Cronaca

"Grazie di tutto, Paolo, mio e nostro indimenticabile Maestro". Il ricordo di Mario Mennonna

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NARDÒ - L'ultimo saluto di un caro amico. Mario Mennonna ricorda chi è stato Paolo, cosa ha fatto per Nardò e cosa avrebbe voluto ancora realizzare. 

Sapevo con il poeta che «Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», ma non ho mai pensato che un ulivo fosse altrettanto fragile e precario come una qualsiasi foglia.

Quando pensavo, fino a due mesi fa, a Paolo, mi consolavo nel ritenerlo un ulivo, anzi -per le mie origini lucane- una quercia, possente, immutabile, saldamente conficcato nella rossa terra neritina.

Una terra che si perde nelle profondità della storia più remota e delle tradizioni più variegate.

Lì era Paolo, dalle profonde radici, alto ed austero, dalla dura scorza e dalla linfa umile e vivificante, radicato negli entusiasmi e nelle sconfitte, nelle delusioni e nelle conquiste, con una tenacia incommensurabile e generatrice di iniziative e di attività in un tempo, di stagioni in stagioni, che per lui non aveva il normale svolgersi, ma un’unica dimensione: il sempre.

Quando il cuore batte forte per la propria città e la propria gente, il tempo non ha tempo.

«Quando, Paolo, devo darti una risposta: domani o dopodomani?»

«Ieri»: era la categorica risposta.

E ti inchiodava a fare subito.

Paolo è stato l’uomo del «già è tardi», quasi a volere che la risposta e l’attuazione dovessero aversi già prima che ci fosse la richiesta o, al più tardi, aversi contestualmente.

Non richiedeva tali tempi soltanto, ma si comportava così anche quando lui doveva dare risposte.

E tante, straordinarie e innovative, lui ne ha date.

Paolo ha vissuto lunghi anni, ma non sono bastati ai suoi progetti e forse non sarebbero mai bastati, né basteranno financo nella sua eternità

Durante i suoi 83 anni non è mai indietreggiato, anche se dalle tristi vicende della vita e dalle incomprensioni altrui combattuto; non si è mai rassegnato, anche se sconfitto.

È stato un forte, proteso verso il futuro, fondando tutto sul passato, quel passato di tradizioni, autentica espressione del mondo contadino.

Un punto fermo della sua variegata e poliedrica attività è quello di aver dato dignità letteraria alla storia degli umili di Nardò, riportando il loro mondo sulla scena teatrale.

Un’operazione culturale, che ha, altresì, comportato la promozione di generazioni e generazioni al teatro, che successivamente, dopo tante esperienze maturate sin dal 1946, dai palchi improvvisati dell’Azione Cattolica, hanno trovato una soluzione associativa, nel 1974, nel Piccolo Teatro di Nardò, che, con Paolo in testa, divenne paladino del primo restauro dello stesso teatro.

Fu una tappa importante e significativa, che fino agli anni ’80, ha permesso alla sua compagnia, ma a tante altre, numerosissime rappresentazioni, divenute, ormai, storiche.

Voler solo accennare alle decine e decine di opere, da lui dirette, come regista, e, spesso, elaborate e rielaborate con Mimino Spano, con interpreti che hanno segnato la storia teatrale di Nardò, da Gino Alemanno a Gregorio Caputo e a Gerarda Gravili e a Mariella My, richiederebbe spazi temporali molto ampi.

Basti citare L’occa ti la gente; Teresina e Sirinata a Concettina, per spalancare le memoria di tante serate straordinarie, in teatro e in piazza, e di tanti successi conquistati sui vari palcoscenici italiani ed europei.

Mondo degli umili, bravura degli interpreti, sapienza del regista: questo era il Piccolo Teatro di Nardò, che, oltre all’arte, lasciava scia di notorietà e di promozione del nostro territorio.

Ora si tinge di nuove generazioni, che trovano in Andrea Barone un organizzatore di rilievo

Paolo è stato l’artefice unico del teatro neritino e ha saputo con coerenza e con amore portare Nardò sulla scena, con i suoi pregi e i suoi difetti, sempre presentati con la leggiadria della commedia.

Il teatro ha illuminato i sogni di Paolo e ne ha cadenzato la sua vita di tappa in tappa, anche in quelle in cui la musica era parte integrante, che trovava in Alex Zuccaro e Tommaso Zuccaro due interpreti di spessore.

Anche unico è stato nell’inventare il Museo delle Tradizioni, puntando sul mondo contadino e sul mondo artigianale, i mondi, i piccoli mondi antichi, che hanno segnato una civiltà, che ormai nelle nostre zone è scomparsa dal mondo economico, ma che è fonte essenziale di cultura e di promozione turistica, nonché di memoria struggente per gli anziani e di scoperte per le nuove generazioni.

