Cronaca

QUANTO CI MANCA - Riservava attenzione a tutti, con sensibilità umana e fervore spirituale

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NARDO' - Oggi, 11 luglio, non si può non ricordare monsignor Vittorio Fusco, il nostro vescovo che fu in mezzo a noi e per noi dal 1995 al 1999, anno della sua morte. Sono trascorsi quasi vent’anni, ma indelebile rimane la sua testimonianza di luce spirituale e culturale. Qui potete leggere lo scritto del professor Mario Mennonna e una sua intervista al vescovo pubblicata su "Il Solco".

mons fuscoE a me, come per la mia mia famiglia, nella sua riservatezza, nella sua intensità umana e nel suo fervore spirituale, riservò attenzione affettuosa e condivisione culturale sin da quando giunse in diocesi. Infatti volle subito conoscermi (oltre che come nipote del vescovo Mennonna) come studioso, come ex allievo del prof. Pietro Scoppola, che conosceva, e come autore di pubblicazioni relative alla storia di Nardò, così come, anche tramite me, entrò a contatto con tutti gli ambienti culturali, lasciando in ogni intellettuale un’impressione di grande spessore spirituale, religioso e umano.

Aderì ad iniziative culturali anche come socio onorario dell’Accademia del Lauro e di continuo mi prospettava i suoi progetti culturali, come l’istituzione del Museo diocesano e la collocazione dell’Archivio storico e della Biblioteca nel vecchio Seminario vescovile. Negli ultimi tempi ebbi maggiore e più significative occasioni di essergli vicino, in quanto mi affidò la direzione editoriale del periodico “Il Solco”, da lui voluto a servizio di tutta la diocesi, al pari di Radio King, preesistente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Copertino.

Riservandomi un intervento articolato il prossimo anno insieme ad altri interventi di amici, ritengo di poter proporre integralmente un’intervista dal vescovo Fusco rilasciatami per “Il Solco” in un periodo molto particolare della sua vita, in quanto non solo evidenzia la sua straordinaria personalità, ma anche l’attualità dei temi trattati.

Dinanzi a noi appare la luce della serenità, brilla lo splendore della fortezza e dell’entusiasmo, si diffonde il chiarore della semplicità.

Un uomo, il nostro vescovo, ci accoglie nella sua stanza di infermo e, man mano, che il nostro dialogo si sviluppa, con la sua umiltà e con la sua certezza di fede e di speranza, capovolge i ruoli: noi siamo gli infermi, ad aver bisogno di lui siamo noi, noi attingiamo a piene mani dal suo eloquio pacato e puntuale, sereno e fiducioso, altamente spirituale e profondamente umano.

L’intervista, per la quale siamo stati accolti, sin dalle prime battute perde di quel tono professionale, di cui ci eravamo investiti, per acquistare la dimensione di un incontro autentico di due pecorelle, confuse ed incerte, con il proprio pastore.

La domanda del come vanno le cose sottintende il desiderio di conoscere quando sarebbe tra noi tornato.

“Sto in una fase di ripresa post operatoria - ci dice -. E’ quasi terminata, nel senso che dovrà andare ancora avanti per alcuni giorni. Si tratta di una ripresa di tutte le funzioni, perché si perdono quelle più comuni, come camminare, mangiare, andare al bagno e così via. Dopo questa fase i medici parlano di una convalescenza, che mi dovrei assolutamente imporre e dovrebbe avere una lunga durata, ma di tutto questo non ancora abbiamo stabilito niente”.

Nonostante manifesti in tutta chiarezza la sua forza e il suo entusiasmo, per mero sviluppo discorsivo gli si chiede quale sia il suo stato d’animo. La risposta è immediata: “Dal punto di vista spirituale, il primo momento, cioè il momento in cui mi è piombata addosso la croce, ho avuto molta luce, molta forza di abbracciarla, di aderire, accettando anche la morte. Quando poi siamo entrati nella realtà quotidiana con le difficoltà di non riuscire a dormire, di non potersi spostare e di compiere qualsiasi altro atto, è emersa maggiormente la fragilità umana. Come non è facile realizzare le grandi cose, che diciamo al Signore, come quella di donarci completamente a Lui, così non è altrettanto semplice portare a compimento queste di carattere pratico, quando si tratta di viverle in condizioni non propriamente idonee. Però voglio dire che il nostro animo è di serenità. Ho sentito la mancanza della preghiera, quando si è interrotta nelle fasi dell’effetto dell’anestesia: non sono riuscito a leggere il breviario né a recitare il Rosario. Poi, pian piano, però, ho ripreso e la preghiera naturalmente mi è stata di grande aiuto. Sono parecchi giorni, purtroppo, che non riesco a celebrare la S. Messa e ricevo la Comunione dal cappellano dell’Ospedale…”

