NARDO' - Dall'ultimo libro di Maurizio Maccagnano, una storia personale avvincente. Pubblichiamo questo capitolo in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista Italiano.
L’ipocrisia della monaca
Questo sogno fu ricorrente.
Mi ero iscritto presso la Scuola per infermieri professionali di Galatina, nel lontano 1981. Una scuola-convitto ubicata in un palazzone sito al centro storico, fondato dai Padri Scolopi verso la fine dell’800.
Entrando faceva impressione trovarsi davanti tutti quei busti in pietra, raffiguranti noti medici e vescovi dell’epoca. Frequentai per più di tre anni quella scuola convitto. La direttrice, una suora grassa e tracagnotta, facente parte della congregazione delle "Figlie della Carità" di San Vincenzo de ' Paoli. Una suora ventriloquo in grado di emettere una vocina, precisa a quella di Sandra Milo.
Usava frasi, miste tra dialetto siciliano e perché aveva lavorato a lungo in luoghi partenopei, dove risiede ancora la loro Casa madre.
Questa monaca oltre al suo Dio aveva un’altra “divinità” che venerava, adorava ed ossequiava: la presidentessa dell'ospedale, quella che nel mio libro "San Giuseppe Sambiasi “Il Santo che non vola" definisco "alta e mascolina", un capo democristiano indiscusso, erede di una dinastia, come nelle case regnanti.
In quella scuola, oltre alle tante strampalate regole, marchio della loro inflessibilità, c’era chi, attraverso un vero e proprio mestiere, si procurava vantaggi da parte della monaca.
Erano “le lecchine e lecchini”, adulatori servili di gonne regali, gli umil lecchini, come amava dire qualcuno.
Quasi un’istituzione dove si reggeva il “trono” regnante della religiosa-direttrice. Dei veri e propri paraculi, che generavano un sentimento per annullare la personalità degli allievi, ogni sapere critico e idee, perché il lecchino/a è incapace di riflettere e produrre luce propria.
Studiavo e lavoravo senza prendere un soldo, sventurato me, e sopportai per tre anni grevi penitenze, punizioni psichiche, ed espiazioni nonché quasi redenzioni materiali e spirituali (che cosa avevo poi da espiare non l'ho mai capito, forse il fatto che lottassi per un mondo più giusto, proprio contro quel potere democristiano-golpista).
Provai dolore, e non poco, in quell’ambiente, dove si respirava un’aria pesante, tipica da gioventù littoria, per cercare con fatica di conseguire un diploma.
Dovetti rinunciare a dichiarare le mie idee dissidenti ed anarco-sindacaliste, proprio contro quella politica clientelare ed illiberale, che soffiava in quella scuola.
Qualche anno più tardi mi riscattai e denunciai i metodi e le malversazioni delle monache, di come agivano in quella scuola e poi in un ospedale.
Lo feci in pubblici comizi in piazza e nei miei scritti, sollevando le sorelle di San Vincenzo de’ Paoli da inutili e superflui incarichi. Nel maggio 1995 scrissi, in qualità di legale rappresentante sindacale dell’autorganizzazione intercategoriale Slai-Cobas, alla Direzione Nazionale delle Figlie della Carità, a Napoli perché richiamassero una madre superiora che in Direzione Sanitaria a Nardò la faceva da padrona. Inoltre, segnalai che molte suore, nel Presidio Ospedaliero di Nardò, ormai sbilenche ed incanutite, ed avanti negli anni, non esercitavano più la professione sanitaria, e stazionavano inattive, quasi come parcheggiate in una casa di riposo.
A giugno del 1984 il segretario del mio partito, a Padova, mentre teneva un comizio di fine campagna elettorale per le elezioni europee, venne colpito da emorragia cerebrale, e morì pochi giorni dopo.
Il compagno Enrico Berlinguer ci lasciò tutti storditi, orfani e senza guida, in un momento molto delicato della vita politica italiana, ed internazionale.
Un periodo in cui stavano nascendo, ahinoi! i giovani rampanti nel nostro partito, coloro che avrebbero portato al disfacimento, irrimediabilmente, la sinistra, il suo popolo e anche la nostra stessa Italia.
Ma perché era così importante essere a Roma ai funerali di Berlinguer?
