Cronaca

Nel decennale della distruzione del Giardino a memoria del DP Camp n. 34 avvenuta il 6 novembre 2011

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NARDO' - Comunicato del Comitato di S. Maria al Bagno a difesa della Marina e del Giardino della Memoria dal terminal di idrovolanti. Con intervento dal Massachusetts (USA) della nipote di Ottfried Weisz cui è dedicata la prima agave dell’ottobre 2010.

Pierluigi Congedo, presidente Comitato di Santa Maria al Bagno a difesa della marina e del Giardino della Memoria dal terminal di idrovolanti ETS

A distanza di un mese dall’ingresso delle ruspe nell’area del Giardino della Memoria di Santa Maria al Bagno, il giorno dopo il risultato elettorale che ha confermato Giuseppe Mellone sindaco di Nardò, cade oggi, 6 novembre, il decimo anniversario della distruzione del primo Giardino della Memoria e dell’Accoglienza di Santa Maria al Bagno del DP Camp UNRRA n. 34.

Contemporaneamente, questa notte, mi è giunto inaspettato questo messaggio dalla nipote del sopravvissuto dell’Olocausto Ottfried Weisz, Melissa, dal Massachusetts, USA, che invoca il salvataggio del Giardino dove fu messa a dimora la prima grande agave per ricordarlo a pochi mesi dalla sua scomparsa nel giugno 2010: “Non cancellate la sua memoria.

Mio nonno, Ottfried Weisz, era un uomo meraviglioso, forte e resiliente.  La storia ha cercato di cancellarlo dal mondo, ma senza successo.  La storia si sta ripetendo, per favore non lasciate che accada di nuovo.
Non sono stato informata della sopravvivenza di mio nonno all'Olocausto fino al 2005. Si stava preparando a raccontare la sua storia ai membri della sua comunità religiosa [protestante] e mia nonna [Gennie] gli disse che prima doveva raccontarlo ai suoi nipoti.  Ho ricevuto una telefonata da lui.  Mi ha raccontato i dettagli della sua vita.  Come la sua famiglia si fosse spostata per evitare la cattura.  Come sono stati trovati e portati in un campo di detenzione [Livorno Ferraris, Vercelli].  Come un agente di polizia, sentendosi in colpa per quello che sarebbe successo, è tornato più tardi in borghese per salvare mio nonno.  Come mio nonno tornava al campo la mattina per portare il pane ai genitori e alla sorella.  Come è tornato un giorno per scoprire che se ne erano andati, scoprendo in seguito che erano stati assassinati ad Auschwitz.
Ero sotto shock dopo questa chiamata.  Ricordo esattamente dove ero seduta, congelata mentre mi raccontava tutto questo.  Me lo ero sempre chiesto perché non mi era mai stato detto molto della sua vita, ma non spettava a me chiedere.
Il motivo per cui non ce l'ha detto è perché voleva proteggerci.  Aveva paura che l'Olocausto potesse ripetersi, e se non avessimo saputo della nostra eredità ebraica saremmo stati al sicuro.  All'inizio non capivo perché pensava di aver bisogno di proteggerci.  L'Olocausto era finito.  Non c'era modo che una cosa del genere potesse accadere di nuovo.  Il mondo avrebbe dovuto imparare dalla Storia.  Questo non sembra essere il caso.
Mio nonno è morto il 14 giugno 2010. Mi manca molto.  Faccio 90 minuti di auto fino alla sua tomba il più spesso possibile e parlo con lui sperando che possa ancora sentirmi.  Ho chiamato il mio figlio maggiore come lui e voglio insegnargli che uomo forte fosse mio nonno.  Ho la valigia in cui ha messo la sua vita quando è venuto in questo paese [USA] che si affaccia sul mio soggiorno come promemoria.
Per favore, non cancellatelo da questo mondo, come altri hanno cercato di fare prima.
"Melissa, Springfield, Massachusetts, USA.”

L’area in cui il 5 ottobre le ruspe hanno asportato agavi decennali, opuntiae e altre piante, adiacente all’ ”agave Weisz” era già stata delimitata all’indomani della sentenza del TAR Lecce del 07.07.21, semaforo verde al Comune di Nardò a procedere con la realizzazione del terminal per una idro-superficie per idrovolanti da installare all’interno del Giardino della Memoria, a ridosso delle abitazioni, in lungomare Lamarmora a Santa Maria al Bagno.

Quindi un decennale doppiamente triste.

Da un lato, per la seconda asportazione di una parte delle piante il giorno dopo il risultato elettorale, il 5 ottobre scorso; piante che erano state messe nuovamente a dimora dagli studenti IDISU e docenti dell’università di Lecce nella Giornata della Memoria 2012, quando il Comune di Nardò si offrì di collaborare per ricostruire il giardino distrutto.

