NARDO' - Aver vissuto, per molti anni, quasi in simbiosi, come amici vicinissimi e sinceri, aiuta a condividere idee, sogni e aspirazioni. E poi questo stile di vita, suggellato dall'amicizia, accompagna le persone, inevitabilmente, verso un comune sentire. La portella del cuore sta lavorando, in queste ore, ad un progetto che vedrà la luce nelle prossime ore. Con meraviglia, dunque, abbiamo letto quello che scrive - praticamente senza nulla sapere del nostro progetto - un grande amico di portadiMare e del suo direttore: "Le misure sempre più stringenti di queste ultime ore acuiscono il vuoto relazionale e penso che tutti sentiamo il bisogno di fare qualcosa per non perderci, per mantenere un legame, per non rinviare ma per imparare e reinventare... abbiamo bisogno di sentirci vicini e di parole che ci diano coraggio e speranza".
L'idea dell’Azione cattolica diocesana è quella di comunicare temi che possano indurre a una riflessione e/o a un impegno, in primis personale e poi da condividere nei vari gruppi social. Incominciamo.
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CORONAVIRUS: LA VITA COME FOSSE UN FILM
Ci sono volte che davanti a un film ci emozioniamo come fosse la realtà.
Altre, invece, viceversa. Viviamo la nostra vita come fosse un film.
L’avremo certamente pensato davanti al dilagare dell’ormai tristemente famoso coronavirus. Un senso “ovattato” ci pervade. Roba da non crederci, non può esser tutto vero. Le nostre giornate, ormai alienate dalla psicosi collettiva, sembra quasi non ci appartengano. Scorrono via tra stati d’animo, paranoie e comportamenti tanto surreali quanto spesso contraddittori.
Perché noi, in fondo, siamo così. Tutto e il contrario di tutto.
Evitiamo l’abitudine, ma sovente è in essa che ci accomodiamo.
Scegliamo i film d’avventura, ma senza un preciso cronoprogramma non ci spostiamo di un centimetro.
Compriamo mascherine per sentirci pronti alla battaglia, ma poi di fatto non le indossiamo pensando che la questione, personalmente, non ci riguardi.
Siamo bombardati di notizie tutto il santo giorno, eppure di quel che conta non ne sappiamo nulla.
Sì, alla fine della fiera, forse, non sappiamo nulla neanche di noi stessi.
Lo scopriamo ora, davanti alla paura del contagio o, per chiamarla col proprio nome, davanti alla paura della morte. Ovvero davanti a quell’atavica angoscia che, sotto sotto, lasciamo sospesa nelle nostre profondità mentre quotidianamente scivoliamo sulla superficie di una realtà sempre più assimilata a un virtuale eterno presente.
La malattia è sempre stata parte della storia dell’umanità. Se da un lato è servita a combattere per riuscire a superare i nostri limiti, dall’altro è stata ciò che ha reso l’uomo consapevole della sua limitatezza.
Dunque, che il coronavirus abbia estreme conseguenze o meno, in definitiva, non è la cosa più importante. Salvifico, invece, è il saper cogliere questa circostanza di solitudine forzata come l’opportunità per scoprire che questo non è il tempo degli allarmanti dati forniti a macchinetta da esperti e specialisti ma quello dei confortanti consigli fraterni impastati di esperienza e relazioni.
“Salva solo ciò che ci affranca dal tempo, pur lasciandoci nel tempo: una bella pagina, un amore grande, un’amicizia, una preghiera” affermava Alessandro D’Avenia in un’intervista su «L’infinito» di Leopardi.
Tant’è vero, che se tornassi a immaginare la vita come un film mi verrebbe naturale pensare a “La vita è bella” di Benigni, giacché ciascuno dovrebbe singolarmente riappropriarsi del proprio essere umano e della bellezza che ne viene anche nelle situazioni più sgradevoli.
Il più grande e potente antidoto è quello che è già in me, nel mio modo di accettare e affrontare le avversità della vita, forte della certezza che “Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?” (dal Salmo 26).
Solo così, con prudenza, ma senza paura alcuna, saprò gustare il sapore della Libertà anche lì dove non c’è.
Piergiorgio Mazzotta
Presidente diocesano dell’Azione cattolica