Cronaca

L’Ospedale di Nardò: il necrologio del servile e il necrologio del libero e forte

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NARDO' - Questa lettera segue la scia dell'enorme interesse suscitato dai due precedenti articoli sull'ospedale: quasi 5mila lettori in due tranche. Ci sarebbe tanto da dire e sicuramente sarebbe necessario aprire un dibattito ma, per il momento, è opportuno continuare a leggere per farsi un'idea più completa dell'argomento. A voi.

 

Non esiste più l’Ospedale Sambiasi-S. Giuseppe, fusi a metà anni ’30, cioè 80 anni fa, con un accordo tra la Curia vescovile per la parte del suo «hospit(d)ale» e la Congregazione di carità/Ente Comunale Assistenza, per il Pio Monte del Sambiasi (il cui lascito era superiore alla consistenza patrimoniale dei Personè e dei Massa), ereditato dallo Stato dopo che questo, a pochi anni dall’unità nazionale, aveva incamerato i luoghi pii.

I precedenti «hospit(d)ali» erano finalizzati all’assistenza dei pellegrini e degli indigenti; il nuovo cominciò ad operare così come sono gli ospedali che noi conosciamo, mentre a Nardò vi era stata una vera e propria clinica «Casa di cura», prima «Personé» e poi «Tarantino», fondata e diretta da Salvatore Tarantino, chirurgo di fama nazionale.

Tramite Portadimare, per un comunicato pervenuto alla sua redazione e trasmesso a noi lettori, di cui, però, ignoriamo l’autore, apprendiamo che bisogna essere contenti e orgogliosi, in quanto l’«osped(t)ale» (la d di certo diventa t, come un tempo remotissimo) di Nardò permane e che, anzi, sarà un centro di «pacchetti» per la salute, cioè una «Casa della salute», mentre rimarranno i posti-letto per i lungodegenti.

Mi sembra che siamo ritornati alle origini: «casa» di salute (prima, a dire il vero, era di cura, cioè casa ospedaliera); lungodegenti, cioè «indigenti» di salute… irrecuperabile.

A questa notizia hanno partecipato migliaia di lettori, senz’altro per esprimere il loro cordoglio per l’Ospedale defunto e non per ascoltare il necrologio, inneggiante all’uso delle ceneri del defunto, ancora fumanti, per essere ornamento di «pacchetti», che non Babbo Natale, bensì la Befana dovrebbe donare alla città di Nardò.

Nel mentre sono curioso di conoscere l’oratore funebre (forse meglio dire: funereo), mi permetto di affermare che sono stanco di udire parole, ascoltare parolai e sentire sciocchezze.

Ben ha fatto Spes civium, l’unica realtà che a favore dell’Ospedale con caparbietà e con lealtà ha lottato e lotta, anche se troppo legata a megaprogetti, invece di insistere su pochi reparti ospedalieri ma di alta specialità, a puntualizzare la presa in giro, messa in atto per chissà quale intento, e ridicolizzato il neogeografo indicatore delle coordinate della rotta sanitaria: per questo stiamo andando alla deriva?

La classe dirigente, almeno di questi ultimi dieci anni e più, e ogni autorità presente nel nostro territorio devono assumersi le loro responsabilità, riconoscendo di non aver lottato o di non averlo fatto bene. E se hanno lottato bene di fronte ad un nemico più forte, riconoscere la propria impotenza: non sempre si può vincere. E tutto si sarebbe chiuso. Invece si esaltano e ci provocano.

Diciamo la verità!

Se Fitto ha iniziato la riduzione dei posti letto, perché non si è allora intervenuto, se non votandogli contro? Per far vincere Vendola? Colui che aveva promesso con parole convincenti che per l’Ospedale non si trattava più di illusione dei cittadini, ma di concretezza… di che cosa? Affossamento dell’ospedale di Nardò.

Dov’erano coloro che gestivano la comunità neritina?

Il silenzio, solo assordante di inesistente forza contrattuale e di latitanza, ha fatto la storia di questi ultimi anni.

Di certo prima, nel campo sanitario e socio-sanitario, vi erano l’Ospedale, il Poliambulatorio e altri Servizi. Ora ci troviamo con un Poliambulatorio - speriamo che non lo sopprimano -, alcuni posti di lungodegenza e le camere mortuarie.

Prendano atto e prendano coscienza che le battaglie si combattono dall’inizio e non quando il nemico è dentro le mura: non rimane che suonare la tromba della sconfitta e la campana a morto.

Eppure in queste macerie c’è chi fa necrologi elogiativi dei generali sconfitti, che sicuramente hanno preso consapevolezza dello stato delle cose, facendoli apparire profeti di nuove e più utili conquiste. E volete vedere che c’è chi, spudoratamente, ribalta le proprie responsabilità di insipienza e di mancanza assoluta di forza contrattuale, su un passato remoto?

Fa ridere per le sue idiozie, ma fa anche piangere per la sfortuna di avere certi politici.

«Sapete - sentenzia costui - perché l’Ospedale è stato soppresso?».

In ansia aspettiamo.

Scuotendo il cranio, riprende:

«Nell’epoca lontana degli anni ‘60/’70/’80 - la vaghezza del periodo è strumentale a suscitare un alone di mistero e, nel contempo, di verità, comunque a rinviare ad altri le responsabilità - la classe politica neritina permise che l’Ospedale di Copertino divenisse provinciale, a differenza di quello di Nardò, che rimase zonale».

L’ho scritto in tempi non sospetti che la responsabilità della chiusura dell’Ospedale si sarebbe fatta risalire a Benedetto Leuzzi e Luigi Tarricone, se non proprio a chi lo fuse e a chi lo fondò.

Neritini, tenetevi questa classe dirigente, che nel mentre non ha nemmeno il coraggio di assumersi la responsabilità della sconfitta a fronte di un nemico molto più agguerrito, ha la sfacciataggine di addossare ad altre epoche il guasto e di far passare la desertificazione dell’Ospedale come un campo arato, magari con fiori, per innovativi servizi… semplicemente ambulatoriali!

Vorrei tanto che questo mio tono sia soltanto dell’anno che sta passando e altrettanto vorrei che il nuovo Anno sia per le vicende locali meno grave e meno deludente di questo che ci stiamo lasciando alle spalle… anche perché abbiamo tanto da soffrire per la politica nazionale.

E constatato che nel 2011 abbiamo perso qualcosa, nel 2012 possiamo conquistare qualcosa, vecchio o nuovo, purché serva a garantire salute e benessere ad ogni cittadino.

E visto che nel 2011 abbiamo avuto, come nuovo, il sindaco Risi, non posso che rivolgermi a lui: «Caro Sindaco, cui confermo la mia fiducia, precedici in questa aspirazione e rendici cittadini orgogliosi di esserlo di Nardò».

Mario Mennonna