NARDO' - Silenziosamente, come da 39 anni a questa parte, un cuscino di fiori mandato dal capo della polizia è giunto da Roma per essere deposto ai piedi della tomba di Giuseppe Bianco.
La delega per consegnarlo è stata affidata al dirigente del commissariato di Nardò, Pantaleo Nicolì, che l'ha portato nel cimitero insieme con un agente in divisa.
Sulla lapide c'è solo scritto il nome di “Pippi” - così com'era noto a migliaia di neritini mentre per i romani era conosciuto come Pino – la data di nascita, 1922, e quella di morte: 17 aprile aprile 1974. Ieri.
Ieri era un giorno di pioggia. Pippi, come suo solito, è corso a Nardò dai fratelli con i quali ha un legame fortissimo, indissolubile. E' partito per la Capitale a soli 18 anni per entrare in polizia. Da lì una carriera ineccepibile, facilitata dalle sue qualità morali. Un giovane fedele alla divisa e alle istituzioni.
Un capo si accorge subito di un agente così. Per questo Pippi entra presto nei palazzi romani e si affianca a uomini che hanno fatto la storia del Paese. Il primo è davvero il primo: Enrico De Nicola lo sceglie come “addetto alla persona”, così si chiama l'uomo di fiducia, una sorta di guardia del corpo di colui che è stato il capo provvisorio dello Stato nominato dell'assemblea costituente e poi presidente della Repubblica. Accanto all'onestissimo e austero senatore Giuseppe Bianco rimane 15 anni. Poi il suo senso del servizio fu a disposizione di altre figure importanti dello Stato italiano come il presidente Giovanni Leone, il giurista Aldo Sandulli, il più volte presidente del Consiglio Emilio Colombo.
Tutto ciò fino a ieri, 17 aprile 1974, quando Pippi torna a Nardò per le vacanze di Pasqua. E' un martedì, il giorno dopo il lunedì dell'Angelo e dopo poche ore deve tornare a Roma con la moglie ed i figli. Intanto, però, la sua Simca grigia corre sotto la pioggia battente, alle nove della sera, sulla Nardò-Leverano. E' stato con i suoi fratelli ma ora torna dalla moglie Maria che lo attende per preparare il rientro.
E' lì, nei pressi della strada dei Pastori che il poliziotto si accorge di un'auto in panne. E' il 1974, passa una vettura ogni mezz'ora, così egli si ferma, scende e si accorge che si tratta di due giovanissimi: chiedono aiuto perché il mezzo si è fermato ma sono in curva ed è buio pesto. La prima cosa che l'agente fa è di prendere per un braccio la ragazza, che è incinta, e accompagnarla oltre il ciglio della strada, in un angolo sicuro. Le dice solo: “stia qui perché questa strada è pericolosa, ci penso io”. Fa solo in tempo ad avvicinarsi al finestrino quando una Fiat 128 con a bordo un ex seminarista, distratto da una cassetta incastrata nel mangianastri e diretto a Salice, lo travolge e lo scaglia a quindici metri di distanza. Non c'è 118, non c'è nessuno: solo la campagna. Il poliziotto viene trasportato nell'ospedale di Copertino ma muore alle due di notte per le gravi ferite.
PARLA LA VEDOVA, MARIA ERRICO - “Lo Stato ci ha fatto sempre sentire la sua vicinanza, non siamo mai rimasti soli”. La signora Maria Errico oggi ha 78 anni ma, raggiunta nella sua abitazione romana racconta di ricordare tutto come se fosse successo ieri. Ricorda gli amici di Pippi, che avevano deciso di “conquistare” un lavoro nella Città eterna, come Mimino Greco, Totò De Vitis.
Poi ricorda gli onori tributati a suo marito durante i funerali a Nardò con decine di messaggi e telegrammi da parte degli uomini più importanti del Paese. Infine la prima festa dell'Epifania senza Pippi quando il Presidente della Repubblica Giovanni Leone le fece recapitare a casai doni per i figli piccolissimi, Viviana che aveva sei anni e Giancarlo di appena tre.
“Mio marito non smetteva mai di indossare la divisa, anche quando era in vacanza o in licenza – racconta la signora – ed era davvero un generoso, non poteva vedere una persona in difficoltà che subito doveva intervenire in qualche modo. Era più forte di lui”.
Altri tempi, epoche di bellezza interiore e di solidarietà: era lo spirito dei tempi quello di prestare aiuto al prossimo così come lo si era ricevuto. Ma c'era anche la predisposizione di un uomo che aveva altissimo il senso dello Stato e delle istituzioni.
“Dopo l'incidente da Copertino continuavano a telefonare a Roma, a casa nostra, tanto che una vicina si allarmò per queste chiamate continue – ricorda lucidamente Maria Errico – ma poi un'infermiera si accorse del luogo di nascita dalla carta d'identità”.
“Ho ricevuto una lettera di quell'ex seminarista che l'ha investito ma non sono mai riuscita a rispondergli”.
La signora, maestra elementare, ha insegnato per alcuni anni al “Prefabbricato”, a Nardò, dove ha mantenuto tanti amici. “In tanti venivano a Roma e mio marito aiutava tutti, non si tirava mai indietro. Per lui – conclude - un neritino era sacro e la sua città gli è rimasta sempre nel cuore”.
Chiudiamo con una frase detta nel cimitero ai familiari dal commissario Nicolì, che è la sintesi di quel che prova chi indossa una divisa con onore: ci sono persone che restano vittime del dovere e che si espongono ai rischi spinti dalla generosità e dallo spirito di servizio. Sono persone normali e per questo straordinarie perché hanno fatto della dedizione il proprio tratto distintivo.
