NARDÒ - L'agronomo ci dice che si possono salvare. Ecco come fare.
A sapersi guardare attorno, i “pigni”, come comunemente sono localmente chiamati, rappresentano l’elemento vegetale più caratteristico del paesaggio salentino, infatti i pini domestici o italici, botanicamente, Pinus pinea, costituiscono, sia per bellezza che per abbondanza, i primi attori indiscussi. Con le loro inconfondibili siluette a ombrello svettano diffusamente nelle campagne e attorno ai centri urbani incorniciandoli d’irte nuvole verdi.
A partire dal periodo d’oro del loro impianto che si può far risalire alla seconda metà del 1800, ebbero principalmente il ruolo di “alberi da veduta”, segno distintivo di classi sociali terriere agiate e facoltose che potevano permettersi l’”inutilità” di queste piante ornamentali non strettamente produttive. Nella loro lunga <<storia civile>>, i pini domestici hanno rivestito il singolare ruolo di piante multifunzionali. Infatti, con la loro insuperabile forza scenografica, essendo al contempo specie forestale ed agraria, si pongono come anello di congiunzione tra la selvicoltura e la frutticoltura (anche per via della rinomanza dei preziosi pinoli).
Qui in Salento assumono ormai quasi esclusivamente funzione paesaggistico–ambientale che si esprime nei più diversi “dispositivi” paesaggistici, taluni anche originali: in formazione di singolo e doppio filare, in quadro, a gruppi, in coppia, singoli o isolati, costituiscono una diffusa trama di ombrelli verdi.
A guardarsi ancora meglio attorno, si noterà che questi nostri meravigliosi amici arborei sono in difficoltà per non dire in grave pericolo. La causa si chiama cocciniglia tartaruga del pino (Toumeyella parvicornis), così definita per la particolare morfologia del corpo delle femmine adulte, che richiama quella del carapace di una tartaruga.
Si tratta di un parassita di origine nordamericana che si sta espandendo rapidamente nell'Europa meridionale. È caratterizzato dalla sua intensa attività di suzione di linfa, con una grande quantità di melata che riduce la capacità fotosintetizzante delle piante. Gli alberi colpiti si notano già in lontananza per via della chioma imbrunita e diradata, causata dalla caduta anticipata degli aghi; il susseguirsi degli attacchi della cocciniglia conduce gli esemplari colpiti al progressivo deperimento, di cui approfittano altri micidiali parassiti opportunisti come il blastofago del pino.
La terapia che si è dimostrata efficace negli ultimi anni consiste nell’impiegare prodotti fitosanitari e nutritivi direttamente al sistema vascolare (endoterapia), evitando così la deriva di prodotto insetticida nell’ambiente. Tale tecnica garantisce l’assenza di contaminazione di suolo, acqua e atmosfera; si tratta pertanto di trattamenti totalmente “puliti”, che non danneggiano neanche la fauna ausiliaria (i nemici naturali del parassita). Trattandosi molto spesso di aree urbane e zone rurali frequentate, tale modalità di intervento è assolutamente fondamentale in quanto il PAN (Piano d’Azione Nazionale) per l’uso sostenibile dei fitofarmaci limita l’impiego di taluni principi attivi in tali ambienti.
La tecnica prevede l'iniezione mirata di insetticida specifico (solitamente a base di p.a. Abamectina) direttamente nel tronco dell'albero. Il prodotto si solubilizza nella linfa e risale attraverso lo xilema fino alla chioma. Quando la cocciniglia si nutre succhiando la linfa dai rametti, ingerisce il principio attivo e finisce per intossicarsi e morire, interrompendo la suzione, l‘emissione di melata e il conseguente sviluppo di fumaggine che soffoca la pianta.
Ma quali sono i costi di una tale operazione? Per il momento si può solo affermare che sarebbero assolutamente ragionevoli e proporzionati se si considera l’ingente danno subito dalla perdita dei servizi ecosistemici e paesaggistici in seguito al disseccamento dei pini.
Si deve inoltre aggiungere che oltre all’impatto sul paesaggio e l’ecosistema per la perdita di tali piante c’è da considerare i costi per l’abbattimento (anche decine di volte superiore al trattamento endoterapico) delle piante ormai morte, divenute instabili e pericolose per l’incolumità di cose e persone. I costi potrebbero essere certamente abbattuti assumendo una organizzazione delle operazioni su basi economiche di scala, data la vastità territoriale del fenomeno.
L’esperienza agronomica ci insegna che spesso un solo intervento endoterapico potrebbe essere salvifico, purché eseguito con tempestività. Ciò contribuirebbe all’abbattimento del potenziale infestante già all’origine dei focolai sparsi nel territorio che tendono ad espandersi a macchia d’olio. Da qui peraltro la necessità di tenere aggiornata la mappa della diffusione del parassita.
Normalmente organismi antagonisti autoctoni o introdotti (sono in corso sperimentazioni) subentrano per contrastare “ecosistemicamente” l’infestazione del parassita e questo è ciò che in effetti si spera debba accadere nel medio-lungo termine. Intanto, urge intervenire attraverso uno specifico piano fitosanitario che, assieme al monitoraggio, preveda interventi endoterapici mirati e, soprattutto, tempestivi che possono soccorrere un tale prezioso patrimonio arboreo così fortemente minacciato.
Bisogna chiarire che sotto il profilo normativo il contrasto alla Toumeyella parvicornis è regolato a livello nazionale dal Decreto Ministeriale del 3 giugno 2021, che stabilisce le misure fitosanitarie di emergenza obbligatorie in tutta Italia. La normativa impone l'obbligo di segnalazione immediata al Servizio Fitosanitario Regionale per chiunque sospetti la presenza del parassita.
Senza tema di apparire troppo allarmistici si può affermare che la situazione è talmente seria che se non si interverrà con la dovuta celerità, entro un paio d’anni potremmo aver perso tutti i pini domestici del Salento. In un territorio con bassissimi indici di boscosità come quello salentino, già martoriato dalla famigerata fitopatia degli olivi e dai continui incendi, ciò deve rappresentare una priorità assoluta.
Va da sé che è di fondamentale importanza ricercare rapidamente le modalità con cui agire ma anche le risorse finanziarie specifiche (compresi aiuti ai Comuni e ai privati) con cui attuarle.
Se si pensa agli appelli e alle dichiarazioni a favore di piani di forestazione, spesso evocati a cifre astronomiche, questa è l’occasione per dimostrare concretamente quanto le istituzioni preposte tengano alla tutela e alla salvaguardia della “foresta territoriale”, dell’ambiente in generale e, insieme, di ciò che rimane della sua vivibilità, atteso l’oramai indiscutibile e riconosciuto ruolo benefico degli alberi e, da questo punto di vista, non c’è albero migliore di quello che già esiste!
Bruno Vaglio – dottore agronomo