Dall’altro, perché oggi ripenso a quel mattino del 6 novembre quando avvisarono, noi donanti delle piante all’Agenzia del Demanio e al Comune di Nardò, che nella notte ignoti avevano tagliato con cesoie o estirpato circa cinquanta tra palme, agavi, lentischi, pini marittimi e d’Aleppo, ginepri fenici e macrocarpa, piante acquistate o prese in concessione dal vivaio regionale di Gallipoli per creare, nel settembre-ottobre 2010, quello che ancora oggi è noto come Giardino della Memoria e dell’Accoglienza, riconosciuto da due delibere di giunta comunali, del 2012 e del 2019.

La notizia dell’atto barbarico mi giunse a Roma del tutto inaspettata. Le foto erano di una crudeltà inaudita. Molte piante, le più pregiate, addirittura rubate.

Il sindaco dell’epoca, l’avvocato Marcello Risi, offrì immediatamente una mano e la promessa di ripiantare il tutto per la imminente Giornata della Memoria 2012. Come in effetti avvenne, alla presenza del vice-sindaco Carlo Falangone e di rappresentanti del Comune, delle Forze armate, dell’Ordine, di un rappresentante della comunità ebraica da Taranto, il presidente dell’IDISU dell’università di Lecce, Giacomo Cazzato (oggi sindaco di Tiggiano), e i professori Francesca Lamberti e Fabrizio Lelli, esperti rispettivamente di diritto romano e di lingua e cultura ebraica presso l’ateneo lupiense.

Anche l’odierno sindaco Giuseppe Mellone, all’epoca consigliere di minoranza di Futuro e Libertà (FLI), offrì una mano per la ripiantumazione, con comunicato stampa. Lo stigma per il gesto barbarico in un luogo della memoria fu quindi unanime e bipartisan. Esprimemmo il desiderio che fossero gli studenti e i docenti a ripiantare le piante, senza interventi politici.

Peccato che dieci anni dopo il luogo resti abbandonato a se stesso nonostante le lapidi ancora ricordino la dedica da parte del Comune in memoria del DP camp n. 34 dell’UNRRA (definizione DP camp n. 34 scoperta dallo scrivente nel 2002, e comunicata per la prima volta all’allora presidente dell’associazione Pro Murales di Santa Maria al Bagno) e i donanti amici di Weisz.

Mentre dal gennaio 2020 è noto che nell’area già designata come giardino è volontà del Comune di installare un terminal per idrovolanti che avrà non solo impatto sul valore simbolico  del Giardino ma, soprattutto, sulla costa di Santa Maria, alterando l’equilibrio naturale, causando immissioni da benzene ed acustiche, materialmente rimuovendo 400 mq di piante (appena estirpate con ruspe), impattando sulla scogliera dove negli ultimi anni erano tornati cormorani e aironi maggiori bianchi, comportando la delimitazione di un’area marina di ben 800,000 mq per l’ammaraggio degli stessi idrovolanti, per un tratto di mille metri lineari per 800 metri verso il largo, e interdizione assoluta di balneazione lungo il corridoio di 200 m per 50 m che si protenderà nel mare dall’area prospiciente il terminal.

La notizia però più sorprendente è che proprio questa notte, dopo più di 11 anni, mi è giunto il messaggio di solidarietà e di offerta di aiuto della famiglia Weisz dagli Stati Uniti.

Freddy Weisz è la persona cui la prima agave piantata nell’ottobre 2010 era stata piantata a ricordo della sua scomparsa il 14 giugno 2010.

Targa accanto all’agave Weisz, la prima piantata nel 2010

La nipote di Weisz, Melisse, mi ha inviato un  primo messaggio di ieri notte, quando l’ho informata della situazione in Puglia, reagendo con forte commozione:

“ho trovato la vostra pagina mentre cercavo notizie su mio nonno. Ho avuto difficoltà a tradurre le notizie ma sembra che il giardino della memoria che voi avete creato stia per essere rimosso dal governo, ti prego di correggermi se sbaglio. Mio nonno era Ottfried Weisz. Grazie per quello che fate per la sua memoria. Era un uomo meraviglioso”.

Avevo rintracciato Weisz da Milano nel 1999, grazie ad un fax che egli aveva inviato al Comune di Nardò nello stesso anno e che io, avvocato in uno studio americano, avevo tradotto per gli amici di Santa Maria. Weisz, si leggeva nel fax, ricordava di aver soggiornato in una casa prospiciente un tratto di scogliera dove nei giorni di mare mosso si poteva vedere un “geyser”, uno spruzzo d’acqua, prodotto dalle onde. Proprio come di fronte alla nostra casa di famiglia, requisita nel 1943 per alloggiare i rifugiati della guerra.