Gli occhi si illuminano e prosegue: “Bello è stato il momento dell’Unzione degli infermi, che ho tenuto a ricevere e far conoscere al popolo, che purtroppo ha ancora quella brutta mentalità che l’estrema unzione va data, quando l’infermo non capisce più, perché incute paura. E’, invece, un sacramento che serve ad unire la nostra sofferenza alla sofferenza di Gesù. E veramente l’ho sentito l’effetto dell’Unzione degli infermi! Pertanto chi priva i propri cari o priva se stesso di questo sacramento allontana un grandissimo aiuto”.

Ci sembra che il nostro vescovo si elevi come testimone di fede e abbia instaurato un rapporto verticale soltanto con Dio. E’ l’impressione di pochi attimi, perché subito ci comunica l’orizzontalità della sua esperienza: “L’esperienza della malattia aiuta a riscoprire la povertà della natura umana. L’uomo è dipendente in ogni cosa; l’uomo da solo non può fare un passo: ha bisogno di Dio, ha bisogno dei fratelli, ha bisogno del prossimo. La malattia e, soprattutto, l’ospedalizzazione ti aiutano a scoprirlo concretamente, giorno per giorno. Anche ciò reputo una grande grazia”.

Non possiamo non sottolineare che la malattia ha, comunque, interrotto la sua attività pastorale, ma con un sorriso, espressione di serena fiducia nel progetto divino e di paterna e bonaria ironia verso la nostra affermazione, ci fa notare: “La Provvidenza ha pensato anche a questo. Tutto quello, che stavo facendo, cioè quello che avevo per le mani nel mese di luglio, era terminato…”. Poi con una nota di nostalgia ricorda due momenti, per lui significativi, in programma per agosto: “ C’erano due cose che sono saltate: le vacanze insieme ai seminaristi, che loro hanno potuto fare con il soggiorno a Catania, e il viaggio in Uruguay per la visita al nostro missionario diocesano, fidei donum, don Salvatore Grandioso. Quest’anno sarei andato insieme a quattro sacerdoti. I cari fedeli dell’Uruguay si sono preparati per l’inaugurazione di un centro socio-religioso, che è stato realizzato con i fondi raccolti in occasione del mio ingresso in diocesi. Si scelse questo dono missionario, che si è ormai concretizzato e che io avrei dovuto inaugurare. Questo è saltato: non sono potuto andare e chissà se il Signore, in futuro, mi consentirà di visitare i cari fedeli dell’Uruguay! Andranno, comunque, almeno tre sacerdoti e, quindi, questo segno di comunione avrà la sua continuità”.

Si ferma e, dopo un attimo di riflessione, riprende a parlare, ma con tono solenne, che nasconde - così a noi sembra- un pizzico di amarezza: “A settembre ci sono due grandi appuntamenti. C’è il Convegno ecclesiale, durante il cui svolgimento spero tanto di poter garantire una breve presenza, almeno una comparsa. Starò, comunque, nell’obbedienza a quanto diranno i medici. L’altro grande appuntamento è quello delle ordinazioni sacerdotali del 24 settembre. Il desiderio è immenso di poter essere io a presiedere. Se il Signore mi chiederà questo sacrificio della rinunzia, allora, beh!, allora dovrò invitare un altro vescovo”.

Una pausa e, poi, con la semplicità di chi è fermamente convinto della familiarità che si può instaurare con Dio Padre, soggiunge: “Aspettiamo quello che Lui dirà”.

Non lascia, quindi, di porre in evidenza gli impegni ordinari: “Dovremo senz’altro rallentare il ritmo. Dovremo fissare alcuni giorni in cui il vescovo riceve, ma senza nemmeno quel ritmo intenso che avevo impresso, altrimenti rischierei di non farcela! ”.

Partendo da un presupposto errato circa l’interpretazione dell’impegno culturale di un credente e, maggiormente di un vescovo, pensiamo di chiedergli se, a causa del suo stato di salute, debba, almeno nel periodo della convalescenza, essere difficoltoso trovare tempo e spazio per il settore della cultura.

Netta e precisa la risposta: “Certamente troverò tempo e spazio, perché non è un optional, non è un hobby, non rientra, insomma, nella discrezione del vescovo. Anche in questo settore ci sono direttive della Chiesa. I temi culturali sono una dimensione della nostra realtà, della nostra memoria storica e teologica. Quindi non possiamo noi non curarli. Nel giorno, in cui non potessi curare questo settore, come non potessi curare la liturgia, come non potessi curare la catechesi, dovrei - e sorride a pieno viso -, dovrei dire: mandate un altro vescovo!”.

