Cronaca

IL NOSTRO 25 APRILE - Noi lo faremo ugualmente e a modo nostro

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NARDO' - Neanche quest’anno, causa covid, avremo il piacere di festeggiare il 25 aprile. Non si potrà manifestare per i 76 anni della Liberazione dal nazifascismo.

Noi lo faremo ugualmente e a modo nostro.

Lo faremo ricordando che la nostra storia di antifascisti parte da molto lontano. Come amava dire Piero Calamandrei:
"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”.

Il nostro 25 aprile, di noi nati a pochi anni di distanza dalla Liberazione, di antifascisti che amano la democrazia e ne “sentono il profumo, che rifiutano il puzzo del compromesso sociale” (P. Borsellino).

Anche se consci di quanti tentativi sono stati fatti, in questi decenni, per sporcare, screditare ed insabbiare la Resistenza, la democrazia e le nostre libertà. Manovre maldestre per rimuovere il 25 aprile, come ricorrenza celebrativa. Per accomunarla, in modo disonorevole, ad una raffazzonata riconciliazione con i repubblichini di Salò.
Siamo antifascisti perché il giorno della Liberazione, nell’aprile del 1945, lo abbiamo sentito nostro, da subito.

Anche se non abbiamo fatto il ‘68, perché eravamo troppo piccoli, ma di quelle lotte nel ’78 ne avvertivamo ancora gli echi molto vicini.

Siamo quelli che abbiamo preso il meglio delle lotte della fine degli anni ‘70 che contestava una scuola ancora troppo autoritaria, e sentivamo nostre le lotte operaie dei Consigli di Fabbrica.

Abbiamo osteggiato e criticato un Pci che entrava a far parte della maggioranza di governo, senza avere ministri. Abbiamo lottato per introdurre il diritto alla casa, per i diritti sindacali con lo Statuto dei Lavoratori e per la sanità pubblica.
Siamo quelli che hanno visto i governi pentapartito, la Dc al governo per troppi anni, la P2, il peggior presidente della Repubblica come Cossiga, Gladio e ci siamo incazzati come belve perché la gente continuava a votare sempre gli stessi. Continuavano a votarli nonostante gli scandali e le corruzioni, i servizi deviati, le stragi di stato.

Ma le risposte democratiche, di massa, nelle piazze erano immediate.

Abbiamo contrastato i governi di un pregiudicato e puttaniere, sapevamo che la democrazia correva un grosso pericolo in mano a stallieri e malavitosi.

E ci chiedevamo, attoniti, a cosa fosse servito che quei partigiani, come Pajetta o Pertini, avessero lottato per la Carta Costituzionale, ed altri che avevano perso la vita nelle carceri, come il nostro Antonio Gramsci o altri ancora, i tanti, partigiani trucidati in montagna.
Noi siamo quelli che abbiamo militato, sul serio, nel Pci (senza mai avere nulla in cambio) nonostante i compromessi politici. Ma sapevamo che senza quel baluardo, indispensabile di democrazia, c’era solo la tirannia, come nel Cile di Pinochet.

Eravamo quelli consapevoli che essere antifascisti e comunisti, a modo nostro lo siamo ancora oggi, voleva dire, come dice quella canzone di Gaber, voleva dire essere delle brave persone, “perché Enrico Berlinguer era una brava persona.Noi siamo quelli che abbiamo sentito, più di altri, l'influenza e, in primo luogo, l'insegnamento dei nostri padri costituenti, come Terracini, Togliatti, La Pira e Basso. Sentito tutto il peso di quella lezione di vita e di democrazia, che questi grandi personaggi avevano imparato nella Resistenza.
Nelle aule parlamentari si potevano udire ancora gli echi delle grida dei dibattiti dell’Assemblea Costituente.
Nelle sedi delle nostre Case del Popolo c’erano le facce corrose, dal sole, dal duro lavoro e dalla guerra, dei compagni contadini, che assomigliavano a Peppino Di Vittorio, a Giurgola, a Buffo, a Casaluce.

Ricordiamo ancora adesso i discorsi di Vittorio Raho, di Ottavio Risi.
Nella voce di questi compagni si avvertiva il piglio dei resistenti, della lotta antifascista; tutto l’orrore per le infamie subite nei campi di concentramento nazisti.

Nei discorsi, di operai e dei contadini, intuivi la nobile fierezza, l’orgoglio per la riconquistata Liberazione dalle ignobili camicie nere.
Questo è il nostro 25 aprile, così intendiamo celebrarlo, perché non tutti lo sentono come festa di Liberazione e forse per questo vorrebbero cancellarla.

Noi invece il nostro 25 aprile lo vogliamo ricordare così, e vogliamo tenercelo vivo nei nostri cuori perché teniamo a questa democrazia, alla Carta Costituzionale e alla nostra libertà nata dalla Resistenza antifascista. Auguri a tutte e a tutti!

Maurizio Maccagnano, sindacalista dissidente