NARDO' - Edson Arantes do Nascimento non è un nome. Per un ragazzo degli anni Sessanta rappresenta una preghiera laica, un mantra, la formula magica per invocare il dio del calcio.
In quel caldo giorno di fine giugno del 1967 il giovanissimo Antonio Donadei, 19 anni, si trovava sul tavolato del circolo nautico “La Lampara”, a Santa Caterina, per le meritate vacanze dopo un campionato esaltante di serie C giocato con la maglia del Lecce. Era una promessa e lo sapeva. Ma una chiamata con l’altoparlante rovinò, apparentemente, l’inizio delle ferie.
“La richiesta della società era tassativa – ricorda lui come se fosse ieri – e tutti ci tenevamo a far bella figura con il nuovo e influente presidente, l’avvocato Marcello Indraccolo”. Antonio “pili russu”, come veniva affettuosamente chiamato dai tifosi dell’epoca per la sua capigliatura ramata, tirò fuori il suo borsone con le scarpette e i parastinchi e sin infilò in macchina per raggiungere i compagni. Non conosceva ancora alcun particolare del match che avrebbe dovuto disputare. Era il 23 giugno di quell’anno.
“Dormivo in piazza Mazzini, in un appartamento condiviso con Giancarlo Ferrari, il centravanti – e dovevo compiere ancora vent’anni. La mattina del giorno successivo, sabato, il nuovo mister, che era Carlo Seghedoni, ci chiese di fare una sgambata di sette chilometri, dallo stadio fino alla spiaggia di San Cataldo. L’appuntamento era al via Del Mare, nuovissimo e bellissimo, alle sei di quel pomeriggio rovente. Ed era anche il mio appuntamento con la storia del calcio”.
L’idolo nero, quel Pelè che all’epoca era all’apice della popolarità, avrebbe davvero calpestato l’erbetta dello stadio leccese.
“Non credevo alle mie orecchie” continua Donadei che ancora oggi, alla bella età di 73 anni, sembra meravigliarsi come allora. “Mi spiegarono che il Santos, la sua brasiliana delle meraviglie, era in tournée in Italia per finanziarsi e che il nostro autorevole presidente aveva ottenuto, grazie ad influenti amici, di disputare un’altra amichevole dopo quelle di Mantova, Firenze e Roma. Era l’occasione giusta per inaugurare nuovamente lo stadio dopo un match di lusso disputato con uno squadrone dell’epoca, lo Spartak di Mosca. Dei giganti russi ricorderò sempre i tacchetti enormi delle scarpe, roba da far paura”.
Durante il riscaldamento i giovani leccesi non avevano occhi che per i campioni brasiliani. “Li guardavamo correre e scambiarsi il pallone e ci chiedevamo: chi gioca contro questi?”
Donadei pensò che Pelè sarebbe sceso in campo solo per fare numero, per farsi applaudire dalla gente. E così fu, alle sei di quella sera: in ventimila accorsero al Via del Mare da tutta la provincia, in uno stadio delirante.
Ma la “Perla nera” che tre anni dopo avrebbe vinto il mondiale del ’70 contro l’Italia, portandosi per sempre a casa la Coppa Rimet, non era nato per le comparsate. E una, due e tre volte trafisse la porta salentina con gol da antologia.
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“Rapidità, movimento del corpo, piedi così veloci da far scomparire il pallone – non riuscivi proprio ad inquadrarlo. Ci fece due gol di testa che ho ancora negli occhi. Nel secondo tempo, però, succede quello che nessuno si aspettava. Chiamatelo premio per me o tentativo di evitare che Pelè ci umiliasse, mettendo in campo un giovane in piena forma. Certo è che toccò a me di entrare in gioco”.
Mister Seghedoni, infatti, tirò fuori dalla tasca il suo imperativo dito indice per puntare proprio Antonio: “vai tu sul numero dieci”, gli disse soltanto.
“Sulle prime – spiega il terzino – non mi resi nemmeno conto di chi dovevo andare a marcare. Chi era ‘sto numero 10? Ma mi trovai immediatamente davanti a lui, alla leggenda vivente”.
Quella frazione di secondo tempo resterà per sempre, come le azioni alla moviola, nella mente di quel giovanissimo calciatore: “aveva una grande umiltà, giocava con impegno anche contro un ragazzo come me. E non reagiva mai anche dopo un fallo subito”.
E dopo qualche minuto di schermaglie avvenne persino il “miracolo”. Forse il campione era stanco, forse Donadei si era trasformato in una specie di tiramolla, in grado di non mollarlo nemmeno per un secondo con una marcatura asfissiante.
Lo racconta lui: “Pelè partì sulla fascia sinistra, con la sua solita accelerazione. Io accorcio e vado a chiuderlo, così ferma il pallone, facendo finta di scavalcarmi per poi farmi tunnel. Ma io non abbocco, riesco a bloccarlo, gli tolgo la palla e riparto verso in attacco”.
Lo stadio esplose in un boato assordante, quell’azione del giovane “pili russo” contro O’Rey, il monarca del calcio mondiale, era valsa il prezzo del biglietto. Finì cinque a uno per i brasiliani ma poi la “partita” continuò nella villa di Fondone del presidente dove venne offerto cibo tipicamente salentino.
“Io tirai fuori la mia camicia di lino migliore – racconta l’ex terzino riavvolgendo il nastro – ma lasciammo gli occhi sulle magliette Lacoste dei brasiliani che non si risparmiarono in sorrisi e foto ricordo. Anche in quella occasione Pelè fu amichevole e signorile anche se non conosceva una parola d’italiano. Ma posso dire senza poter essere smentito che apprezzò, e molto, il nostro vino bianco”. Si concluse così, con un brindisi, la giornata più incredibile della grande avventura giallorossa nel mondo del calcio.
Per l'occasione speciale le foto storiche sono state ricolorate da Marco e Antonio Falconieri.