Cronaca

CENT’ANNI DI STORIA, A LORO DEDICATI - 9 aprile 1920: la Storia

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NARDO' - “Repubblica Neritina” e bandiera rossa. Una storia minore? No, un palpito di cuore! Raccontato ai ragazzi.

La memoria riguarda tutti. Ma saremmo ben contenti se ragazzi di sedici, diciott’anni sapessero già qualcosa di quanto stiamo per raccontare. Ovviamente, da parte di nessuno c’è stata manchevolezza. E’ trascorso un secolo(!), una formidabile ricorrenza che ci aiuta a soffermarci. D’altra parte, non possiamo lasciare tutto in mano agli storici (pochi, in verità) perché se da una parte quest’ultimi riescono a fissare bene la vicenda, qualche fremito potremmo ancora  averlo conservato, per aver ascoltato un racconto o semplicemente spettatori di un’occasionale ricorrenza.

Senza enfasi, è però una storia che ci riguarda. Anche oggi, deprivati di non pochi ancoraggi, soprattutto quando si parla di diritti, lavoro e libertà. E’ quello che hanno “rappresentato” i contadini di Nardò, “li scazacani” di Vittorio Raho, che il 9 aprile di un secolo fa, vollero opporsi, anzi si sollevarono allo strapotere degli agrari e proclamarono la “Repubblica Neritina”, la “Città chiusa governata dai proletari rivoluzionari”, proprio al grido di “pane, lavoro e libertà”. Detto ai ragazzi, non una cosa semplice. Sono sicuro che basta questo per averli incuriositi e invitarli a leggere uno dei libri che meglio si sono intrattenuti su quel fatto di storia (1).

Per non appesantire, ma anche con la necessità di uno squarcio di luce nel buio polveroso della storia, diremo delle difficili condizione di vita di tanti contadini, senza lavoro e senza terra. Senza contare i tanti caduti della guerra e il tradimento perpetrato a danno dei reduci . Schematicamente, si era creato un fronte contrapposto: da una parte questa “marmaglia” di manodopera bracciantile,  poi riunitasi in Lega, di orientamento socialista ( oltre quattromila aderenti), dall’altra I grandi proprietari terrieri (De Michele, De Simone, Chetta, Giulio, Zuccaro , Colosso, Tafuri e altri ancora) che non sentono ragioni. Che spesso disertano quei pochi incontri, talvolta favoriti dalle stesse Autorià, e quando li controfirmano si scopre che sono carta straccia (così Mario Mennonna in” Storia dei Vinti”).

Scrive il Prefetto del tempo” …la massima parte dei proprietari non volle accettare il concordato proposto dalla Commissione” (2) .Oppure: “su tali basi si è raggiunto l’accordo, ma si teme che i proprietari tenteranno di eludere l’impegno, perché non ritengono remunerativo il lavoro, data la scarsità del raccolto”  Non si riesce a vivere con le cinque, sei  lire per una giornata di lavoro. E allora, di fronte alla cecità di una classe agraria ottusa e una borghesia poco illuminata che non mostra resipiscenza, lo sciopero non basta. Vengono messe in atto originali ma anche dure forme di lotta. Come quella di “invadere” i campi degli agrari ed effettuare i lavori che i braccianti ritenevano utili di dover effettuare. Al termine della giornata (se non prima “dissuasi” dai mazzieri degli agrari), chiedevano di essere pagati.

Sempre ai ragazzi che ci fanno questa domanda : “ma se non erano stati chiamati, come mai? …) dobbiamo ora rispondere. Era il bisogno  che li spingeva a fare ciò. Qualche volta riuscivano a ottenere qualcosa quando le Autorità intervenivano, concedendo la cosiddetta “mercede minima”. A memoria, ricordo un fonogramma del tempo:” Stamani, fondo De Pandis, 155 contadini recavansi, non richiesti…”. Diremmo, un numero impressionante anche detto oggi e terribile ( per quanto si trattò di casi limitati) l’azione di sabotaggio messo in atto col taglio di grano e orzo immaturo.

