vicenda, non posso ignorare il fatto che ci saranno delle conseguenze. Infatti, nutro la certezza, sperando di sbagliare, che, a giudicare dall’entità dei danni ipogei, le magnolie subiranno degli effetti pesanti in termini di fisiologia e morfologia arborea, che si manifesteranno nelle forme di un, più o meno, lento e progressivo deperimento. E pensare che tutto ciò si sarebbe potuto e dovuto evitare con facilità, mi lascia ancora più sgomento.

Il caso di specie serve da stimolo per allargare lo sguardo sulla situazione del verde pubblico in città, che definire condotto approssimativamente è un eufemismo. Basta analizzare la questione dell’imposizione di drastiche e inutili potature alle alberature cittadine, contro le quali mi sono battuto in scienza e coscienza, “foglia per foglia”, cercando di portare il mio contributo professionale per “salvare il salvabile”, proponendo e ottenendo il rispetto della struttura dell’albero pur accettando un compromesso, tecnicamente, molto al ribasso. L’irrazionale “richiesta” è stata imposta adducendo ragioni semplicistiche, non facilmente accettabili.

La principale è stata quella di dover consentire alle nuove lampade led di illuminare adeguatamente le strade cittadine e ciò a discapito delle chiome degli alberi che, con pretesa implicita, dovevano essere ridotte al di sotto del minimo fisiologico. Purtroppo, i richiedenti non hanno tenuto presente che gli alberi, per vivere, hanno bisogno delle foglie e, soprattutto, i richiedenti hanno ignorato che l’efficientamento energetico e il mantenimento del patrimonio arboreo non dovrebbero mai cadere in antinomia.

Basti pensare che il ruolo ambientale che gli alberi svolgono, assorbendo con le chiome le famigerate polveri sottili e sequestrando nel legno i gas climalteranti (tra i principali responsabili dell’aumento dei cambiamenti climatici), contribuisce al raggiungimento di quell’obiettivo a cui si mira con il riammodernamento del vecchio impianto di illuminazione della città, che sostituisce le vecchie lampade energivore con i più virtuosi led a basso consumo. Credo che chiunque, a casa propria, avrebbe cercato, nel migliore dei modi possibili, di illuminare e al contempo mantenere gli alberi.

L’altra motivazione è la presunta, e non meglio specificata, pericolosità delle piante. Pericolosità che non credo, anzi sono sicuro, possa essere valutata compiutamente dal richiedente Ente locale privo di competenze specifiche nel proprio organico.

Dunque, si sta parlando di una situazione del verde pubblico a dir poco kafkiana, non consona ad un Comune che deve avere, come obiettivo primario, il bene della collettività, valutando, con ponderazione, le conseguenze di scelte abborracciate e/o tecnicamente poco meditate.

Il clima del settore è quello di una generale sottovalutazione delle programmazione tecnica e fitosanitaria. Ne sono esempi eclatanti: l’aver ignorato il monitoraggio della stabilità degli alberi; l’aver ignorato la richiesta di un piano di piantagione autunnale di nuovi alberi in sostituzione di quelli periti con la gelata di gennaio, ancora in spettrale mostra come tanti lazzari in attesa di non si sa quale vificante intervento divino; l’aver ignorato la profilasi del castnide, che sta decimando le palme nane della città. Di tali emergenze, di cui ho inviato puntuali segnalazioni in forma scritta, non ne ho più saputo nulla.

A completare il quadro, casomai non bastasse, leggete la recente sortita dell’Assessore al verde che scambia, e ne scrive sui giornali, un pino per un pioppo.

Credo che tutta questa nuova ondata di sconcertanti eventi nel “mio” settore non sia affatto casuale ma risponda a quel peccato originario di non volere avere tra i piedi scomode figure specifiche; prova ne è l’attuale e perdurante anomala situazione che vede l’organico del comune privo di un agronomo atto a ricoprire la delicata e impegnativa funzione di tecnico del verde pubblico.

Da qui, e credo che ce ne sia abbastanza, la mia anche troppo tardiva reazione a questo modus facendi, di cui, forse ingenuamente ma in buona fede, rischio di divenire complice sebbene involontario.

Sapendo di non potermi aspettare quel sostegno troppo compromettente, spero perlomeno che con questo mio meditato e, per certi versi sofferto, atto di contestazione civile io riesca a restituire un po’ di quella sana aria di libertà, che, sebbene non possa compensare, figuratamente, la distruzione delle chiome degli alberi, mi voglio illudere, possa almeno far pensare chi è ancora in grado di farlo.

Bruno Vaglio