Cronaca

IL VIAGGIO NEL DOLORE - In memoria di mio padre e di tutti gli Internati Militari Italiani

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NARDO' - Viaggio a Neubrandenburg: visita allo Stalag II A.
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Da Nardò a Neubrandenburg, un viaggio speciale, tra storia e memoria, per conoscere, per ricordare, per dire MAI più. Per ricercare la verità, per essere consapevoli di ciò che è stato, perché “Chi non conosce la verità è semplicemente uno stupido. Ma chi la sa / e la chiama bugia / è un criminale” (Bertolt Brecht).

All’arrivo alla stazione di Neubrandenburg l’emozione è fortissima: un groviglio inestricabile di ricordi, sensazioni, pensieri, desideri, mi serra la gola. È un momento di grande commozione, di stordimento.

Rivedo mio padre Arturo diciottenne, nel settembre del 1943, quando arriva in quella stessastazione con altri soldati italiani, ammassati come animali in un treno merci fatiscente, in condizioni igieniche indicibili. Dopo il fatidico 8 settembre, il giovane Arturo Carrozza, era stato catturato dai tedeschi a Rovereto, dove era giunto da Lecce il 22 agosto ed era stato appena arruolato nel 132° Rgt. Artiglieria Corazzata, Divisione Arieti.

I militari italiani prigionieri della Germania nazista deportati a Neubrandenburg arrivano alla stazione ferroviaria della cittadina tedesca dopo un lungo ed estenuante viaggio, stanchi, affamati. “Unici compagni nel fatale andare: il freddo, la fame, la sete!” (L.Roso, 1943-45,Diario di prigionia, Stalag di Neubrandenburg, Araba Fenice). Sono costretti a percorrere a piedi una impervia strada di montagna per circa 4 Km, per raggiungere lo Stalag II A, sotto la stretta sorveglianza militare e tra gli sputi, gli insulti e le grida offensive dei civili che urlano: “Traditori! Traditori!”.

Un “giovane” fiorentino di 85 anni, Gennaro, figlio dell’allora fiduciario del campo, ci accoglie commosso, accompagnato dai due figli e da altri cittadini tedeschi “Amici della Pace”. Ci siamo conosciuti via chat e incontrati per la prima volta alla stazione di Neubrandenburg, spinti dal bisogno di ricordare in nome della Memoria e della Pace. Io sono accompagnata da due mie nipoti poco più che ventenni, Francesca e Laura, fin da piccole interessate alla storia del nonno, desiderose di sapere, di approfondire, di capire.

Abbiamo percorso la strada che porta al luogo dove sorgeva lo Stalag, una grande tenuta a Fünfeichen, sempre nel territorio di Neubrandenburg, nel Mecleburgo, terra dei laghi, nella Germania settentrionale. Fünfeichen “luogo di sofferenza senza fine negli anni 1939/1948, di un triste e doloroso passato”, scrive il sindaco della città, Silvio Witt, nell’invito alla cerimonia celebrativa del 23 settembre 2023. Ci viene riservata un’accoglienza calorosa e amichevole; il desiderio che ci accomuna è quello di ricostruire il passato e superare risentimenti e ostilità. Portiamo in dono il racconto/diario “La mia prigionia”, scritto da mio padre Arturo quando aveva 83 anni su sollecitazione delle nipotine e delle loro maestre: preziosa testimonianza di un pezzo di vita avvolta dal filo spinato; traccia indelebile di una durissima quotidianità, fatta di fame, freddo, fatica, di profondo sconforto, di momenti bui rischiarati talvolta dalla luce della fede.

Tra il 1943 e il 1945 più di 120.000 prigionieri passarono attraverso lo Stalag II A, Oflag II E e Oflag 67. Più di 6.000 morirono di fame, malattia, freddo, stenti, vittime di violenze e soprusi inauditi.

Nello Stalag IIA furono deportati oltre 500 italiani: molti giovanissimi, come mio padre, qui persero la dignità, diventarono un numero inciso su un piastrino (mio padre, Arturo, era il numero 101540) e uno stücke, un “pezzo”, a servizio dell’economia e del volere del Reich. E per volere di Hitler, che non rispettò nei loro confronti la Convenzione di Ginevra del 1929, divennero, da prigionieri di guerra, internati militari, privi di ogni diritto e di tutela, schiavi. Non a caso “Schiavi di Hitler” è il titolo di una recente pubblicazione dello storico Mimmo Franzinelli dedicata proprio agli IMI (M.Franzinelli, Schiavi di Hitler, Mondadori, 2023).

