Cronaca

L'ADDIO - Cammina, Pantaleo, ancora con la tua vita nel mio cuore

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NARDO' - La notizia della morte di Pantaleo Dell’Anna, autentico intellettuale, che, giunto da Copertino, ha avviato intere generazioni di neritini alla fede, all’istruzione scolastica, all’amore della cultura e all’esegesi della Parola e della vita, ci ha colto di sorpresa.

Ancora più lancinante per il rapporto mio personale e familiare maturato dal 1962 fino ad oggi di profonda amicizia, di dialogo convergente e di confronto chiarificatore.

Talmente amico fraterno e ricercato padre spirituale che fu lui, don Pantaleo, a presentare per la prima volta me e Chiara come fidanzati allo zio vescovo, di cui era fidato, stimato e amato collaboratore.

Lettore infaticabile e studioso attento di ogni testo di cultura e di testi teologici, soprattutto di autori tedeschi e francesi, è stato, da filosofo e da teologo, l’antesignano e, quindi, in diocesi l’interprete più fedele del Concilio Vaticano II.

Noi giovani universitari cattolici (Fuci) e gli amici del Movimento Maestri, al pari degli studenti del Movimento Studentesco, in lui vedevamo l’autentica Chiesa nel suo critico cammino, ma saldo nel messaggio evangelico, nei Padri della Chiesa e nei grandi, anche laici, testimoni, filosofi e teologi, soprattutto i moderni e i contemporanei.

E noi li studiavamo nei corsi pomeridiani in quei locali che, a piano terra dell’episcopio, si affacciavano in piazza Pio XI.

Erano gli anni del Concilio… e li abbiamo vissuti tutti.

Eravamo un gruppo di universitari intorno a lui, che, coordinati da più grandi di noi, come Enrico Gaballo e Mimino Sasso, insieme soprattutto ai Maestri presieduti da Elio Sanasi, affrontavamo tematiche anche laiche di impegno politico e culturale.

Ci affacciavamo nella realtà locale con la pubblicazione a partire dal 1964 di un periodico (pochi numeri) prima ciclostilati (come funzionava il ciclostile e quante matrici abbiamo battuto!) e poi stampati: chi ricorda il “Conosciamoci”, il cui titolo portava in sé la ricerca della responsabilità della coscienza e del dialogo attraverso la conoscenza di se stessi e degli altri?  

Ed anche con la presenza presso l’Università di Lecce con le sue poche centinaia di iscritti sia a Lettere che a Magistero: si riuscì a farmi eleggere nell’Organismo gestionale (ORUL) nella lista di Intesa (cattolica e democristiana) contro l’UGI (di sinistra) e il FUAN (di destra missina/Msi). Per due anni svolsi le funzioni di vice presidente.

L’animatore era lui e lo fu anche nell’ambito dell’Azione Cattolica, di cui dal 1968 divenne l’assistente unitario diocesano con presidente Vittorio De Vitis: uno slancio di formazione nella nuova scia di un’associazione che passava dalla tradizione in cui l’impegno politico (nella sua accezione originaria) stava dando spazio alla ricerca spirituale.

Continuava, intanto, ogni domenica mattina la celebrazione della Messa dei Giovani in Cattedrale (anche con nuovi strumenti musicali), a volte, quasi a conferma della riconosciuta validità della sua opera, presieduta dallo stesso vescovo Mennonna.

Fervore riusciva a seminare con la sua pazienza, la sua determinazione e il suo affetto.

Un’incisione profonda sul piano della spiritualità, utilizzando anche il mezzo radiofonico di Radio Nardò Uno, in cui per diversi anni ha tenuto il “Pensiero religioso” domenicale, forte, intenso ed efficace… ah, se si potessero riascoltare insieme alle sue omelie!

Ha continuato su questa scia anche successivamente attraverso i suoi articoli, i suoi interventi, le sue conversazioni e la sua testimonianza, allorché aveva deciso di proseguire il suo cammino di fede, sempre profondamente salda, con il nuovo carisma di marito e di padre.

