Cronaca

BLITZ - Chi è che si vuol comprare tutte le angurie di Nardò? Una tremenda ipotesi

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NARDO' - Angurie invendute ovunque, come se ci fosse un embargo. Ed anche in provincia arrivano frutti, da chissà dove, che non reggono il minimo paragone con la qualità del prodotto neritino, fino all’anno scorso esportato in tutta Europa. Ora il settore, che dà lavoro a centinaia di persone, rischia il collasso. Ma si teme una “strategia” di qualcuno per conquistare la “Città delle angurie”.

Nella più generale indifferenza si sta consumando, a Nardò, un dramma di cui pochissimi sono a conoscenza: per capire basta recarsi in un qualsiasi supermercato e osservare il prezzo delle angurie che, a parte la discutibile qualità delle stesse, che rivela anche una provenienza extra regionale, è estremamente variabile e va da 30 centesimi a un euro e 9 centesimi al chilo. Un dato è certo: al produttore neritino, in questo momento, vengono offerti, per l’acquisto, non più di 8-10 centesimi al chilo, che non coprono nemmeno le spese di produzione sostenute.

“E’ tempo, per tutti – spiega l’avvocato Giuseppe Cozza di Officina Cittadina, da sempre vicina al comparto che, solo in città, occupa mille ettari coltivati - di darsi una mossa per evitare e bloccare ogni tipo di speculazione, a danno di agricoltori e consumatori, e per avviare un’indagine seria, in tutte le sedi competenti, per fare chiarezza sui diversi passaggi della filiera, che portano alla miseria il produttore ma consentono ad altri grandi guadagni, non esclusa la pratica di acquistare a basso costo i prodotti agricoli stranieri, di scarsa qualità, che poi vengono venduti ad un prezzo enormemente più alto. E voglio limitarmi a questo, perché non voglio credere ad un’ipotesi micidiale, che pure si potrebbe fare: uccidere l’imprenditoria salentina per impadronirsi del settore”.

Nel Salento un segmento di produzione molto importante è quello dell’anguria di Nardò, un marchio noto a livello nazionale e internazionale: perché quest’anno, nonostante l’ottima qualità del prodotto, si registrano condizioni di acquisto inaccettabili, che non consentono all’imprenditore non solo un minimo guadagno ma, addirittura, di non coprire nemmeno le spese?
“E’ questo il dato che va indagato senza fare sconti a nessuno – continua il legale - Nardò rappresenta un unicum a livello nazionale e internazionale: gli stranieri che raccolgono le angurie, infatti, risiedono a Masseria Boncuri, dove usufruiscono gratuitamente di moduli abitativi, con aria condizionata e televisore, mensa e trasporto sui campi. Tutti i lavoratori, italiani o stranieri, che si recano in altre regioni per lavorare, devono procurarsi vitto e alloggio e, per questo, pagano: i lavoratori stranieri che vengono a Nardò, invece, hanno tutto gratis e i costi gravano sulla comunità neretina”.

Questo è un elemento che, unito alla qualità delle “angurie di Nardò”, può provocare appetiti: è possibile che qualcuno del settore abbia posato gli occhi proprio su Nardò?

“Se qualcuno vuole impadronirsi del comparto “angurie di Nardò” è il momento: gli imprenditori locali sono esausti e avviliti, alcuni anche per vicende extralavorative, non ce la fanno più e probabilmente sono pronti a svendere pur di riacquistare la serenità. A Nardò – continua Cozza - potrebbe verificarsi ciò che avvenne, negli anni ’80, in un’altra regione italiana, e precisamente quando, Santo Bellina, un imprenditore di Bergamo, intuì che nella pianura salernitana c’era un microclima che garantiva almeno otto raccolti l’anno, contro i quattro di altri territori. Avviò con la Ortobel - rucola, lattuga, radicchio, scarole, e verdurine a foglia - il secondo polo della “quarta gamma” d’Italia, Il primo è tra Bergamo e Padova. “I bergamaschi”, furono ribattezzati così dai salernitani, scesero dal nord e acquistarono tutto!”

Nel 2001 poi Bellina cedette la sua Ortobel (che fatturava 120 miliardi di vecchie lire) alla francese Bonduelle che oggi gestisce un impianto a tecnologia avanzata, con poca presenza di lavoratori.
“Questo potrebbe essere il destino delle “angurie di Nardò”: passare, per pochi denari, dalle mani, callose e piene di terra, degli imprenditori locali, “brutti e cattivi”, a quelle, curate e profumate, di qualche capitano d’industria, che usufruirebbe di lavoratori le cui spese di vitto, alloggio e trasporto sono a carico dei neretini. Con ciò che ne consegue: perché se adesso la presenza dei lavoratori stranieri è concentrata nel momento della sola raccolta mentre per le altre attività come preparazione del terreno, messa a dimora delle piante ed altro, provvedono operai neretini], dopo potrebbe non essere più così, perché la manodopera straniera si potrebbe estendere a tutte le fasi della coltivazione, come nella quarta gamma salernitana. E’ urgente che tutti si muovano per evitare che Nardò non subisca l’ultima grande spoliazione agricola della sua storia – conclude Cozza - dopo l’estirpazione dei vigneti e la distruzione degli oliveti e per scongiurare il pericolo che centinaia di neretine e neretine perdano il lavoro. Il momento è adesso, dopo non ci sarà spazio che per lacrime e recriminazioni”.