Appare chiaro che la sua disponibilità verso i sacerdoti e verso i fedeli, anche in questa prima fase, è piena, pur se graduale negli appuntamenti.

Infatti così sottolinea: “Già in questi giorni sto ricevendo i sacerdoti, mentre non posso per i laici: non mi è stato permesso dai medici al fine di evitare che io venga sottoposto ad uno stress notevole, date anche le prevedibili numerose richieste di visite”.

Passando dall’analisi dell’esperienza della malattia e dell’atteggiamento personale, ci addentriamo in qualche riflessione teologica. La prima domanda che scaturisce riguarda il perché il Signore appare come chi si accanisce contro le persone in genere, ma anche contro i sacerdoti e i vescovi.

Sorride e tentenna il capo, mentre inizia a rispondere: “A me la parola “accanirsi” non piace, perché sembra che il Signore prema un bottone e faccia scendere il tumore, l’Aids e altre malattia sulla testa dell’uno o sulla testa dell’altro. Noi sappiamo che il Signore ha creato un mondo meraviglioso e che siamo stati noi che lo abbiamo, con il nostro peccato, deformato. Siamo stati noi ad allontanarci da Lui. Però Gesù è venuto in questo mondo ad assumerlo, a prenderlo. Quindi la preghiera, che io ho recitato e recito in questi giorni, è la seguente: Signore dove sei tu voglio essere con te. Se tu vuoi stare dove c’è la morte, dove c’è la sofferenza, dove l’uomo soffre, vorrei seguirTi, vorrei stare con Te ”.

E subito soggiunge: “A me la sofferenza non pone nessun problema di fede, perché non posso vedere così Dio che assegna all’uomo questo o quest’altro. E’ la condizione dell’uomo peccatore, che deve arrivare al regno di Dio. Non arriva così, miracolosamente, ma momento per momento. Noi sappiamo che farsi sacerdote o religioso non è mai stato un talismano per non essere malato, non essere colpito, anzi sappiamo che le persone, che più vogliono seguire il Signore, devono seguirlo nella via della croce”.

Dinanzi a tali considerazioni il ricorso a Giobbe è d’obbligo… e il nostro vescovo ci segue nella citazione: “Signore, prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto”.

“ Sì, ho vissuto questa esperienza…Indegnamente devo dire di sì! Indegnamente devo dire di sì che ho sperimentato questa conoscenza! Quello che mi è mancato molto durante i primi giorni sono stati i Salmi, perché in essi c’è l’uomo che soffre: una sofferenza, però, che viene portata insieme a Dio. Ho sentito la mancanza di non poterli leggere nel breviario, ma quale grande gioia sorgeva in me, quando mi venivano in mente sia pure a frammenti!”.

E la luce di un sorriso aperto si diffonde sul viso. Ancor più ci spinge a chiedere cosa resta in lui dell’esperienza di sofferenza vissuta.

Non ha esitazione alcuna per rispondere: “Anche se, come mi auguro, potrò riprendere il servizio pastorale, che tanto mi affascina in questa Chiesa così bella, così ricca, dal Signore affidatami, in me resterà un senso di provvisorietà, un senso di povertà. Quello che conta non è tanto il fare, quello che conta è l’essere; quello che conta è seguire Gesù, stare davanti a Gesù. Sì, penso che sia proprio questo”.

Vorremmo continuare a dialogare, ma il tempo vola: sembra un attimo, ma un attimo di intensa gioia, di ossigenazione spirituale, di sollecitazione umana a vivere la quotidianità, soprattutto quella intrisa di sofferenza, nella dimensione divina e nella più accesa speranza.

Chiediamo di poter scattare qualche foto… le esigenze del giornale lo richiedono!
Con estrema semplicità acconsente a donarci le sue immagini, con l’abito dell’infermo, con il volto a volte serio e a volte sorridente, lasciandosi guidare nelle pose.

Facciamo in tempo a conoscere sua sorella, che con molta riservatezza, non ha interrotto il nostro colloquio.
Sarebbe bello restare ancora con il nostro vescovo, che ci ringrazia: “Con questo impegno mi avete fatto riempire la mia giornata!”

Lei, mons. Fusco, ha riempito la nostra vita di un’esperienza esaltante. Ci ha gratificato della luce del suo entusiasmo, della sua sorridente serenità, della sua semplicità, della sua forte fragilità, della sua umanità, della sua intensa testimonianza di fede.