E ha conservato sempre il suo essere intellettuale pronto al dialogo e determinato nel confronto, ma, pur a volte con posizioni diverse, non intaccava il suo rispetto verso l’altro e, per quanto riguarda me personalmente, il suo affetto, su cui ho sempre fatto affidamento, soprattutto dopo la partenza dello zio.

Il ruolo di intellettuale ha esercitato con puntualità, conoscenza e serietà.

Se si potessero riascoltare ancora i suoi interventi di natura politica nei tanti dibattiti radiofonici e le sue analisi elettorali comunali e politiche con Vittorio Raho e, non poche volte, con altri intellettuali, come Orazio Romano, tutti assidui ed esclusivi collaboratori di Radio Nardò Uno, allora verificheremmo la sua puntualità critica, la sua perspicacia e la sua intelligenza di studioso. E ci sarebbe nelle giovani generazioni la riscoperta di ciò che è stato quell’epoca… Ma è tutta un’altra storia nell’insensibilità di chi ha il fatuo piacere di gettare la memoria nella nebbia del tempo!

Lui, il prof. Dell’Anna, era lì in quel tempo, amico e compagno di altri intellettuali, che in quella radio di periferia ha contribuito in lunghi dieci anni alla crescita culturale e alla maturazione civica e politica delle comunità in ascolto.

Ne parlo e ne scrivo con orgoglio e ne rimpiango con commozione: c’era lui e c’era garanzia di serietà, di imparzialità e di genuina ricerca della verità.

Ha continuato ad essere presente su vari periodici da “L’Ora di Nardò” a “Costruire insieme”, denominazione dell’omonima associazione, di cui era stato uno dei fondatori, e ad “Anxa” di Gallipoli.

Soprattutto in quest’ultima rivista, diretta da Gigi Giungato, ha tracciato il suo pensiero sul ruolo della Chiesa, del mondo sia cristiano che cattolico nella contemporaneità alla luce del Vangelo e dei documenti pontifici, in particolare di papa Francesco.

Anche per questo sarebbe interessante rileggere i suoi articoli, da raccogliersi in una pubblicazione insieme a quant’altro di scritto ha lasciato, il cui orizzonte, data la sua vasta scrittura e le sue assidue letture, si spalanca in novità esegetica e in intuizioni significative in più aspetti. E questo sempre nello spirito della ricerca della verità, a volte con travagli costruttivi propri della crisi e a volte con entusiasmi fiduciosi propri della certezza. 

È frutto di un’anima bella incarnata nella storia umana. Una storia umana che ha saputo interpretare con discernimento, con coraggio della scelta, con la sapienza dell’amore, nella dimensione di quella indefinita fragilità umana che ognuno di noi si porta dentro.

Sì, ha ben inquadrato la sua figura il figlio Antonio, il carissimo Antonio, quando, nella chiesa del Carmine di questo vicino 19 settembre, alla presenza della madre Rina, dello zio Walter, dei parenti e degli amici, ha parlato di un padre buono, tenero e pieno d’amore.

In quel momento dinanzi al Signore ne ho testimoniato la veridicità perché ho sperimentato il suo rapporto con me e con Chiara (anzi Chiarina: così la chiamava), con lo zio, i miei familiari in oltre 60 anni.

Da qualche anno la mia frequentazione era diventata rara, ma non per questo il suo e il mio rapporto erano cambiati. Tuttavia l’ho sempre seguito nei suoi scritti, a volte con consenso e a volte con dissenso, ma sempre riconosciuti forieri di conoscenza, di sollecitazioni, di manifestazione di ricerca e di approfondimenti, che attraversavano fin nel fondo la coscienza di chi intendeva e intende essere autenticamente cristiano.

Di certo continuo a vederlo positivo, attivo e pieno di idee e di speranza.

Aveva in sé e ha conservato immutabile il carisma dell’apostolo, sempre in cammino (…e camminava a piedi per le strade della città), riscuotendo attenzione e stima, in nome della sua affabile personalità, la sua incommensurabile cultura, la sua forte testimonianza di cittadino buono e di cristiano fervente.

Cammina, Pantaleo, ancora con la tua vita nel mio cuore e nella mia mente!

(Mario Mennonna)