Per dieci anni avevo militato nel PCI, e quell’adesione significava legarsi ad un’idea, manifestare e professare un pensiero, anzi il pensiero, quello comunista che esprimeva riscatto e liberazione di sé stessi, come riscatto ed emancipazione delle classi in lotta ed oppresse da un avversario che era, ed è sempre lo stesso, il capitalismo finanziario e che in quegli anni si chiamava, partito-stato, Democrazia Cristiana.
Provenivo da una famiglia di proletari, di operai che avevano i loro grandi problemi di assenza di denaro, una vita grama, solcata, irrimediabilmente, da enormi sacrifici.
Madre casalinga e poi lavoratrice, sfruttata e in nero a di Nardò in un complesso costruito per fare un favore ad un vecchio gerarca fascista di Nardò, dalla famosa Cassa per il Mezzogiorno, pozzo senza fondo dove attingevano amici e notabili democristiani.
Mio padre prima artigiano sarto, e poi commesso viaggiatore, alle dipendenze di un padrone locale, quest’ultimo dedito al gioco e alle belle donne.
L’adesione al PCI per me era quasi fisiologica, come per un albero curato dare i suoi frutti, o per un ricco borghese “associarsi” alla balena bianca Dc o iscriversi ad una loggia massonica.
Dunque, fatta questa precisazione non essere a Roma ai funerali di Berlinguer era come disertare, rinnegare, abiurare il partito, far mancare un tassello nella vita di un militante.
Il problema era come andarci all'insaputa della sorella madre, e delle arcigne malelingue?
Non v’erano pericoli. Quantomeno come quelli corsi in Cile, nel 1973 in pieno regime golpista, quando il compagno Pablo Neruda assassinato dal generale Pinochet. Quando davanti alla sua casa a Santiago fu accompagnato da migliaia di ragazzi, per dare l’ultimo saluto al loro più grande poeta di tante lotte.
Essere ai funerali di Berlinguer non si rischiava, al contrario di quei valorosi studenti, di essere sbattuto nel carcere di Dawson nella Tierra del Fuego. La presenza a Roma però aveva anche questo significato: stare accanto a chi aveva avversato il regime infame cileno di Pinochet di quegli anni.
Non ci pensai neanche una volta, partii in quell’assolato e caldissimo giorno di giugno del 1984, con tanta tristezza nel cuore. Andammo in pullman, come eravamo partiti decine di altre volte, per manifestare per la Pace e contro la guerra, per i diritti, per la democrazia di questo paese.
Sfilai come un vero militante pazientemente, insieme ad altri due milioni di compagni, sotto un sole rovente e, finalmente, dopo ore ed ore, riuscì a giungere davanti al feretro del compagno Enrico, per dare l'estremo saluto, con pugno chiuso sinistro alzato, ad un sincero uomo di mille battaglie, ad un uomo onesto e giusto, che aveva dato un senso anche alla mia vita politica e culturale.
Ancora adesso, se penso a quegli istanti non posso fare a meno di emozionarmi, perché la morte di Berlinguer fu un evento inaspettato, perché da quel momento nessuno, nel partito, sapeva quale futuro avrebbe atteso il Partito Comunista Italiano.
Tornai a scuola dopo tre giorni e accadde un fatto imprevedibile: la suora, che nella sua vita aveva sempre pensato a celebrare santi e beati, col vizio di redarguire ed ammonire noi tutti anche per mancanze che non facevamo, in uno dei suoi sermoni-omelie, forse quello più bello, il più giusto della sua carriera, dedica un discorso ad Enrico.
Lo definì un uomo retto ed onesto, persona ligia all'impegno politico ed amato dal popolo. Se non è un sogno questo? In ogni caso la mia opinione, ben nota, su quella monaca non mutò di una virgola.
Bastava guardare un Tg o leggere un giornale borghese dell’epoca e ti rendevi conto di quali bestialità circolassero per descrivere Berlinguer. Del resto, è risaputo che il potere riconosce le gesta e le idee dei suoi dissidenti, solo dopo la loro dipartita.
Ma due cose riuscii a comprendere.
L’una, se avessi confessato e manifestato in quella scuola che ero comunista e mi ero recato a Roma a rendere omaggio al mio segretario, quel diploma d’infermiere non lo avrei mai conseguito. L’altra, che ne è valsa la pena andare via per qualche giorno da quelle aule, ammuffite e stantie, per dare l'estremo saluto ad un uomo che aveva dato la vita per un ideale e in più in modo del tutto straordinario. Mentre parlava ed incoraggiava la sua gente.