EMERGENZA TUMORI NEL SALENTO: L’INSIDIA INVISIBILE
di Giampiero Dantoni
La pubblicazione dei dati statistici del registro dei tumori del novembre scorso ha evidenziato un’incidenza abnorme di tumori nella popolazione della provincia leccese, con punte particolarmente alte nel triangolo Galatina-Maglie-Casarano.
Poco dopo venivamo informati dalla cronaca di un pentito di mafietta locale, il quale dichiarava che anche nella nostra terra sono stati recapitati illegalmente volumi imprecisati di rifiuti tossici, nocivi e radioattivi. Dopo alcuni tentennamenti, la Procura della Repubblica di Lecce ha deciso di indagare con accertamenti ambientali sui siti indicati dal delinquente.
Si tratterebbe comunque di scarichi illegali in aperta campagna, in cave dismesse o voragini naturali, senza menzione alcuna di utilizzo improprio di discariche autorizzate.
Eppure si sono diffuse notizie, apparentemente prive di riscontro oggettivo, basate su voci incontrollate di un possibile recapito di imprecisati volumi di materiali tossico-radioattivi nella discarica di “Castellino” in agro di Nardò e perfino nel terrapieno del viadotto della S.S. Lecce Gallipoli, all’altezza di Collemeto.
Discariche illegali e incidenza troppo alta di tumori, due notizie cronologicamente parallele, hanno immediatamente creato un cortocircuito logico deduttivo, che difficilmente può essere smentito o comprovato, non fosse altro che ricerche, analisi chimico-fisiche, opere di disinquinamento e stoccaggio costano una montagna di soldi che non ci sono.
Nonostante l’evidenza troppo scontata, il nuovo fatto criminoso (le discariche di rifiuti venuti da lontano) non genera, ma aggrava il fenomeno dell’inquinamento ambientale del Salento, semmai aggiunge una nuova fonte di veleni.
La complessa eziopatogenesi della malattia tumorale non consente di individuare le cause così semplicemente. Occorrono lunghe e meticolose indagini a 360 gradi sulla sfera esterna ed interna del paziente, che, anche in questo caso, richiedono soldi, molti soldi (che non ci sono) per finanziare ricerche indipendenti ed Enti di ricerca universitari esperti.
In attesa che gli Enti preposti alla salute pubblica, alla prevenzione, alla tutela dell’ambiente intervengano, noi vorremmo attirare l’attenzione della cittadinanza, attiva, passiva o già passiva, su alcuni punti di riflessione. Cosicché ci si formi un’opinione propria utile a migliori impieghi nelle sedi e momenti più opportuni.
Una delle singolarità territoriali del Salento su cui occorre puntare la massima attenzione in qualunque studio ambientale è il cosiddetto “ciclo delle acque”, inteso come il percorso delle acque, dalle nuvole alle nostre case, ovvero ai rubinetti di casa. Nel caso nostro del Salento il percorso è molto più lungo e lento del solito. Le piogge devono prima filtrare lungamente negli strati di terreno e roccia calcarea (anche 100 metri di spessore) prima di arrivare ai corpi idrici sotterranei da cui vengono emunte.
Non tutti sanno, però, che circa l’acqua erogata dai nostri rubinetti viene da sottoterra per il 95%. L’ente gestore dell’approvvigionamento e distribuzione, l’Acquedotto Pugliese, possiede o utilizza ben 116 pozzi nel Salento da cui estrae circa 3.000 litri al secondo. Quindi la nostra acqua potabile per uso civile, industriale ed agricolo viene dalle nostre falde acquifere, non da Caposele, Pertusillo, Sinni, come avviene per il resto della Puglia. Ciò significa che l’acqua del nostro rubinetto è diversa dal resto della Puglia, le cui acque solo in minima parte sono di falda.
Il nostro “ciclo delle acque” prevede una lunga fase di filtraggio delle piogge attraverso gli strati superficiali prima di arrivare in falda. Lungo questo percorso discioglie e si arricchisce di tutto quanto in maniera lecita o illecita il cosiddetto “fattore antropico” sparge e sversa in superficie. In altre parole dai nostri rubinetti teoricamente dovrebbe sgorgare una soluzione di acqua piovana… arricchita d’altro. La domanda è: cos’altro, ma, soprattutto, quanto altro? E qui ci stiamo avvicinando al cuore del problema.
