
Molti ricordano quei giorni e la fila negli uffici sanitari comunali per farsi iniettare il vaccino. A Nardò questo succedeva nel torrione di via Roma, quella porticina accanto all'ingresso secondario della villa comunale. I bimbi di pochi anni avevano braccine così magre che pareva quasi che l'ago le trapassasse da parte a parte. La paura svanì ma l'immagine del Meridione, di Napoli in particolare, subì un colpo durissimo anche a causa di alcuni reportage (veritieri) del Times. L'arretratezza del sud, si può dire, si consolida proprio in quei giorni. Domani sera, domenica, alle 23.10 su Rai1 va in onda uno speciale sull'argomento.
NAPOLI AL TEMPO DEL COLERA: UN VIDEO MOLTO BEN FATTO
L'arretratezza di Napoli.
Nel 1973 Napoli vive in una situazione di atavica miseria e arretratezza. Le condizioni igieniche della città partenopea sono disastrose, la speculazione edilizia è irrefrenabile, la mortalità infantile sensibilmente più alta di quella delle città del nord e l'aspettativa di vita decisamente inferiore.
Racconta il fotografo Mimmo Jodice: 'io scattai centinaia di foto di un edificio in abbandono di Torre del Greco dove vivevano decine di famiglie in condizioni da Terzo Mondo.
La città, inoltre, sta attraversando un momento particolarmente difficile; soffre per la stretta economica che attanaglia l'intero Paese a causa della crisi petrolifera. Le misure di contenimento dei prezzi, che al Nord rassicurano le piazze, al Sud scatenano la corsa all'accaparramento; nel mese di luglio un modesto rincaro della farina aveva provocato la serrata dei panificatori nell'intera provincia: il 17 luglio si erano verificati i primi assalti ai forni, e ci era voluta una settimana perché cessasse la rivolta. E' in questo contesto che Napoli affronta l'emergenza dell'epidemia.
APPROFONDIMENTO
I risultati delle analisi: è colera.
Nell'agosto del 1973 alcune donne vengono ricoverate a Torre del Greco. La diagnosi è gastroenterite acuta. Ma dopo poche ore i risultati degli esami battereologici sono chiari: si tratta di colera. La notizia rimbalza in un lampo sulle prime pagine dei giornali. La città sembra ripiombare di colpo in un'altra epoca e inizia la caccia al colpevole. Chi sono gli untori? Sul banco degli accusati salgono gli allevatori di cozze. Si dice siano loro a diffondere il morbo smerciando frutti di mare coltivati in acque inquinate, lì dove la città scarica i suoi veleni.
Una vera e propria task force viene allestita per distruggere i vivai di mitili del Golfo. Il controllo dei mitili non è un compito facile: in tutta la provincia le cozze di provenienza sconosciuta si vendono a tutti gli incroci. Sono il cibo dei poveri.
Nel frattempo l'ospedale Cotugno, specializzato nella cura delle malattie infettive - si intasa di centinaia di presunti casi di colera. Ma quando si tratta di cercare l'origine della malattia, il vibrione viene trovato solo nei corpi degli ammalati. Nessuna traccia nelle acque inquinate del mare di Napoli né tantomeno nelle cozze del golfo.
Alfonso Zarone, medico legale, perito incaricato dal tribunale di effettuare le analisi per scoprire dove si nascondesse il vibrione, racconta 'all'epoca si accettava una concentrazione di 4 colibatteri per grammo di cozza. Io dovetti costatare che nelle cozze napoletane i colibatteri per grammo di cozza erano 400.000! La cosa paradossale era che le cozze erano un concentrato tale di colibatteri, a causa dell'inquinamento del mare da impedire di sopravvivere allo stesso vibrione del colera. Insomma il colera c'era, ma il famigerato vibrione non fu mai trovato.
Nella giunta di Napoli maggioranza e opposizione fanno fronte comune contro un unico comune: il colera. Vengono varate le prime misure: controlli della rete idrica disinfestazione di edifici pubblici, acquisto di antibiotici e vaccini.
Nel giro di sette giorni un milione di napoletani vengono vaccinati; si tratta della più grande operazione di profilassi dopo la fine della guerra.
Psicosi e scaramanzia
La folla preme contro i cancelli per avere notizie dai reparti di isolamento. I medici usano un megafono per fornire notizie ai parenti dei ricoverati. Scatta la psicosi di massa; la piccola Francesca Noviello, di appena diciotto mesi, è tra le prime vittime del colera. Tutta la famiglia Noviello viene messa al bando nel proprio quartiere, San Giorgio a Cremano, e il parroco celebra i funerali della piccola con la mascherina sul viso per la paura del contagio.
Quando in città si conta l'ottavo morto iniziano i disordini: montagne di rifiuti vengono incendiate a Bagnoli e aCapodichino, diverse farmacie vengono assaltate a Ercolano, e inizia in molti quartieri una guerriglia urbana a cui la polizia risponde con i lacrimogeni . Si sparge la voce che contro il colera funzioni un vecchio antidoto, il succo di limone, e nel giro di pochi giorni gli agrumi si vendono a peso d'oro.
Nel frattempo il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, va in visita a Pisa dove alcuni studenti contestatori gli augurarono di fare la stessa fine dei suoi concittadini. Leone, da buon napoletano, reagisce contro gli iettatori facendo le corna, addirittura con entrambe le mani.
Le polemiche
Racconta Paolo Cirino Pomicino: 'io allora ero assessore ai cimiteri. Si disse che avessi fatto nascondere centinaia di corpi per nascondere la gravità dell'epidemia. Tutto falso naturalmente. I morti ci furono, ma pochi, mentre la città resistette con calma all'emergenza. Basti ricordare le ordinate file per la vaccinazione di massa?. Secondo Paolo Mieli, allora giovane giornalista dell'espresso, inviato nel capoluogo campano a seguire gli sviluppi dell'epidemia, ci fu un'enfatizzazione della realtà napoletana. 'fui mandato a raccontare una città allo sbando, invece i napoletani reagivano con calma all'epidemia del colera. Mi ricordo per esempio di file ordinate per le vaccinazioni di massa.
Ma il colera a Napoli diventa anche una situazione al centro dell'interesse internazionale; il caso di un bambino di due anni ricoverato per sospetto colera al Cotugno diventa un affare diplomatico dopo l'accusa della biologa inglese, June Chambers che, una volta dimessa dal Cotugno dove era stata ricoverata, pubblica sul quotidiano Times il diario delle sue giornate napoletane definendole "da incubo" e denunciando l'abbandono in cui era stato lasciato, nel suo stesso reparto, un bambino di due anni.
Maria Rosaria Sciamanna: 'quel bambino era proprio mio figlio. Quando tornò a casa non faceva altro che piangere. Non capivamo perché. Quando lessi le dichiarazioni della Chambers, e mi resi conto che parlava di mio figlio, ci spiegammo come era stato possibile che un bambino di due anni in uno sola settimana fosse stato ridotto così?. L'immagine di Napoli subisce un duro colpo, e anche quando, tre mesi dopo lo scoppio dell'epidemia, l'organizzazione Mondiale della Sanità dichiara terminata l'emergenza colera, i pregiudizi su una città vittima del malgoverno e dell'arretratezza fanno fatica ad essere superati.