Un patrimonio incommensurabile, che è stato costruito anno dopo anno, pezzo dopo pezzo, amato e curato da Paolo e dai suoi collaboratori, a volte demotivati e, spesso, abbandonati nella loro missione di «spruare e spruare … cercare e cercare» per recuperare fin nel midollo le radici della nostra gente.

Un patrimonio, che contiene gocce di sudore e schegge di saggezza dei nostri padri e via via dei nostri antenati, fin nei tempi più lontani della nostra storia.

Ha cercato -e senz’altro continua a cercare- con caparbietà, con coerenza, con amarezza che questo mondo, che è il mondo che più caramente ci appartiene, trovi la sua sede definitiva: negli anni ’80 è stata la masseria Boncuri; oggi è la Torre del Comune. E bisogna essere grati agli amministratori sensibili…ma è tempo ormai che il Museo trovi definitiva collocazione.

È stato, questo, il secondo scopo della sua vita, iniziato anche nel lontano 1975, quando ha fondato la ormai storica associazione Amici del Museo di Porta Falsa.

Noi neritini, se crediamo nella validità della sua intuizione e istituzione, dobbiamo impegnarci perché il suo sogno si avveri; perché il tutto venga salvaguardato, custodito, proposto ancora a tanti turisti e cultori delle tradizioni.

Voi, politici e amministratori, se volete bene alla vostra città, dovete salvare la vostra storia e, dedicato a Paolo Zacchino, dovete istituire uno stabile Museo delle Tradizioni della civiltà contadina e artigianale.

E mi rivolgo anche al sindaco Risi, che, per impegni inderogabili, non può essere presente come avrebbe voluto, e che tramite me, esprime il profondo cordoglio per i familiari e l’intensa amarezza per aver Nardò perso un insigne cittadino, un animatore culturale e artistico di grande spessore.

La morte di Paolo ci renderà più disponibili?

Ma Paolo non è stato solo questo.

Il Museo della Nardò Sparita, con i monumenti scomparsi, ma da lui in miniatura costruiti con cura, come propri figli, scorreva nelle sue vene ed occupava la sua mente…il cuore era già colmo d’amore per la sua Nardò!

E non solo, ancora.

Egli ha reso protagonista il mondo degli umili, con la propria saggezza e il proprio lavoro, il proprio sudore e le proprie speranze.

Pubblicazioni, calendari, come Li Lune, ed opuscoli a iosa su dittèri e proverbi, sulla cucina tradizionale, sui canti di fatica e di amore, sui monumenti di Nardò e sulle bellezze del suo territorio; incontri culturali e manifestazioni. E quelle lezioni sulle tradizioni nel suo studio, ricco di cimeli, comunemente detta «segreteria», seduto sulla sedia, anch’egli come un’icona storica, uno scrigno colmo di preziosità e, sotto lo sguardo severo, il volto a volte burbero, interpretava un ruolo, quasi a voler nascondere la sua bontà, la sua semplicità e fors’anche la sua timidezza.

A volte sembrava che facesse della sua vita un pezzo d’arte!

Se primo ed unico è stato nel campo teatrale e nel campo delle tradizioni, anche primo è stato nel riportare all’attenzione dei neritini e del mondo culturale la zecca messapica di Nardò con alcune monete.

Per questo argomento si era progettato -ed era già in fase attuativa- un Convegno nazionale, che si sarebbe dovuto svolgere nel mese di maggio…sì, di questo prossimo di maggio!

E che dire della Cavalcata Storica e Fiera dell’Incoronata: un altro sogno più volte magistralmente realizzato, segnando un appuntamento turistico di grande significato culturale e spettacolare.

E tu, Paolo, ne sei stato l’ideatore, il regista, l’animatore, il cavaliere indomito. E avevi progetti organizzativi più qualificanti e più suggestivi.

Non eri, però, mai soddisfatto: bisognava fare meglio e fare di più.

Eri fatto così, con pregi e difetti, come gli umani che non hanno bisogno di aloni di grandezza, perché essi stessi sono grandi nei sogni, nell’umiltà, nell’impegno, nella realizzazione, nel mettersi in discussione e nel lottare.

Sempre ti ho seguito e sempre ti ho apprezzato come un punto di riferimento essenziale e, in alcuni, settori, unico della cultura neritina.

Un solo momento di rottura c’è stato quando nel lontano 1975 volesti dare a Nardò con Radio Centrale una seconda emittente locale, dopo Radio Nardò Uno, di cui ero stato uno dei fondatori e ne ero presidente.