La normativa di riferimento sulla qualità delle acque destinate al consumo umano è il D.L.vo 31/2001 “Attuazione della Direttiva 98/83/CE, modificato dal Decreto legislativo 2 febbraio 2002, n. 27. In esso si stabilisce il criterio con cui si definiscono sicure le acque potabili.
Ma attenzione qui. Il concetto di purezza stabilito per legge è molto relativo, infatti, essendo tecnicamente impossibile fornire acque senza residui, la Legge stabilisce una “soglia di tolleranza”, ossia circa 23 sostanze (solfati, cloruri, calcio, sodio, potassio, magnesio, nitrati, arsenico, fluoruri, solventi clorurati, ferro, manganese, cromo ecc.) oltre a batteri vari (coliformi totali e fecali, enterococchi, ecc.) tollerati, con i rispettivi limiti “tali da non rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana".
Non è tutto. Oltre ad un concetto di pericolo alquanto elastico, la legge ha previsto una scappatoia per gli inadempienti, l’art. 13 consente alle Regioni di sforare i parametri facendo ricorso al regime di “deroga”, cosa richiesta da tutte, Puglia compresa, anno dopo anno, finché la Comunità Europea ha detto basta così, aprendo una procedura d’infrazione. Eppure se consultate il portale dell’AQP e richiedete di sapere la qualità dell’acqua del paese di residenza i valori delle sostanze tollerate sono sempre sotto soglia. Spettacolare! I controllori ASL e ARPA che dicono? Provate a consultarli.
Anche la Regione Campania esibisce valori sotto soglia (sono disponibili in rete), nonostante, purtroppo, una situazione insostenibile di inquinamento ambientale criminale a tutti nota. Poi spunta il dossier esplosivo della US Navy, la marina americana di stanza a Napoli, e scoppia il finimondo. L’Espresso n. 46 del 21 novembre 2013 titola “Bevi Napoli e poi muori”.
Gli americani non si fidano degli esami ufficiali delle acque molto rassicuranti, vogliono vederci chiaro. Investono 30 milioni di dollari e scoprono che i sospetti sono fondati. Nell’acqua di rubinetto trovano veleni a dosi talmente elevate, persino uranio, da vietare a tutti gli americani l’acqua di Napoli anche per lavarsi i denti.
La permanenza dei militari americani nelle basi napoletane non viene protratta per più di due anni. Le nostre autorità (già messe al corrente dal 2009) balbettano, non reagiscono, non sanno che dire. Alla fine sapete che fanno? Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris denuncia il giornale l’Espresso per diffamazione e chiede un risarcimento di 1 miliardo di euro per danno d’immagine. Dove sta la verità?
Ce la svela un esperto del settore, Giorgio Assennato, direttore dell’Agenzia per l’Ambiente di Puglia, molto noto per le vicende dell’ILVA di Taranto: “dobbiamo avere il coraggio di dire che la nostra legge non ci avrebbe permesso di scoprire quello che hanno fatto gli americani”. I test americani hanno preso in considerazione 86 sostanze nocive legate all’inquinamento da rifiuti tossici, incluso l’uranio, le analisi condotte dall’Ente napoletano, come da legge, ne testano 23. Ecco svelato il mistero: è un problema di tolleranze o di omissioni (e di volontà politica), ciò che per la legge americana è nocivo per noi non lo è.
Da molte settimane le autorità doganali hanno bloccato 10.000 q.li di olio extravergine italiano e salentino (top qualità) nei porti di New York e Seattle. Motivo: trovato residui di “clorpirifos etile” un pesticida (insetticida) proibito in America, ma consentito in Italia.
(Da: http://www.legatumorilecce.org/Riviste/Rivista83.pdf.)
Noi in Italia abbiamo un problema politico, ossia di legge che non consente i controlli. Il caso tumori-ILVA di Taranto docet. Adesso sapete cosa ci si deve attendere dalle indagini sulle discariche nel Salento.