Freddy Weisz vi era giunto nel 1945, trasportato a Santa Maria grazie alla Croce Rossa internazionale e ad uno zio che dalla Svizzera lo aveva rintracciato subito dopo la guerra nelle liste dei sopravvissuti all’Olocausto.

La sua famiglia, padre commerciante, fuggita da Vienna all’indomani dell’Anschluss, si era prima rifugiata in Slovenia. Successivamente, preso il controllo i tedeschi della Slovenia già invasa dall’Italia, la famiglia si era trasferita a Milano dove i genitori per mantenere Freddy e la sorellina, avevano dovuto lavorare come domestici a servizio di ricche famiglie milanesi. Dopo l’8 settembre 1943 vengono rastrellati e chiusi a San Vittore e nel campo di raccolta di Livorno Ferraris (novembre 1943). Al momento del trasferimento nel campo di raccolta il piccolo Weisz viene separato dal resto della famiglia da un  poliziotto che lo affida in custodia in un orfanotrofio cattolico vicino a Livorno Ferraris.

Weisz riesce ancora a vedere per alcune settimane i genitori grazie alla pietà dei religiosi che gli permettono di portare loro del pane con un carrello.

Una mattina del gennaio 1944 il campo viene trovato deserto. L’intero gruppo era stato trasferito ad Auschwitz dal binario 21. Il ragazzino continuò a vivere per un anno e mezzo presso i religiosi dell’orfanotrofio come ha testimoniato nel 2004 a Telerama e nelle scuole di Galatone dove io tradussi i suoi interventi.

Rintracciato Weisz grazie al fax, volò immediatamente a Malpensa poche settimane dopo, nel giugno 1999. Mi portò a vedere i luoghi della sua adolescenza milanese. Visitammo il famoso Cenacolo vinciano che lui voleva mostrare a sua moglie. Solo nel 2004 decise di tornare a Santa Maria al Bagno, nostro ospite in lungomare Lamarmora nella casa di fronte al geyser (proprio dove sorgerà il pontile del terminal…) e ci mostrò la casa dove aveva soggiornato fino alla partenza da Leuca verso la Palestina. Dove riprese a vivere, e dove apprese lentamente a conoscere la libertà. Da lì salpò via Leuca a Cipro e ad Haifa nel 1947. Dopo un periodo in Israele rientrò brevemente a Vienna, per poi riuscire ad entrare negli USA dove diventò rivenditore e rappresentante della Porsche.

Nell’ultimo giorno del 2004 a Santa Maria stazionò a lungo nel luogo dove nel 2010 piantai la prima grande agave che ancora porta il suo nome e dove vi è una lapide a ricordo.

Mia madre lo vide da solo sulla scogliera osservare il mare piangendo, la sera prima del volo a Roma mio ospite prima di rientrare negli USA. Sicuramente ricordava la sua adolescenza spezzata dalla barbarie nazista, ma anche la ripresa della vita in quel posto, forse proprio in quello sterrato dove mio padre ricorda i bambini ebrei giocare a calcio di fronte a quelle case che ci vennero requisite dal comando anglo-americano di Bari.

Weisz in quei giorni mi raccontò come lui avesse perdonato i nazisti. Come avesse abbracciato la religione protestante per proteggere la sua famiglia da eventuali ritorni di fiamma del nazifascismo.

Confermato oggi nei primi messaggi che la sua nipote, alle 2.10, mi ha mandato la notte scorsa, inaspettatamente.

Weisz mi confermò che fu accolto umanamente dai poveri italiani di allora. La sua testimonianza, insieme a quella dei pochi altri sopravvissuti ritrovati, come Jakub Ehrlich e Samuel e Goerti Goetz, furono determinanti per la concessione della medaglia d’oro al merito civile di Nardò.

Se il ricordo della devastazione del 2011 è ancora oggi doloroso, l’offerta di aiuto della nipote di Weisz per salvare il giardino proprio questa notte è provvidenziale. A pochi giorni dall’intervento a Nardò del Governatore Emiliano che ha assicurato la popolazione neritina e pugliese che il sindaco appena rieletto si impegna per dare dimostrazioni di antifascismo, sulla base di quella Costituzione su cui ha giurato.

Una dimostrazione potrebbe essere quella di identificare un’altra area dove installare il terminal su 22 km di costa. Come richiesto più volte non solo dal Comitato a difesa della marina di Santa Maria dal terminal di idrovolanti ma anche dalla rappresentante delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni e dal deputato Emanuele Fiano.