La novella «Nardò sparita». E la presunzione "culturale" di chi non studia e s'improvvisa.
Con Paolo Zacchino scrissi nel lontano 1997 il libro, Nardò sparita. Storia e iconografia (secc. XI-XVIII, edito da Congedo, evidenziando quanto non c’era più, quanto era stato sostituito e quanto era stato distrutto dal terremoto del 1743 e, nei secoli successivi, dalle colate edificatorie (si pensi alle «Quattro Porte» della città antica).
Oggi, penso, bisogna riprendere il percorso della «Nardò sparita», in quanto un terremoto culturale ha spazzato via dalla documentazione alcuni monumenti di grande spessore storico e palazzi privati di significativa struttura architettonica.
Stando così le cose anche le mie Guide verdi su Nardò -l’ultima è del 2012- sono superate oppure storicamente false perché in più punti presentano un complesso urbanistico, che, a quanto appare, non è più esistente.
Infatti un turista amico, dopo aver consultato la mia Guida, per facilità di percorso ha preferito fruire della Mappa del Centro storico, curata dall’Assessorato al Turismo del nostro comune e messa in circolazione quest’estate, oltre che in gigantografie affiggerla su pannelli promozionali.
Dopo un rinfresco sorseggiato in uno dei locali di piazza Salandra, il mio amico ha voluto iniziare la visita della città, partendo proprio da questo luogo. Ovviamente ha cercato sulla mappa la Casa dell’università/ex Palazzo di città/ex Pretura, di cui io avevo scritto. Non avendola trovata, è subito giunto alla conclusione che io avessi scritto una sciocchezza. Ma quando gli ho fatto notare che stava proprio di fronte a noi nella sua presenza maestosa, prestigiosa ed imponente, ha espresso stupore per la bellezza architettonica e ironia sarcastica da settentrionale sulla portata culturale di studiosi locali, che ne hanno ignorato o omesso l’indicazione.
Al suo sorriso di scherno ho cercato di contrapporre una giustificazione, che è caduta, però, nel ridicolo, allorché lo stesso turista, impertinente e troppo curioso, anzi impiccione, mi ha chiesto di trovare sempre sulla planimetria l’altro bel monumento che si trovava alle sue spalle: proprio come mappa di pirati alla caccia del tesoro l’ho girata e rigirata, ma questo immobile non c’era. Ho dovuto, a questo punto, sfoggiare tutta la mia farsesca furbizia, sorvolandone la mancanza tramite lo scarico di notizie sulla sua denominazione, il Sedile, e sul suo importante ruolo storico.
Sulla mappa, infatti, manca e al suo posto è indicato lo IAT: la struttura, che avrebbe dovuto indicare l’oggetto turistico, copre il monumento! Veramente strano!
Ritornando a noi, dinanzi a questo stato di cose, mi sono sorti dei dubbi, che a lui ho nascosto per il buon nome della città e, mentre l’amico incalzava sulla Fontana del Toro, anch’essa cancellata, e sul Teatro Comunale, anch’esso cancellato, che intanto fisicamente ammirava, io timoroso, mi chiedevo: - Vuoi vedere che mancano altri monumenti e palazzi tra i più significativi?
Eh, sì, purtroppo per Nardò! Manca la Biblioteca comunale, coperta da un immenso palazzo Sambiasi, di recente ristrutturato nell’autentica parte palazziata; e mancano i novecenteschi Palazzo Tafuri nei pressi di piazza Diaz e Palazzo Palmarini, in via Matteotti, con il suo ricamo architettonico; e non c’è il Palazzo Personé-Romano, una delle espressioni più interessanti del nostro Novecento; e non c’è il rinascimentale Palazzo Massa e non c’è nemmeno l’altro sempre dei Massa sempre collocati nell’omonima via; e non c’è il cinquecentesco Palazzo De Noha con corte e con un oratorio/chiesetta con impronta di devozione gesuitica in piazza San Giuseppe, restaurato e riconsegnato alla città insieme ad un piccolo museo di reperti della nostra tradizione, ubicato laddove fu la bottega del maestro Stifani, famoso per il suo ruolo avuto nella storia del tarantismo.
E potrei continuare con i bei restauri effettuati nelle abitazioni storiche barocche e settecentesche in piazza Salandra!
E, poi, che senso ha il riportare monumenti e palazzi senza alcuna datazione e con quale criterio storico, architettonico e turistico (come itinerario) sono stati scelti? Oltre tutto si tratta di una mappa e come tale deve avere un logico percorso. E, poi, perché si continua ad ignorare, pur dopo uno studio di Pinuccio Antico, che il mignano di via Lata appartiene ad uno dei Palazzi Massa, a dire il vero per mero errore di battitura da me indicato in una Guida verde come appartenente alla famiglia De Noha?
Allora: il tutto è scaturito da errori materiali - purtroppo grossolani e diffusi - oppure da ignoranza oppure da una strategia «culturale», che, per limitatezza mia mentale, non riesco a comprendere?
Ed, infine -mi si permetta ancora- con quale criterio tra le «Porte» storiche della città si indica «Porta Falsa» (via N. Ingusci) e non si indica la vera «Porta S. Francesco» (al termine di corso Garibaldi), così come sono state indicate per le altre tre, pur da tempo inesistenti?
E- un altro mi si permetta!- come possono i turisti intraprendere i fantomatici percorsi cicloturistici nelle trafficatissime e, quindi, rese impercorribili per i pedoni e ciclisti via Napoli e via Regina Elena?
Vogliamo far fuori i turisti intriganti e curiosoni come il mio amico settentrionale?
Normalmente chi viene dopo, non distruggendo o ignorando il passato, opera in modo migliore, ma a Nardò, in certi ambienti culturali e politici, ciò non avviene: il passato e gli studi passati vanno distrutti e cancellati! E si cancella la memoria. E si cancella la città!
Tuttavia non mi permetto di dare un consiglio… correrei il rischio di essere anch’io demolito, ammesso che sia degno di attenzione. Ho osato, invece, solo annotare alcuni aspetti perché i promotori della mappa non sono privati, bensì è l’Amministrazione Comunale, cioè quell’istituzione pubblica che deve dar conto ad ogni cittadino.
Mario Mennonna