Durante la cerimonia apprendiamo dalla voce dello stesso sindaco di Neubrandenburg che il campo continuò a funzionare, se pure trasformato, alla fine della guerra, ma ad essere internati, in un clima di odio, incupito dallo spirito di vendetta, furono questa volta i tedeschi: tra il 1945 e il 1948 oltre 15.000 uomini, donne, giovani e bambini vennero imprigionati dalle forze di occupazione sovietiche nello stesso luogo, nel campo speciale n. 9 dell’NKVD. Quasi 5000 non sopravvissero.

Qui il 23 settembre 2023 si sono ritrovati rappresentanti di undici nazioni per ricordare e riflettere su ciò che è stato, per riconoscere le responsabilità e promuovere la riconciliazione e la pace.

La cerimonia commemorativa alla presenza di autorità civili e militari, ha ricordato quest’anno anche i tedeschi morti di stenti, fatti prigionieri e internati a loro voltanel campo dai sovietici, dopo la liberazione avvenuta il 28 aprile 1945. Il campo fu definitivamente chiuso solo nel 1948. La guerra è impietosa e lascia dietro di sé ferite che tardano a rimarginarsi.

Oggi questo luogo di tante atrocità è un Memoriale. Una imponente croce commemorativa, sorretta da un sostegno d’acciaio che evoca il peso schiacciante della sofferenza, accoglie i visitatori all’ingresso dell’immenso parco. Qui, tra l’orizzonte infinito, gli alberi che si piegano al vento freddo, le nuvole minacciose e un silenzio surreale, spuntano croci, lapidi, targhe, cippi, fosse comuni, tracce di chi in quel luogo è passato, ha sofferto, ha perso la vita. Qui la tragedia della storia si tocca con mano, si respira.

Nel “Forest Building Camp”, luogo reso accessibile solo pochi anni fa, le donne del campo di concentramento di Ravensbrück, distante 50 Km da Neubrandenburg, furono impiegate, in condizioni disumane, per la costruzione di sotterranei dove trasferire la produzione bellica di Neubrandenburg. Per restituire dignità a quelle donne nel 2015, nel cuore della città, è stato inaugurato un luogo commemorativo, “Mourners” (persone in lutto), rappresentato nella sua parte più significativa dalla statua in bronzo donata da uno scultore di Rostock, Wolfgang Friedrich, e dai “pettini sgangherati”, testimonianza toccante del valore che tali oggetti ebbero per quelle donne.

Qui la Memoria non è sterile ricordo, ma è coinvolgimento, partecipazione, impegno alla conoscenza, alla ricerca della verità; è sprone a coltivare i valori di riconciliazione, di pace, di libertà.

Qui trova riscatto la storia degli IMI, Internati Militari Italiani: molti erano soldatisemplici, giovani lavoratori travolti dalla spietata realtà della guerra, che ebbero il coraggio di dire NO al nazifascismo. Tante piccole storie, a lungo dimenticate, riappaiono pian piano dall’oscurità del passato: voci flebili, ma tenaci, rompono il silenzio in una dolorosa sinfonia della storia stessa.

Sono le voci di coloro che appartengono alla “fitta schiera dei senza storia”, di coloro che non hanno familiarità con la scrittura, e tuttavia “nelle pur minoritarie autobiografie di soldati si annoverano descrizioni significative, talvolta assai più espressive” rispetto a quelle degli stessi ufficiali (M. Franzinelli, op.cit.) che aiutano a conoscere le vicissitudini dell’internamento.

Gli IMI neritini, dal 25 aprile 2023, hanno trovato il loro luogo della memoria in una sezione del Museo della Memoria e dell’Accoglienza, sito a S. Maria al Bagno, marina di Nardò. Il Museo fu istituito nel 2009 per custodire le testimonianze degli ebrei sopravvissuti allo sterminio, qui approdati alla fine della seconda guerra mondiale, e accolti dagli abitanti del piccolo borgo di pescatori, prima di partire per una nuova terra in cui vivere pacificamente senza il terrore delle persecuzioni (sappiamo che molti, ma non tutti, raggiunsero la Palestina, futuro scenario di nuovi e atroci conflitti).

Da quest’anno il 27 gennaio, “Giorno della memoria”, verranno commemorati il sacrificio e il valore della Resistenza senz’ armi degli IMI neritini, “italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte…” (art. 1, legge n.211 del 20 luglio 2000).

Un tardivo ma certamente doveroso riconoscimento, importante perché ricordare significa anche testimoniare. “Chi ascolta un superstite dell’olocausto diventa a sua volta un testimone” (Elie Wiesel).

Carmina Carrozza