Cronaca

INTERVENTO - A volte ritornano

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NARDO' - E, stavolta, lo scritto di Giuseppe Mario Potenza farà discutere molto più di altre volte.

Fioriscono nel tempo i riconoscimenti di “diritti”. Ricordiamo la legge n. 184/1978 sulla legalizzazione dell’aborto, dove soccombe il vero diritto alla vita del nascituro. Negli ultimi decenni abbiamo la cultura omosessualista e del gender: discriminazione no, ma nemmeno libertarismo radicale sfrenato. “I pedofili vogliono gli stessi diritti degli omosessuali” si legge in un articolo di Jack Minor nel Northerm Colorado Gazette.
“La lobby LGTB entra nelle scuole ad insegnare il ‘gender’ ai nostri figli. Planned Parenthood – dove può – insegna la sessualizzazione precoce ai bimbi stessi. Domani qualcuno gli insegnerà che può essere piacevole soddisfare sessualmente qualche vecchio porco (scusate, m’è scappata un’espressione un poco volgare). E chi oserà gridare allo scandalo sarà accusato di intolleranza, discriminazione delle minoranze, istigazione all’odio, e magari di fascismo” (Francesca Romana Poleggi, agosto 2013).

Proteste per la benedizione religiosa (marzo 2015) e il presepe (dicembre 2015): vanno rispettati i diritti di quanti vengono in casa nostra per imporre la loro cultura e le loro tradizioni a scapito della nostra cultura e delle nostre tradizioni. Nelle scuole ora si afferma, a Roma, che il nido cancella le feste del papà e della mamma, per cui il 4 maggio dev’essere una giornata di laboratori aperti alle “famiglie” (aprile 2018).

C’è una certa ottica in cui si rispetta il diritto dei dipendenti pubblici a ricevere lo stipendio, ma non l’aspetto della dignità umana, e non rileva il fatto che i dipendenti lavorino o meno. Anche in caso di esubero ci può essere una soluzione, ma sul piano burocratico chi se ne fotte? A Lecce tre impiegate utilizzano l’orario di lavoro giocando con il telefonino o facendo cruciverba o la maglia, poi si autodenunciano (febbraio 2018).

Circa la “stepchild adoption” a decidere può essere la magistratura e anche, senza sentenza, il Comune, al posto del Parlamento che, invece di recepire gli orientamenti della tradizione e le conseguenti tensioni della società civile, prudentemente si astiene per non compromettere l’esercizio locale dei diritti. Il bene dei bambini? Non si vede problema che si ponga (da ultimo, Torino, aprile 2018).

A Milano un cingalese viene arrestato per furto in un supermercato, è fermato e gli si convalida l’arresto, poi viene scarcerato a seguito del rinvio chiesto dal difensore per la preparazione della difesa: il reato è stato derubricato da “furto aggravato” a “tentato furto”. Dopo qualche settimana è di nuovo arrestato per lo stesso reato e viene convalidato l’arresto, ma l’udienza è rinviata. Nel frattempo c’è la condanna per il primo furto, ma la pena è sospesa perché sotto i due anni. Poi ci sono altre condanne ma senza misure cautelari, per cui al momento l’imputato è libero (settembre-novembre 2017).

Ci possono essere atti di terrorismo compiuti da immigrati già individuati come persone non propriamente angioletti? Va bene, ma di rimpatrio cautelativo non se ne parla.

Con i tempi che corrono si ha paura anche stando in casa propria: che senso ha distinguere tra la paura vera e quella reale? Chi si difende a casa sua corre il rischio di difendersi poi in Tribunale. Il Parlamento può meglio disciplinare il diritto di autotutela prevedendo pene in materia di sicurezza, se non più gravi, almeno più certe, per evitare un processo scontato a carico del cittadino? Campa cavallo che l’erba cresce.

Ineffabili diritti di casa nostra! Del fenomeno del “dirittismo” si è occupato, sotto altri aspetti, Alessandro Barbano, direttore del “Mattino” di Napoli, che non ha risparmiato gli “accademici votati alla supremazia di un’élite che maschera, dietro la censura delle manchevolezze altrui, una sottile vocazione antidemocratica”: “la malattia dei diritti spiega il declino italiano”, egli ha detto.

Non occorrono studi approfonditi per vedere che gli articoli 39 e 49 della Costituzione costituiscono un bubbone istituzionale senza una legge di disciplina, ma in politica non si è mai considerata la cosa. Perché? Perché non si è inteso limitare lo strapotere dei partiti politici e dei sindacati, dove la politica è di casa.

