NARDO' - Finalmente si fa luce su una memoria troppo a lungo tenuta nascosta.
L'ingegnere Pantaleone Pagliula
IL NO DEGLI INTERNATI MILITARI ITALIANI PER UN NOSTRO NO ALLA GUERRA
Venerdì scorso nel salone del Quirinale in occasione della celebrazione della “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi della Seconda guerra mondiale” ho avuto l’onore di incontrare il Presidente Mattarella che ha definito gli IMI “veri partigiani della Resistenza” e poi verso la fine del suo intervento accennare a uno “oscuramento della loro memoria successivo alla loro triste tragedia alla quale dobbiamo tutti rimediare“.
Man mano che si susseguivano gli interventi degli invitati mi ha accompagnato una forte emozione pensando particolarmente alla sofferenza di mio padre e degli altri 650.000 Internati Militari Italiani nei campi di concentramento nazisti che hanno vissuto per la maggior parte della loro vita il vergognoso oscuramento della loro triste storia.
Dopo la loro liberazione a questi eroi della resistenza senza armi nessuno disse grazie e, anzi, molti di loro dovettero fare un supplemento di costrizione forzata per essere assolti dall’accusa di diserzione.
Purtroppo per tanti decenni vi è stata la mancanza assoluta di una qualsiasi parola di conforto da parte dell’Italia libera a chi aveva resistito per circa due anni alle più atroci costrizioni e ancora peggio dopo il loro rientro in Italia nemmeno un successivo e doveroso riconoscimento.
Tenendo conto delle spinte che tendono ancora a cancellare la memoria mi sembra doveroso ripetere la storia degli internati militari italiani denominati IMI e perché dopo tanto tempo è importante ricordarli.
Gli Imi erano giovani sotto le armi che, l’8 settembre 1943, trovandosi su vari fronti, furono circondati dai tedeschi che in un solo giorno da alleati erano diventati nemici a seguito della firma dell’armistizio sottoscritta dal governo Badoglio con gli angloamericani.
Essendo privati di ordini superiori e abbandonati a se stessi, furono posti dai tedeschi di fronte all’interrogativo di passare con loro e con i repubblichini oppure di essere spediti nei campi di concentramento e di lavoro.
L’85% di quei ragazzi rispose di NO. Questa loro scelta fu talmente sorprendente che ancora non si riesce razionalmente a spiegarla perché quei ragazzi, nati tutti attorno agli anni 20, avevano appreso che Mussolini aveva salvato l’Italia, che era l’uomo della Provvidenza, che il Duce aveva sempre ragione. Molti avevano con convinzione cantato gli inni di guerra, condiviso la conquista dell’Impero, frequentato i campi scuola e le organizzazioni sportive dei «figli della lupa».
Quanto alla guerra vera, gli era stato detto che dal punto di vista militare, i tedeschi erano una macchina perfetta e qualcuno aveva accennato loro la notizia di un’arma segreta che avrebbe chiuso vittoriosamente il conflitto.
Ma quei giorni dopo l’8 settembre tutti, o quasi, decisero di rifiutare la proposta tedesca e, messi nei carri bestiame, furono portati nei campi di concentramento di Germania e Polonia dove, capirono quasi subito, di essere trattati peggio degli altri prigionieri perché Hitler e Mussolini non li consideravano più soldati ma traditori e che per loro non valevano le garanzie internazionali.
Per loro, niente pacchi alimentari della Croce Rossa e quasi nessuna possibilità di scrivere a casa e di ricevere posta. Per mio padre, dopo più di un anno di assoluta mancanza di notizie, fu celebrata dalla famiglia una messa in suffragio e mia nonna vestì sempre di nero.
Gli IMI capirono sulla loro pelle che dovevano dividere la realtà dei campi di concentramento nazisti con altri prigionieri del Reich ma che in più erano costretti a lavorare nelle fabbriche per costruire armi e nelle aziende agricole per nutrire i soldati tedeschi.
Ogni giorno qualcuno continuava a ripetergli che le porte della libertà erano aperte se avessero accettato di continuare a combattere con l’esercito della Repubblica sociale e al servizio dei tedeschi. Bastava un si che rinnegasse il loro coraggioso no e quelle straordinarie privazioni cui erano sottoposti sarebbero finite in un momento.
Insomma, la loro era una prigione con la porta aperta e tutto dipendeva da loro. Questi nostri genitori e nonni non cedettero sia agli ufficiali italiani della RSI e sia alle squadre di convinzione dei tedeschi, per cui la Resistenza istintiva della prima ora, si trasformò in Resistenza assoluta per tutti i 20 mesi successivi non avendo la minima idea di quando sarebbe finita la guerra e vivendo ogni giorno la certezza che lì era più facile morire che sopravvivere. Circa l’85% decise di continuare a Resistere.
Dopo la liberazione e con il passare degli anni di quei 650.000 resistenti si è parlato molto poco e non c’è stata nessuna menzione in tutti i 25 Aprile successivi. Dobbiamo chiederci che cosa sarebbe successo se questi ex militari allora avessero ceduto e si fossero arruolati come voleva Mussolini nell’esercito di Salò, che con il loro ingresso sarebbe quasi raddoppiato, con conseguenze che avrebbero potuto cambiare i destini della guerra.
Dopo queste considerazioni la mia speranza è che si avvii una riflessione collettiva per cercare di recuperare, nelle giornate della memoria e nei prossimi 25 aprile la storia di questi nostri padri e nonni che per tanti anni è stata dimenticata.
Questi nostri eroi con la loro resistenza silenziosa e responsabile hanno contribuito, con tanti altri italiani ed europei, alla libertà e democrazia del nostro Paese e ci invitano a non tradire la loro memoria, a manifestare con un deciso No contro la guerra e a costruire ogni giorno la PACE.
Pantaleone Pagliula