Cronaca

La scomparsa del dottore Gigi Fulgido. Domani i funerali a Nardò

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NARDO' - Il ricordo di chi lo conosceva bene. L'ultimo saluto domani alle 12.30 nella chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Luigi Fulgido

Un’altra pagina dal vento della vita è stata svoltata a Nardò e, oltre che nella sua famiglia, nella storia di tanti amici, come me, a lui legato da profonda amicizia e da sincera gratitudine per il suo affetto e per le sue premure da fratello maggiore che nutriva per me e per la mia famiglia.

È morto Gigi Fulgido, quel medico dallo studio in piazza San Giuseppe e tra le strade di Nardò con la sua borsa professionale in visita quotidiana e partecipata dei suoi ammalati.

È difficile scindere la sua vita dalla mia, se 60 anni di rapporti umani, oltre che professionali e, per un certo periodo, politici, segnano un lungo cammino percorso in stretti rapporti.

Una persona riservata, umile, schiva di ogni esteriorità e fedele nell’amicizia, che ha costruito la sua famiglia, in sintonia con la sua Teresa, nei valori profondamente umani e cristiani.

Un professionista instancabile, che lungo l’arco della giornata dedicava ai suoi assistiti ampio spazio con grande competenza, con particolare attenzione e con impareggiabile disponibilità.

Un galantuomo tra gli ultimi di una generazione che ha compiuto sacrifici per costruire il proprio futuro, che ha reso sacri il senso dell’amicizia, il dovere del rispetto umano, l’onore del comportamento civico, la missione della propria professione e la gratitudine alla propria terra e alle proprie radici.

Nella quotidianità, senza clamore e senza vanagloria, ha lavorato per la sua famiglia e per la sua gente.

La sua persona, anche a livello fisico, sembrava incrollabile, dura e quasi distaccata. Era, invece, soprattutto non solo un’anima sensibile, rigorosa con sé e con gli altri, che riservava in sé sentimenti affabili a cominciare dai suoi cari, ma anche uno spirito fragile, che cercava approdi certi, mai pago anche sul piano culturale e religioso.

E, permettetemi, io lo so e lo avvertivo nei lunghi dialoghi personali -tanti, ma che ora mi rimprovero per essere stati pochi- che ho intavolato con lui specialmente in questi ultimi anni sia a telefono che a casa sua.

Il divano del suo studio, da quando non usciva più o molto raramente, ha raccolto insieme a me le sue confidenze, i suoi dubbi, le sue crisi, le sue speranze, le sue conquiste, la sua delicatezza verso la sua Teresa, l’orgoglio dei suoi figli e nipoti, le attestazioni di affetto per me e per Chiara, mentre la soddisfazione di dialogare con me esplodeva financo nei suoi occhi.

E Dio ci è testimone quanto cercava con me di seguirlo e fissarlo nella logica della sua esistenza, nella grandezza del suo vangelo, nel patto di alleanza di amore e di misericordia con l’uomo, sua pregiata creatura, che per la sua intelligenza scientifica metteva in dubbio proprio la sua esistenza e il suo ruolo di creatore.

E, frutto per i suoi interessi culturali e di lettore attento, non mancavano analisi di film e di programmi televisivi, di saggi storici e filosofici, come riteneva il libro scritto dall’amico Elio Marra e da me sul confronto di un laico e un cattolico. La conclusione ci vedeva quasi sempre convergenti.

E tra i ricordi non mancava quello amministrativo e politico dal 1976 al 1982 come consigliere comunale della Democrazia Cristiana sempre a me vicino e al sindaco Franco Antico nelle varie battaglie elettorali e nei dibattiti, a volte intensi, all’interno del nostro partito.

Era un baluardo di linearità, di coerenza e di fedeltà.

Ero sicuro che per la sua forza morale e la sua lucidità mentale, pur sofferente per una invalidità delle gambe, sia quando ancora poteva muoversi sia quando era stato costretto su una poltrona, non sarebbe mai crollato.

Lunga sarebbe stata la sua vita, perché ancora era forte sul piano morale, intellettivo e fisico o perché tale appariva a me, dato che rappresentava un punto di riferimento saldo e leale, così come in forma assoluta lo era stato anche per la mia famiglia in un periodo oscuro della mia vita.

Doveva essere incrollabile, anche quando a volte sia per telefono che a casa non riusciva a pronunciare bene qualche parola sia quando, allettato -invano cerco di sfuggire al ricordo della mia commozione e della mia nullità impotente- non potette esserci comunicazione diretta per la sua difficoltà di linguaggio, anche se i baci sulla fronte e le strette di mano sancivano ancora la nostra amicizia.

Ma era lì, a casa, assistito con grande trasporto dalla sua famiglia: dalla sua Teresa, nonostante anche lei avesse bisogno di assistenza, dai figli Marilisa, Salvatore e Roberto con le loro famiglie e dalla fedele Graziella.

Improvvisamente, però, la sua pagina, piena e ricca di forte testimonianza, in questa giornata di gocce di pioggia è svoltata.

Una bella e nobile persona non c’è più. Non c’è più il mio fraterno Gigi Fulgido.

Mario Mennonna