NARDO' - Da molti anni, il dibattito politico e il confronto democratico interno ai partiti (con qualche transitoria apprezzabile eccezione) si è assolutamente rarefatto, lasciando il posto a scontri interminabili e diatribe poco concludenti, che hanno relegato l'azione politica vera in un angolo spesso trascurato. A Nardò, come dappertutto.
E nel PD – anche a Nardò – sin dal momento della sua nascita.
Questo è accaduto ed è inutile girarci intorno a vuoto per altri anni ancora. Per uscirne in avanti, bisogna innanzitutto sforzarsi di esaminare i motivi che hanno condotto a questo stato di cose. Fra le cause di natura politica, sicuramente si è segnalata la ridotta capacità del partito di rapportarsi come soggetto attivo agli interessi della comunità. Carenza grave, questa, riveniente dall'assenza di "inchiesta" propria riguardante la realtà del territorio (struttura economica, tessuto culturale, problematiche sociali) e le esigenze legittime dei cittadini. Da qui è scaturita l'estrema difficoltà a elaborare, previo confronto democratico all'interno e all'esterno del partito, autonome valide proposte su questioni importantissime, quali il lavoro, le problematiche di genere, quelle giovanili e delle persone anziane, la cultura della legalità (nei comportamenti concreti di tutti i giorni e anche, ma non soltanto, in occasione di fatti eccezionali).
A surroga di tali carenze e difficoltà, ci si è acconciati a "guardare" la realtà attraverso il filtro del percorso "partito – amministrazione comunale – città", come se l'azione politica di un partito qual è il PD possa considerarsi così soddisfatta ed esaurirsi nella pur necessaria azione di suggerimento e stimolo nei confronti dell'amministrazione comunale. Azione propositiva che, beninteso, non puo' essere considerata – nei comportamenti e nelle prese di posizione – appannaggio esclusivo dei gruppi dirigenti di un solo partito.
Sul piano organizzativo, si è consolidata la tendenza, mai più dismessa, a formare "selezionati" gruppi egemonici impegnati, senza soluzione di continuità, a escludere le voci dissonanti. Sotto questo punto di vista, la sostituzione di gruppi coagulati intorno a interessi definiti con altri gruppi ristretti coesi sulla base di una pretesa superiorità morale, non ha portato ad una pratica inclusiva nei confronti di quanti – giovani o anziani – sono portatori di punti di vista non conformati.
Tutto ciò ha sedimentato autosufficienze, pratiche settarie, sospetti reciproci, assenza di dialogo autentico, incapacità di valorizzare e mettere a frutto idee e volontà di lavoro di iscritti che sono abituati a declinare insieme adesione e militanza. Col risultato di vedere il partito sostanzialmente assente nella città, quasi sterile sul piano propositivo, comodamente aduso a postillare l'agenda imposta dai fatti. Per questo rischiamo di apparire superflui, ininfluenti, pressoché inutili alla città. Per questo i consensi elettorali si sono rivelati via via più contenuti
Oggi è questo lo stato di cose che dobbiamo rivoluzionare se veramente abbiamo l'obiettivo di rifondare questo partito, mettendo in campo progetto e azione politica consistenti e ribadendo ovviamente la necessità del rispetto delle regole, che devono essere effettivamente osservate da tutti. Nessuno, essendo interprete di comportamenti che hanno bypassato le regole, puo' pensare poi di assumere la statura morale che imponga agli altri quelle stesse regole. Nell'approssimarsi del congresso, infatti, le tessere sono state rilasciate, con pochissime eccezioni individuali, sulla base di elenchi predisposti dalle diverse "aree" (tutte) che si riconoscono nel partito. E allora, quale presunzione di dispensa morale puo' consentirci di bollare come fasulle le adesioni di persone che non fanno capo al nostro gruppo? E anche, quale stravagante convincimento, quale incoerente idea di inclusione ci impediscono di comprendere che anche l'adesione di amministratori ed eletti provenienti da altre aree politiche e culturali (socialista, centrista, ecc.) costituisce un importante arricchimento della realtà del partito? Veramente possiamo accettare che vengano operate e addirittura rivendicate classificazioni fra le persone che aderiscono al PD? (in proposito, la memoria ci porta a quasi un anno fa, quando si era sospettosi – ma ora non più, guarda caso – sull'adesione annunciata di stimati amici e compagni tuttora facenti capo ad una civica di minoranza).
Riguardo poi alla scarsa partecipazione all'assemblea congressuale, infine, la stessa non puo' che essere attribuita anche (non soltanto) alla responsabilità collettiva di coloro che hanno guidato il partito negli ultimi 10 mesi. O no?
In conclusione, se vogliamo andare avanti, dobbiamo tutti dire basta alle contrapposizioni precostituite fuori dal partito, ristrutturare il modo con il quale ci confrontiamo fra di noi, evitare di misurare tutto e tutti con parametri non condivisi, abbattere il muro del sospetto reciproco, per dedicarci finalmente alla Politica, alle aspettative legittime delle donne e degli uomini di questa città.
Indagare e conoscere il mondo reale intorno a noi, avanzare una proposta politica forte per la città, tradurre in azione efficace questa proposta, acquisire rilievo e capacità organizzativi adeguati ai compiti che ci attendono, interloquire validamente con gli organi di governo della città, questo è l'orizzonte che possiamo raggiungere tutti insieme, se siamo convinti che a questi superiori obiettivi dobbiamo piegare, tutti quanti, ogni animosità e ogni attesa personale e di gruppo.
16 novembre 2013
Rino Giuri, tesserato PD Nardò