NARDO' - Ecco, integrale, il discorso della professoressa Maria Antonietta Aiello.
Chi salvò la bellezza e il sapere dell'Italia dal nazifascismo
Per la prima volta – e di questo ringrazio infinitamente il prefetto Natalino Manno – l’Università viene invitata a parlare nel giorno della Liberazione.
Il 25 Aprile – ques'’anno come ogni anno - ci chiede di ricordare, non come un rito, ma come un atto di responsabilità.
Ed è per questo che oggi vorrei ricordare con voi una Resistenza che non ha imbracciato fucili. Ha usato le mani per nascondere dipinti. Le parole per tenere aperte le aule universitarie. L'intelligenza e il coraggio per sottrarre alla distruzione ciò che un popolo aveva costruito in secoli di civiltà.
Perché i regimi e le ideologie totalitarie non colpisconosolo i corpi. Colpiscono le biblioteche, i musei, le università. Mirano a disarmare lo spirito. Prima ancora che le braccia.
Nel 1939 un giovane storico dell'arte, Pasquale Rotondi, arriva a Urbino. È appena stato nominato Soprintendente alle Gallerie delle Marche. Quando capisce che la guerra si avvicina, comincia a svuotare i musei. Carica su camion militari Giorgione, Piero della Francesca, Tiziano, Raffaello. Li nasconde al riparo dai bombardamenti e dai saccheggi nazisti. Settemila e ottocento opere d'arte, custodite in segreto.
Rotondi non parlò mai pubblicamente di quello che aveva fatto. Quando gli facevano domande al riguardo, rispondeva semplicemente di aver compiuto il suo dovere. Quelle opere sono ancora qui. Sono vive nei nostri musei, restituite alla collettività grazie a quel profondo e discreto senso di responsabilità
Il primo dicembre del 1943, Concetto Marchesi, rettore dell'Università di Padova, sale sul palco dell'Aula magna. Sa già che dovrà fuggire quella notte stessa — il regime fascista non tollera la sua libertà di pensiero. Ma prima vuole parlare ai suoi studenti. Li esorta a combattere per la salvezza e per la dignità. Quell'Università diventerà un presidio civile, pagando un prezzo altissimo di vite umane, ragazzi e ragazze come i nostri studenti e le nostre studentesse di oggi, come i nostri figli e le nostre figlie..
Accanto a questi esempi, non posso non ricordare un figlio illustre di questa terra: l’economista Antonio De Viti De Marco, nato a Casamassella. Egli fu uno dei pochissimi docenti — appena dodici in tutta Italia — che scelsero di lasciare la cattedra pur di non piegarsi al giuramento imposto dal regime nel 1931. Si ritirò nel Salento, dove proseguì i suoi studi, consegnandoci la sua fondamentale opera “principi dell’economia finanziaria”
Il Salento, in quegli anni, fece qualcosa di straordinario e di poco raccontato. Accolse.
Tra il 1944 e il 1947, migliaia di profughi ebrei sopravvissuti all'Olocausto trovarono rifugio sulle coste salentine — a Santa Maria al Bagno, a Santa Cesarea Terme, a Tricase Porto, a Santa Maria di Leuca. Questa terra diventò la loro "casa della rinascita". Un impegno che è valso a Nardò la Medaglia d'oro al merito civile.
E ancora, a Bari, il 28 gennaio del 1944, in un'Italia ancora in guerra, si tenne il primo Congresso dei Comitati di Liberazione Nazionale. Era una Puglia già libera, che sapeva cosa fare della libertà riconquistata.
Questo passato non è poi così lontano. In un’epoca di grandi trasformazioni, siamo chiamati a rinnovare il nostro impegno a tutela dei presidi democratici. Viviamo in un tempo in cui la realtà viene spesso semplificata e la competenza rischia di essere oscurata dal rumore delle opinioni. In questo scenario, le università restano un presidio fondamentale: il luogo dove si forma quel pensiero critico che è l'unico vero anticorpo contro ogni forma di intolleranza.
La libertà accademica non è un privilegio di parte, è un valore civile. Quando si tenta di orientare i saperi o di silenziare il dibattito, si priva l’intera società degli strumenti per capire il mondo e per cambiarlo.
Sono orgogliosamente Rettrice della nostra Università. E incrociando i volti delle nostre studentesse e dei nostri studenti, non posso non pensare a quale lungo e difficile cammino sia stato necessario perché l’istituzione che rappresento e il traguardo della laurea diventassero un diritto accessibile a tutte e a tutti.
Il 25 Aprile non è una commemorazione di parte. È un promemoria per chiunque serva le istituzioni. Ci ricorda che la libertà — quella di studiare, di insegnare, di custodire la bellezza, di accogliere — non è mai stata scontata. E che spetta a noi, ogni giorno, onorarla con l'impegno e custodirla con rigore.
Buon 25 Aprile