Sostanzialmente l’indagine storica si dichiara d’accordo col fatto che la rivendicazione economica “si appoggia” sull’humus politico e si alimenta. Il socialismo del tempo, l’orecchio alle lotte del nord, qualche buona lettura, tutto serve a infiammare. E la “Repubblica Neritina”? Per caso, quella che durò ventiquattro, trentasei ore? Cosa significa? Che il giudizio deve essere commisurato alla sua durata? Più di una volta si è parlato di velleitarismo. E vabbè, bello stare in pantofole!

Non è così! Intanto ci dobbiamo spogliare di qualche supponenza. Come quella di considerare quella massa disorganizzata (anche se nella Lega contadina si generò una divaricazione) capace di rovesciare quella condizione. Fatta di durezza,  di un forte apparato costituito di prefetti e commissari chiamati a garantire con tutti i mezzi l’ordine pubblico.

Cosa che fecero, nella ormai famosa data del 9 aprile 1920, quando si arrivò allo scontro finale.  Ragazzi, uno scontro epico. Prendete nota: il 9 aprile 1920,  da parte dei rivoltosi vengono chiuse le porte della città, controllate le vie di accesso alla città, occupate caserme e sede comunale. I conti dovranno essere fatti con gli agrari.

Ovviamente la cosa non poteva passare inosservata. Nel momento in cui i rivoltosi hanno le armi, Il Vice Commissario di P.S. Annio Maiatico con nove militi interviene per evitare “violenze”. Invano. La  situazione, in breve tempo  precipita. I 30 carabinieri sopraggiunti da Gallipoli vengono sopraffatti e issate bandiere rosse sul municipio, nei circoli e uffici pubblici. E’ a quel punto che ha inizio la “Repubblica Neritina”. La situazione si fa incandescente, nonostante qualche tentativo “di accordo” tra proprietari e braccianti tentato dal Vice Commissario Maiatico ( figura importante, che si distingue per il suo spessore morale) ed “equivoco” tra le diverse Autorità che fanno confluire a Nardò 15 autoblinde, 77 militari, il vice questore Pasanello e il commissario Margiotta (3)

Ricostruzione.” La forza dell’ordine inizia a sparare, avendo anche feriti tra le proprie fila il Margiotta e lo stesso Maiatico. Tra i dimostranti, diversi i feriti tra cui Bonuso e Perrone, che muoiono dopo poche ore”. Diventeranno subito cinque, decine i feriti. Si tratta di un primo e parziale bilancio. Un pomeriggio di fuoco. E immediato coprifuoco per la cittadinanza. La sera stessa oltre duecento persone verranno catturate e per loro si apriranno processi e persecuzioni. Poveri contadini, poveri braccianti. Vinti e anche derisi, se al Prefetto che chiede lumi sulla rivolta (lo chiede perché colpito da tanta organizzazione e forza), si sente rispondere da qualche subalterno che, senza dubbio, era stata preparata “da persone intelligenti che non potevano certamente trovarsi tra la lega dei contadini e neppure tra i suoi dirigenti”. Che, poi, è l’accusa sempre rivolta all’avvocato galatinese Carlo Mauro, di essere stato l’artefice di quella operazione. Che, certo, aveva fornito il suo importante aiuto, come tanti altri.  

Ma, poiché, ragazzi, sono i personaggi a raccontare la loro storia, a mantenerla viva per quanto possibile, sono numerosi  quelli che meritano una citazione. Anzi, tutti. Tutti i braccianti che lottarono con tutte le loro forze. Un’epigrafe per loro. L’ingiusto riassunto vuole che ci si limiti a Gregorio Primativo, Giuseppe Giurgola, Crisavola, My, D’Ostuni, Buffo, Portorico, Felline.  Tutti, però, dovranno essere ricordati.  La storia dice che hanno perso, ma forse è soltanto apparenza. Il solo fatto di volerne ancora parlare ci fa sentire un palpito di cuore.

(1) (2) (3)  da “Storia dei Vinti”  di Mario Mennonna – Remigio Morelli – Vittorio Raho- Rescio 1984

Luigi Nanni