NARDO' - Le lettere anonime, si sa, sono le più insidiose per una redazione. In otto anni ne abbiamo viste passare tante. E quasi tutte sono state cestinate. In questo caso abbiamo l'onore di pubblicarne una con la quale l'autore cerca, anche disperatamente, di offrire una spiegazione agli episodi accaduti in città nelle ultime ore e che hanno rappresentato un brusco risveglio per molti concittadini. Un episodio che, lasciato in pasto ai sociologi televisivi d'accatto, verrebbe seppellito da una montagna di luoghi comuni. Una vicenda che si sta banalizzando nelle discussioni dai social. Invece mai, come in questo caso, bisognerebbe cercare una luce negli occhi di quanti, fisicamente, sia possibile incontrare di persona. Per parlare, capire, lasciarsi spiegare. Ringraziamo il nostro autore anonimo da queste colonne perché in altro modo non potremmo farlo. Buona lettura.
Non dirò il mio nome e userò il maschile in tutta la lettera semplicemente per comodità. Vorrei solo provare a portare uno spunto di riflessione rispetto a quanto accaduto nelle ultime 24 ore.
Sono un giovane e faccio parte di quella che tutti, nelle ultime ore, hanno definito "generazione di merda", puntando il dito contro quei tre ragazzi che hanno deciso di coprirsi il volto, prendere uno scacciacani e terrorizzare un'intera cittadina.
Prima di tutto, piena ed assoluta solidarietà ai commercianti che hanno subìto le rapine ed a chi aveva paura di essere la futura vittima, vivendo così nella paura e nell'incertezza. Non basta la precarietà esistenziale alla quale siamo per la maggior parte condannati a causa di una crisi economica che sta facendo tantissime vittime e che chi di dovere non sta affrontando con i giusti strumenti, ci si mette anche la paura che ci venga tolto quel pezzo di pane guadagnato con fatica e sudore. Ecco qual è il punto della situazione: con questi eventi, abbiamo perso tutti. Nessuno escluso. Perché quello che è accaduto non si può imputare solo ai tre ragazzini, ma fa parte di un processo molto più ampio che ci vede tutti coinvolti.
Hanno perso le famiglie, che in questo momento si chiederanno che cosa hanno sbagliato nell'educazione dei loro figli e che cosa hanno fatto mancare loro. Probabilmente niente. Si sono limitati a dar loro quel che ogni genitore dà ai propri figli: amore e consigli di vita, per quanto i figli riescano ad accettarne; critiche e "cazziatoni", quale genitore non lo ha fatto almeno una volta; e ovviamente tutte le tecnologie e gli strumenti che ognuno di noi possiede. Una famiglia normale. Certo. Normalità.
Hanno perso le scuole e gli insegnanti. Anch'esse si chiederanno che cosa hanno sbagliato, cercando di darsi una spiegazione di questo gesto abbastanza infantile, ma pericolosissimo. Quale ruolo hanno avuto loro nell'educazione di quei ragazzi? Quello che hanno verso tutti gli studenti: hanno corretto i loro compiti, hanno dato loro dei voti, magari qualcuno di loro lo hanno anche bocciato, li hanno sgridati per il troppo caos in aula, hanno messo loro delle note, li han detto che devono impegnarsi di più. Una scuola normale. Insegnanti normali. Certo. Normalità.
Abbiamo perso noi, amici, conoscenti, parenti, sconosciuti. Già. Abbiamo perso anche noi. Che cosa abbiamo fatto? Ci siamo limitati a guardare, ad annuire e dissentire, a sputare sentenze contro una generazione che perde il suo tempo a fare video mentre beve birra o condivide le proprie emozioni tramite un social network. Queste cose accadono dappertutto. Cos'avrebbe di diverso Nardò dal resto del mondo? Niente. Una città normale. Certo. Normalità.
E allora ci si chiede: perché? E' la domanda che forse più di tutte in queste ore imperversa sui social network, nei discorsi al bar, tra i parenti e gli amici. Famiglie di lavoratori. Ragazzi scavezzacollo come molti altri, con tutti i sogni, le speranze e le paure. E allora perché? Già. Perché?
Perché sono figli di un'intera generazione che, da una parte, cerca di sopravvivere e, dall'altra, tenta di educarci con valori vecchi e una morale stanca, pensando che criticare senza costruire serva a qualcosa, che sputarci addosso sia la soluzione per farci comprendere che stiamo sbagliando. Perché sono, siamo, figli di una società che cerca di renderci schiavi della catena in cui tutto diventa merce, in cui i nostri bisogni sono falsi e creati ad hoc da una filiera produttiva che mira semplicemente a creare aspettativa verso false e vane speranze.
No, non siamo una generazione di merda, siamo il risultato di ciò che ci è stato insegnato. Forse dovremmo saper discernere il bene dal male (ricordando che non esiste una distinzione manichea di ciò), ma abbiamo tutti gli strumenti per farlo? La società che ci circonda, i media, la politica, la scuola, la famiglia, gli strumenti per comprendere, per discernere, per valutare, ce li ha dati e ce li dà? E se ce li ha dati, non li ha forse fatti passare prima dal filtro della propria vecchia morale?
