Cronaca

LA NUOVA ODISSEA DELLA VALIGIA DI CARTONE - Un contributo veramente avvincente. E struggente

Stampa

NARDO' - Che dirvi? Solo di leggere e parlarne tanto, soprattutto ai più giovani. Perchè anche i valori e gli insegnamenti sono... infettivi.
emigra2

Mentre il Natale, come ricorrenza volge al termine, portandosi tutte la vaste personali riflessioni sia religiose che laiche, che nelle coscienze degli uomini dovrebbero essere sempre vivificanti, eccoci al nuovo Anno, ancora trascinati nel vortice di un’odissea, iniziata agli albori dell’anno che muore. Si intravedono l’Itaca della salvezza così come nell’Odissea omerica o, se si vuole, quel monolito nero per una palingenesi umana nel viaggio filmico dell’Odissea nello spazio, previsto nel 1968 per il 2001.

A quanto sembra nessuna odissea è sufficiente, salvo eccezioni, per farci approdare nella positiva consapevolezza di ciò che siamo, di ciò che presumiamo di essere e di ciò che, per omissioni o per sopraffazioni, facciamo a noi stessi umani e a tutta la madre Terra.

Questi sono argomenti per profonde e ampie dissertazioni, che sarebbe opportuno, anzi necessario affrontare, ma che, con questo mio scritto, non ritengo di poter e fors’anche saper trattare: mi porterebbe lontano da quella che è la nostra periferica vita comunitaria, su cui preferisco soffermarmi, senza correre il rischio di distogliere l’attenzione dalla quotidianità delle questioni che più ci appartengono.

Anche qui, in questo piccolo mondo di Nardò, ci sarebbe tanto su cui riflettere e di cui verificare. Almeno per me, che ho deciso di scrivere -e non so a quanti possa interessare- è importante, lasciati, appunto, i grandi temi, ripiegarmi su di esso non per cultura asfittica di campanile e per visione di provincialismo, ma per porre a me una realtà, in cui, senza alibi di impotenza perché lontana sul piano quantitativo e geografico, posso e devo operare, testimoniare e, quindi, proporre spunti che possano contribuire a salvaguardarne e qualificarne l’identità e la storia.

E tutto non per proporre rivoluzioni, che trovano il loro tempo nello spazio di uno spot, ma nemmeno reazioni per rifugiarmi nostalgicamente nel passato, cui bisogna solo guardare per migliorarsi e migliorare; non, tanto meno, osannare il nuovismo, che si esaurisce nella sua retorica, distruggendo ma nel contempo invecchiando un secondo dopo essere stato proclamato, perché anch’esso divenuto passato. Né ovviamente per procedere con veemenza di linguaggio sia nella proposta che nella risposta, sia nella presunzione arrogante, sia nell’improvvisazione autoreferenziale, sia nell’ignoranza delle problematiche.

Mi auguro che questo generale preambolo non infici l’argomento, che ho scelto di presentare, sì da farlo apparire vago e fors’anche fuori tema.

Si tratta di un’odissea -può servire questo richiamo a garantirne l’attinenza?-, che riguarda nostri concittadini. Un’odissea vissuta tanti anni fa, a cavallo degli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, quando nella ricerca di un mondo migliore -fu, in generale, una scelta di riscatto sociale più che di garanzia economica- riempirono le loro valigie di cartone e intrapreso il viaggio della sicurezza e della palingenesi della loro esistenza. E andarono lontani dalla propria terra, dai familiari: mogli e figli e genitori, dal mare e dai vigneti, dai comizi effervescenti in piazza Salandra e dalla Cattedrale; dalle processioni dei propri santi e dalle soste nei circoli; dai cinema affollati e dalle orchestre delle feste religiose; dalle sezioni dei partiti politici e dalle associazioni; dalle botteghe artigianali e dalle pittoresche manifestazioni carnevalesche; dai bar vocianti e dal campo sportivo dei gloriosi tornei calcistici.

Un piccolo mondo, ma tutto proprio.

Partirono, però, con la speranza che un giorno si riproponesse un’altra odissea, ma questa volta a lieto fine con l’attracco sulle sponde della loro Itaca.

Sacrifici e soddisfazioni, sofferenze acute di nostalgia e lacrime cantate al suon del dialetto, umiliazioni e riscatti, rinunzie e rimesse finanziarie di grande rilievo, adeguamento a culture diverse e formazione civica, speranza conquistata e ritrovato entusiasmo… ed ecco, pieno di commosso pudore e tremore, il ritorno ad Itaca con le loro valigie, ormai non più di cartone.

Chi non è emigrante, sia anche di lusso, e chi non ha figli emigrati non può capire la spina che è infissa nel cuore e la nostalgia che adombra i giorni.

Ebbene ora la valigia di cartone -quella da simbolo che dà il benvenuto all’ingresso dell’Associazione degli Emigranti di Nardò- deve essere ripresa per un’ulteriore odissea, inaspettata, ingiustificata, ingiusta. Questa è imposta dall’Amministrazione Comunale di oggi: vi è lo sfratto di abbandono di locali comunali, sempre concessi a fitto dall’Amministrazione Comunale del 2008.

Sono il punto di incontro di quegli emigranti che sono stati per lunghi anni dispersi in tutti i paesi europei o regioni italiane durante la loro età più bella, tinta di sogni della propria terra, e che, al rientro a Nardò, si sono ritrovati, questa volta tutti uniti in un angolo della città nella loro età della memoria, intensa di ricordi e di condivisione, di iniziative culturali e di una festa annuale di grande partecipazione anche con presenze di personaggi di spessore e di efficacia spettacolare.

Loro, questi nostri concittadini, che hanno sofferto lasciando Nardò; loro che sono tornati con entusiasmo a Nardò; loro che sono una straordinaria testimonianza umana di una scheggia di Nardò e hanno raccolto una ricca iconografia, che vivifica le pareti dell’Associazioni, consegnando un ulteriore patrimonio culturale di Nardò…Loro, cioè questi stessi, devono riprendere l’odissea, perché i locali servono al Comune, come se il Comune non fosse di Nardò.

Perché questo atto di ingratitudine umana e di soffocamento culturale? Perché distruggere uno spaccato umano e storico della nostra cultura cittadina? Perché è stato vano un Appello di cittadini al Sindaco di Nardò? Perché a questo non si è data risposta come è doveroso per un qualsiasi Sindaco, purché rispettoso dei propri cittadini? Perché gli abbeveranti di voti esponenti della politica nazionale e regionale non hanno fatto sentire la propria voce, che riesce a riempirsi di retorica sull’emigrazione? 
Perché non si è presa coscienza dopo il ben organizzato articolo sulla “Gazzetta del Mezzogiorno”?

Perché? Perché… e questo «Perché» risuoni agli inizi del nuovo Anno e diventi l’eco inquietante dello scricchiolio che la valigia di cartone emanerà lungo la nuova odissea, tinta non di speranza ma di amaro senso di un’immeritata ingratitudine. Questa volta è senza meta l’odissea, se non quella di veder disperdere schegge di testimonianza umana e schede di documenti di storia sociale.

Mario Mennonna