Vi sono agitazioni nei trasporti, nella scuola e nella sanità. I sindacati che hanno pochi iscritti hanno una rappresentanza (normale nella concezione dei diritti) dimenticando che a pagare sono poi i più deboli, ma che importa ai signori parlamentari? Essi non ci pensano proprio a fissare per le piccole sigle limiti in materia di astensione dal lavoro (Roma, 2017). E c’è, poi, il discorso degli intervalli da rispettare tra uno sciopero e l’altro. La legge n.146/1990, modificata, poi, con legge n.83/2000, non risolve i problemi.

I partiti politici hanno sempre pascolato indisturbati sul territorio italiano seguendo due criteri-base: da una parte snobbando il principio di divisione dei poteri (il Governo pensa a tutto, anche agli interventi non urgenti o straordinari), e dall’altra evitando di mettere le mani sulle riforme della Costituzione (ad esempio, circa l’assetto istituzionale, con l’abolizione del Senato e delle Province e il riordino delle Regioni) e su temi scottanti, lasciando mano libera ai giudici per un diritto creativo (ma quando è risultata una urgenza di riconoscimento di diritti c’è stata la mobilitazione urgente, come nel caso della legge “Cirinnà”) o rinviando interventi sulla semplificazione nei vari settori, compreso quello delle imprese, danneggiate dall’immobilismo anche rispetto ai fondi europei.

Il discorso non è generalizzato. Ci sono sempre state le persone degne, sensibili al bene comune, ma, purtroppo, condizionate a fronte della schiacciante superiorità dei politici di professione. E ci sono sempre state le persone sensibili, più che al bene comune, a qualche altro bene, quindi i militanti, che Angelo Panebianco, Università di Bologna (a proposito della formazione del Governo dell’aprile-maggio 2018) pone nel cerchio intermedio riguardante il puro interesse di partito (che si risolve nella somma degli interessi personali alla poltrona: questo interesse spiega perché gli altri sono nemici e non avversari e perché c’è la tendenza a contrastare altrui prese di posizione pur obiettivamente meritevoli): questi militanti manovrano i vertici (circolo più piccolo), ai quali l’elettorato (cerchio più grande) ha dato credito con il voto.

In un sistema democratico le leggi sono frutto della maggioranza (nelle segreterie di partito, poi in Parlamento), ma, si sa, la maggioranza che governa non svolge necessariamente attività gradita a tutto il Paese. Tanti cittadini devono gustare i frutti del dirittismo maturati nel giardino partitico e sopportare la propaganda elettorale, ma perché devono pure sentire illustrare e glorificare, in occasioni culturali che non hanno niente a che fare con la politica, le meraviglie del passato partitico? Siamo lontani dal pensiero di Indro Montanelli (“Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”), comunque questa visione di parte richiede una precisazione. Si può pure pensare che una volta c’erano dei paletti, ma l’andazzo è stato sempre quello, e anzi è andato peggiorando sempre di più e sono caduti pure quei paletti. A parte i due criteri-base di cui si diceva, c’è un’altra predisposizione, caratteristica del dna più che criterio di condotta: lo sperpero di denaro pubblico per programmi schiettamente politici con carrozzoni vari, leggi fatte ad usum delphini, distacco di gente stipendiata alla segreteria politica, aumento, tra i più vistosi nel mondo, del debito pubblico, che strozza l’iniziativa statale, ecc, il tutto costituendo magnifici presupposti per la crisi e pregiudizio del diritto al lavoro dei giovani che, questo sì, è vero, fondamentale diritto.

La dottrina, il giornalismo, la stampa periodica e quotidiana hanno dato sempre il quadro, rispecchiando il malessere popolare, ma i politici sono andati sempre avanti per la loro strada, con faccia di bronzo. Si spera di credersi liberi almeno dai pensionati, ma questi a volte ritornano. Anche se di mezza tacca, sono autoreferenziali in materia culturale. Avendo perso il potere e non volendo stare nell’ombra, hanno prurito e cercano di riciclarsi, facendosi nominare assessori in qualche giunta comunale anche in un’altra Regione o interessandosi a conferenze o battendo le carte in associazioni culturali. Ah, che bellezza! Non si dimentica la lottizzazione della cultura e si passa alla gestione personale. Non manca chi, dall’alto del suo vitalizio, trova l’occasione, con voli pindarici paurosi rispetto al tema, di sottolineare le conquiste meritorie del passato della politica, magari con particolari personali, con evidente disprezzo del quadro politico dell’ultima ora (formatosi, inutile dirlo, come protesta popolare: da ogni parte delusioni dopo tutti questi decenni, proviamo con questi altri, sperando in bene, hanno pensato tanti elettori).

Della (buona) politica non si può fare a meno, e si confida in un nuovo Governo per voltare pagina con urgenti riforme (radicali, sì, ma nel rispetto dei vincoli finanziari).