Nardò, il laboratorio di idee che produce sempre la stessa idea.
La Neretina, il festival dove il pluralismo ha sempre la stessa cravatta.
Due giorni, tre relatori, un'unica area politica: Borgonovo, Sangiuliano e Sallusti raccontano l'Italia “controcorrente” senza che nessuno, per il terzo anno di fila, remi davvero contro.
C'è un solo posto in Italia dove il pensiero, per dirsi davvero libero, deve viaggiare sempre nella stessa direzione: si chiama Nardò, ed è lì che, per il terzo anno di fila, si celebra il pluralismo. Lo si fa con un programma che da venerdì a domenica propone, in sequenza ordinata come un corteo, Francesco Borgonovo, Gennaro Sangiuliano e Alessandro Sallusti: tre voci che, sommate, formano l'arcobaleno ideologico più monocromo del Mediterraneo. Il festival si chiama " Cultura Controcorrente ". Peccato che la corrente, qui, sia una sola, scorra sempre nella stessa direzione, alla stessa velocità, verso lo stesso mare.
Il sito ufficiale parla di "confronto libero, aperto a tutte le sensibilità culturali" e di un "laboratorio permanente di idee". Un laboratorio, certo, ma di quelli in cui si ripete lo stesso esperimento con gli stessi reagenti aspettandosi ogni volta, con encomiabile fiducia nel metodo scientifico, un risultato diverso. Il Comune di Nardò e la Provincia di Lecce patrocinano l'operazione e la definiscono "patrimonio culturale per la comunità": la comunità, va detto, viene consultata solo per applaudire, non per scegliere il cartellone.
Dal palco, gli organizzatori si schermiscono dall'accusa di essere "il festival di destra a voce unica" rivendicando, testualmente, "una grandissima diversità di pensiero". La diversità, a quanto pare, va cercata non tra gli ospiti ma dentro ciascuno: Borgonovo la pensa diversamente da Sangiuliano su Erdogan, Sangiuliano la pensa diversamente da Sallusti su Trump, e a Nardò questo si chiama dialettica.
Apre Borgonovo, che presenta un libro contro "i nuovi padroni del pensiero" e contro il patentino antifascista richiesto altrove per salire su un palco. Battaglia nobile, condotta su un palco al quale, per tre edizioni di fila, non è mai salito nessuno che non fosse già d'accordo con lui prima ancora di sedersi. Il patentino, a Nardò, non si firma all'ingresso: si possiede di default, per il solo fatto di essere stati invitati. Lo stesso Borgonovo distingue, nel suo libro, tra diritti veri e diritti finti, quelli che non costano niente a chi li concede: il pluralismo dichiarato da un festival che non rischia mai di ospitare chi dissente è, esattamente, un diritto finto.
Il giorno dopo arriva Sangiuliano, biografo ufficiale degli autocrati del pianeta, Putin, Xi, Trump, Erdogan, raccontati con la stessa tenerezza psicologizzante riservata ai bambini difficili: "hanno sofferto da piccoli, dice, ecco perché oggi sono spietati" . È il whataboutism geopolitico in salsa club Mediterraneo: capire un dittatore rischia di somigliare parecchio a giustificarlo, e la platea applaude convinta di aver assistito a un'analisi e non a un'agiografia con vista sulla villa comunale.
Chiude Sallusti, che ricorda di essere l'unico giornalista italiano arrestato per un'opinione e ne fa, comprensibilmente, una bandiera. Cita Angela Merkel, cita Giorgia Meloni, racconta di aver definito Trump un coglione in prima pagina e si schiera, in coro con l'organizzazione, contro chi "etichetta senza dialogare ". Peccato che a Nardò non occorrano patenti di stupidità per parlare, come ricorda fiero qualcuno dal palco, ma occorra evidentemente una tessera politica per essere invitati a farlo.
In tre edizioni nessuno ha mai invitato un interlocutore di segno opposto a discutere alla pari: non un Erdogan-scettico contro un Erdogan-comprensivo, non una voce progressista a fare da contraltare a Sallusti sul governo, non un solo nome capace di incrinare, anche per un'ora, l'unanimità di fondo. Nelle edizioni passate sfilarono Sgarbi, Fusaro, Pillon, Micalessin, Poli Bortone: una squadra che gioca sempre in casa, contro nessuno, e festeggia a fine partita come se fosse stata una gara vera.
Il problema non è che Nardò ospiti la destra culturale: ospitarla è legittimo, persino utile, e gli ospiti sono per giunta bravi a tenere il palco. Il problema è chiamare "controcorrente" un fiume che scorre sempre dalla stessa parte, e chiamare "pluralità" l'assenza totale di un secondo punto di vista nella stanza. Non basta dichiarare di credere nel confronto libero per produrlo: bisogna invitare, almeno una volta, qualcuno che non sia già d'accordo, e rischiare che il pubblico fischi o, peggio, che applauda anche lui. Finché questo non accadrà, il festival della cultura controcorrente resterà l'unico luogo del Salento dove l'unica vera notizia, ogni estate, è che la corrente non cambia mai: cambiano solo, di anno in anno, i nomi di chi la naviga nella stessa, identica direzione.
Domani è un altro giorno - ci saremo, speriamo di essere stupiti da effetti speciali e magari qualche voce contraria, ci acconteremmo anche di una vocina - sarebbe la prima volta ...