Quel che voglio dire è: condanniamo, certo, gesti del genere vanno solo condannati. Ma, nello stesso tempo, valutiamo, riflettiamo, domandiamoci se abbiamo fatto il possibile per evitarlo.
Ho letto tantissimi stati ieri sera su Facebook, ho letto tantissimi commenti e tantissime discussioni. Alcune lasciano il tempo che trovano. Altre provano a darsi delle spiegazioni, ma finiscono con il sostenere che erano tre ragazzetti stupidi, che hanno fatto una ragazzata e che pensavano di stare in un videogioco; altri ancora dicono che è colpa di una società (dai che ci siamo) che assolve troppo spesso i colpevoli ed è troppo accondiscendente (sic!).
Altri han tentato di difenderli. Altri ancora, totalmente in controtendenza rispetto alla moltitudine (si fa per dire), hanno detto che non si può commentare ogni cosa su un social network. Ma nessuno di questi prova ad indagare realmente i fatti, e non per assolverli o condannarli (questo spetterà al giudice e solo a lui), ma nessuno si è messo la mano sulla coscienza e si è chiesto: ed io che responsabilità ho rispetto a quello che è successo.
La questione è molto complicata. Rispetto a chi commenta su un social network, dico che è assolutamente normale e che, prima ed ancora oggi, si commentava nei bar o quando ci si trovava nei negozi o tra una terrazza e l'altra, e forse è anche bello che si creino discussioni per comprendere determinati fenomeni (senza offendere mai nessuno, ovviamente) e che queste abbiano la possibilità di essere visualizzate dai più. Per il resto, si tratta di un crimine, non di una ragazzata, si tratta di incoscienza e di una certa dose di stupidità.
Ma, dall'altra parte, davvero pensiamo che quei ragazzi si siano formati da soli? Davvero pensiamo che siano arrivati a 18-19 anni senza farsi influenzare da ciò che li circonda? Ah, già. Ho letto anche commenti di chi sostiene che "i politici rubano da anni (traduco in italiano), ora per tre ragazzini tutto 'sto casino". Il solito populismo marcio che ci rovina, ma che forse, più di tutti, ha centrato il punto della questione. No, non darò la colpa alla politica. Tranquillizzatevi. Darò la colpa agli esempi che vengono proposti alla nostra generazione.
Ma non è forse quella che spacciamo per "normalità" che ha stancato ed è marcia fin nelle fondamenta? Gaber ci consigliava di non insegnare la nostra morale ai bambini, perché è stanca, malata e potrebbe far loro del male. Ma noi abbiamo continuato.
Abbiamo continuato ad insegnare ai nostri bambini che la competizione è cosa buona e giusta, abbiamo continuato a dire loro che un voto a scuola classifica la loro intelligenza e le loro capacità, facendoli così chiudere in sé stessi senza nemmeno tentare di migliorare (se vi sembrano assurde queste parole, entrate in una scuola e parlateci con i ragazzi), abbiamo costruito una società dove, se stai un po' più indietro degli altri, vieni lasciato indietro e nessuno ti aiuta, perché solo i migliori vanno avanti.
La scuola e la società come degli ospedali che curano i sani e respingono i malati, come ci direbbe don Lorenzo Milani. Abbiamo continuato ad insegnare determinati disvalori e ora ci sorprendiamo di quel che accade.
Abbiamo messo in mano ai nostri figli tablet e connessione wi-fi, senza premurarci di costruire un'educazione all'uso dei social network, senza rinnovarci, senza far capire loro l'importanza e la pericolosità di internet.
Abbiamo voluto eliminare il tabù del sesso, senza avviare percorsi di educazione sessuale nelle scuole, ed ora ci sorprendiamo se le ragazzine rimangono incinta.
Abbiamo rinchiuso nelle carceri decine di migliaia di persone, senza farci una sola domanda: ma com'è la vita in carcere? Come la vive chi sta là dentro? Il carcere non è solo punizione. Il carcere è purificazione, è uno strumento catartico, che dovrebbe aiutare ad "espiare" le proprie malefatte e ad uscire come uomini nuovi, consapevoli del crimine che si è commesso. Ma adesso, quei tre ragazzini, in quel carcere, come vivranno? E dopo, che succederà? Ormai sono stati messi alla gogna mediatica. Ormai sono stati accusati, difesi, indicati. Ormai tutti sanno chi sono. Ma continueranno a portarsi questa etichetta per sempre?
Non dovremmo vivere in una società che, per dirsi civile, una volta che esci dal carcere, ti considera un uomo nuovo? Oppure inizieremo ad emarginare quei tre ragazzi, continueremo a guardarli male, ad accusarli, a bollarli con giudizi e preconcetti?
Ed allora non sarà valso a nulla tutto questo, non saranno valsi a nulla tutti movimenti di dita per battere i tasti delle nostre tastiere e scrivere, scrivere e scrivere. Allora avremmo perso un'altra volta. Sì. Perderemo un'altra volta.
Perché ogni individuo che arriva a compiere gesti di questo tipo (che sia italiano o immigrato, mi verrebbe da aggiungere, in modo da ricordarcelo ogni tanto), è una perdita per tutti. Perché tutti abbiamo colpe. Nessuno escluso. E la causa. Be', è sempre la stessa. Normalità.