Una pausa, ma poi è ripresa con maggiore entusiasmo e con maggiore stima la nostra amicizia, sancita da leale collaborazione, ancor più viva dopo che tu hai vissuto il dramma, il più crudele per gli umani: il dramma della morte di una propria figlia, la tua Giovanna, quella cara e stupenda ragazza radiosa.

Tu l’hai portata nel cuore, sempre trafitto e, chissà, quante volte, accanto alla tua Annina, nel silenzio della tua giornata lo hai avvertito ancora sanguinante. E nelle tue nipoti Ludovica e Fiorella, figlie del carissimo Pinuccio e della moglie Gigliola, hai racchiuso i sogni e le speranze della tua Giovanna.

Lungo, esaltante, sofferto, entusiasta e, spesso, inebriante per i risultati compiuti, è stato il nostro cammino. Continuo il confronto attraverso lunghe telefonate, soprattutto al mattino che seguiva la rappresentazione del giorno prima; gli incontri a casa, interrotti da sceneggiate da teatro con Chiara per il caffè che ritardava e per lo zucchero da risparmiare. E si rideva.

Ma di Paolo, mio amico personale e amico della mia famiglia, non intendo parlare, perché ce lo conserviamo nel nostro cuore come uno dei più cari amici, come un fratello maggiore mio e di Chiara, che ha visto crescere i nostri figli e ha avuto la gioia di essere conosciuto e chiamato dai nostri nipoti sin dal loro primo balbettare da infanti e delle loro prime indecise parole.

Ti riconoscevano e vezzosamente ti chiamavano: Paolo S/Zacchino.

Ma non ne parlo, soprattutto perché Paolo appartiene ai suoi più vicini collaboratori, primi fra tutti Gregorio Caputo; appartiene alle sue Associazioni.

Appartiene alla città di Nardò, ancor più oggi, perché con lui un’altra pagina di orgoglio cittadino svolta al soffiar del vento della fragilità e della precarietà umana.

Appartiene a voi! A noi tutti di Nardò appartiene!

Appartiene di più, dopo che si chiude il sipario sul palcoscenico terreno di Paolo, dove trova ad attenderlo gli altri corifei della tradizione canora e musicale neritina: Cesare Zuccaro, Cesare Monte e Mimino Spano.

E se la foglia vola via d’autunno; se il tronco dell’ulivo e della quercia è sradicato dalla fragilità umana; se Paolo è stato rapito dal cielo, facciamo che il tempo non ne distrugga la memoria. Significherebbe distruggere noi stessi, la nostra storia, la nostra città. Significherebbe sradicare le nostre radici e lasciarle consumare dalle intemperie della ingratitudine e inaridire dall’indifferenza verso il suo mondo, che era ed è il mondo dell’intera nostra civiltà.

Ancora una volta, Paolo, abbiamo bisogno di te per essere degni di te.

Fino all’ultimo respiro tu hai chiesto il telefonino per telefonare ai tuoi familiari e ai tuoi collaboratori: «ad uno ad uno», sei riuscito a sussurrare.

Nel tuo intento, questa volta, non ci sei riuscito!

E vuoi, quindi, ascoltare la nostra voce, che coralmente si eleva verso il cielo azzurro di questo inizio di primavera.

Ed allora ti preghiamo che quando sarà il tuo turno di presentare uno spettacolo alla platea celeste con il Signore, nostro Dio, assiso in prima fila, e dopo aver sfiancato gli Angeli, come facevi con i tuoi collaboratori, per l’allestimento della scena e per la perfezione dell’interpretazione, non rinunciare al tuo solito breve ma efficace sermone. Se avrai qualcosa da rimproverarci, comunicaglielo. Lui, il Signore, saprà come raggiungere i nostri cuori e le nostre menti.

Ma soprattutto non dimenticarti di chiedergli che le nostre coscienze siano sempre vigili nel proseguire la tua opera non per gloria del tuo nome, che già è segnata nella sacra pagina della storia dei grandi, ma per il vantaggio della tua città, della tua Nardò, che hai amato con tanta intensità e con tanta passione.

Ma ora, Paolo, almeno in questa giornata riposati.

Mentre ti avvii lungo il sempreverde prato degli ulivi eterni, non progettare, non organizzare, non pensare a nuove iniziative, non aver fretta di operosità, ma stretta sul petto la tua Giovanna, raggiungi, beato, gli scanni dell’anfiteatro del Paradiso e seduto tra i tuoi genitori, tuo fratello Antonio e i tuoi amici, goditi il perfetto spettacolo dell’eternità. Lo meriti a piene mani e ad applausi scroscianti.

Grazie di tutto, Paolo, mio carissimo amico!

Grazie di tutto, Paolo, mio e nostro indimenticabile Maestro.